Matteo aprì la porta e per un istante vide soltanto il viso di sua madre, stanco come dopo una notte senza sonno.
Lucia aveva lasciato Parma in fretta: indossava un cappotto leggero, teneva le chiavi dell’auto strette nella mano e non si era nemmeno tolta gli occhiali da sole, benché fosse entrata in un corridoio poco illuminato.
Quando vide Elena seduta al tavolo, si fermò.
«Mamma.»
Elena sollevò lo sguardo.
La parola sembrò farle male più di un rimprovero.
Si appoggiò al tavolo per alzarsi, ma Lucia fece un passo indietro, istintivo e subito rimpianto.
«Ti prego, resta seduta», disse Lucia. «Non so ancora se riesco a farlo.»
Matteo spostò una sedia.
Sua madre non si sedette.
Guardava i muri, il calendario della farmacia, la tovaglia a quadretti, come se cercasse di riconoscere in quella cucina un posto in cui non era mai stata.
«Sei viva», mormorò Elena.
«Lo sono sempre stata.»
La risposta era secca, ma Matteo vide che Lucia aveva gli occhi lucidi.
Nessuno dei tre sembrava sapere da dove cominciare.
Alla fine fu Elena a tirare fuori la catenina dalla borsetta e a posarla sul tavolo, accanto alla fotografia.
«L’ho portata con me per tutti questi anni.»
Lucia aprì il cappotto e mostrò il proprio ciondolo, appeso alla stessa catenina sottile.
Per qualche secondo le due rose d’argento rimasero una davanti all’altra.
Matteo capì che il gioiello non era una prova legale di parentela, ma per quelle due donne conteneva una storia che nessun documento avrebbe saputo raccontare.
«Pensavo che l’avessi buttato», disse Lucia.
«Pensavo che non ti importasse più di me.»
Lucia si sedette allora, lentamente.
«Quando sono uscita dall’ospedale con Matteo, papà mi disse che tu non volevi vedere né me né il bambino.
Mi fece leggere un biglietto con il tuo nome.
Diceva che avevi vergogna di noi.»
Elena si portò le mani al petto.
«Non ho mai scritto quelle parole.»
«Era la tua firma.»
«Non la mia voce.»
Matteo non interruppe.
Lucia gli aveva raccontato soltanto che suo padre non aveva voluto riconoscerlo.
Matteo era cresciuto con il cognome materno, ma non conosceva il resto della storia.
Non era il momento di tornare su quell’assenza.
Adesso aveva davanti persone che cercavano di ricostruire un giorno preciso dopo ventisette anni.
«A me Silvio disse che il bambino non era sopravvissuto», raccontò Elena. «Io ero ricoverata e non potevo raggiungerti.
Quando domandai dove fossi, disse che te ne eri andata e che non volevi mai più sentire il mio nome.»
Lucia guardò Matteo come per assicurarsi che fosse davvero lì.
«Io venni a cercarti.
Due volte.
Al portone di casa mi rispose papà.
La seconda volta era inverno, e Matteo aveva pochi mesi.
Disse che avevi visto dalla finestra e che non volevi scendere.»
Elena scosse la testa e si guardò le mani.
Per anni aveva raccontato a sé stessa che Lucia fosse scomparsa senza lasciarle la possibilità di intervenire.
Scoprire che sua figlia era arrivata fino al portone, portando il neonato fra le braccia, le toglieva persino quella scusa.
Non poteva cambiare ciò che aveva creduto allora, ma poteva evitare di usare la propria ignoranza come un’assoluzione.
«Non sapevo che fossi venuta.»
«Avevo freddo, mamma.
Lui mi disse che avresti preferito perdermi piuttosto che farmi rientrare.»
Nella stanza cadde un silenzio difficile.
Elena non cercò di abbracciarla.
Si limitò a guardare il nipote che non aveva mai potuto conoscere, poi il volto adulto della figlia, e abbassò gli occhi.
«Avrei dovuto chiedere di più.
Avrei dovuto uscire da quella casa e cercarti io.»
Lucia non rispose subito.
«Anch’io, dopo qualche anno, avrei potuto tornare.
Non l’ho fatto.
Mi dicevo che proteggevo mio figlio.»
Le parole non erano una riconciliazione.
Erano, forse, il primo spazio in cui una riconciliazione avrebbe potuto cominciare.
Un colpo secco al portone interruppe la conversazione.
Matteo guardò l’orologio: le quattro esatte.
Dalla finestra vide un uomo con una cartellina rigida e una camicia azzurra.
Elena impallidì.
«È Bassi.»
Il proprietario entrò dopo che Matteo gli ebbe aperto.
Si presentò come Riccardo Bassi, disse di aver poco tempo e appoggiò la cartellina sul tavolo senza guardare le altre due persone.
«Signora Ferri, le avevo chiesto di avere il documento firmato.
La ditta deve programmare i lavori.»
Matteo gli restituì il foglio.
«Prima vorremmo capire quali siano i suoi diritti e quelli della signora.»
Bassi osservò la giacca da motociclista.
«Lei sarebbe?»
Elena fece per rispondere, ma Matteo le lasciò il tempo di scegliere.
Fu Lucia a parlare.
«È mio figlio.
E io sono la figlia della signora Ferri.»
Bassi parve sorpreso, poi recuperò un tono professionale.
«La situazione familiare non cambia l’esigenza di liberare l’immobile.»
«Nemmeno la cambia una minaccia», replicò Lucia. «Mia madre non dichiara di aver ricevuto soldi che non ha mai ricevuto.»
L’uomo chiuse la cartellina.
«Questa è un’offerta.
Se non la accettate, seguiremo le procedure previste.
Ma gli interventi vanno fatti.»
«Allora useremo le procedure», disse Matteo. «E faremo verificare il contratto da qualcuno competente.»
Bassi non alzò la voce.
Indicò però la data di consegna delle chiavi, fissata a cinque giorni dopo, come se fosse ormai inevitabile.
Quando se ne andò, Elena rimase a fissare la porta.
«Ho paura che torni con qualcuno e cambi la serratura.»
Lucia le prese finalmente la mano.
Il gesto durò appena un momento, ma Elena non lo dimenticò.
«Domani cerchiamo assistenza.
Non devi firmare per paura.»
Matteo raccolse i fogli sul tavolo.
Dietro la proposta c’era la fotocopia di una pagina del vecchio contratto d’affitto, macchiata nell’angolo.
Una riga riportava una data di rinnovo diversa da quella indicata nella proposta di rilascio.
Non dimostrava da sola chi avesse ragione, e proprio per questo andava controllata.
Elena guardò quella pagina, poi si voltò verso Lucia.
«Il biglietto che dici di aver letto», sussurrò. «Ce l’hai ancora?»
Lucia esitò.
Non aveva mai smesso di conservarlo, ma non lo aveva riletto da anni.
«Sì.
Ed è nella scatola dove tengo tutte le cose che non sono riuscita a buttare.»
Matteo capì che il giorno seguente non avrebbe dovuto soltanto difendere una casa.
Avrebbe dovuto guardare, insieme a sua madre, una firma che aveva diviso la loro famiglia.
Per scoprire cosa nascondeva quel biglietto, continua con la Parte 4.













