La mattina dopo Matteo tornò a Castelfranco Emilia in auto.
Aveva chiesto in prestito una piccola utilitaria, perché non voleva far dipendere Elena dagli orari dei taxi e perché il suo deambulatore non sarebbe mai entrato nel bauletto della moto.
Lucia era arrivata prima di lui.
Sul tavolo della cucina aveva posato una scatola di cartone chiusa con uno spago verde.
«Non l’aprivo da quando ci siamo trasferiti nell’ultimo appartamento», disse.
Elena non toccò la scatola.
Matteo si sedette fra le due donne e aspettò che fosse sua madre a sciogliere lo spago.
All’interno c’erano il primo braccialetto dell’ospedale di Matteo, tre fotografie, ricevute di vecchi affitti e un foglio ripiegato quattro volte.
Lucia lo aprì con mani rigide.
La lettera era breve.
Diceva che Elena non avrebbe più considerato Lucia sua figlia se avesse insistito a tenere il bambino.
In fondo compariva una firma simile a quella che Elena usava negli anni Novanta.
«Non l’ho scritta», disse Elena subito. «E non ho mai chiamato tuo figlio una vergogna.»
Lucia fissava il foglio.
«L’ho letta cento volte.
Avevo ventitré anni.
Avevo appena partorito e non sapevo come pagare l’affitto.
Papà mi disse che l’avevi dettata tu perché non riuscivi a scrivere.»
Matteo studiò la data.
Il foglio era stato compilato il giorno dopo l’intervento di Elena.
Nessuno poteva dedurre da quello, da solo, chi lo avesse scritto.
Ma la spiegazione data a Lucia non coincideva con il ricordo della nonna: Elena raccontava di essere rimasta in ospedale quasi due settimane, senza vedere Silvio ogni giorno.
«Avete ancora i documenti del ricovero?» chiese Matteo.
«Sì.
Sono insieme alle mie vecchie carte.
Non ti prometto che serviranno.»
«Non servono a condannare qualcuno.
Servono a ricostruire quello che possiamo davvero sapere.»
Lucia sollevò gli occhi.
Era la prima volta che suo figlio parlava di Silvio senza chiamarlo nonno.
Matteo non sapeva ancora se fosse pronto a pronunciare una parola così intima per un uomo di cui aveva conosciuto soltanto il silenzio.
Prima di cercare altre carte, andarono allo sportello di assistenza agli inquilini indicato da Giulia, la cameriera della tavola calda.
Come promesso, la sera precedente aveva mandato a Matteo il recapito di un’associazione locale, senza fare domande sulla storia della donna incontrata al ristorante.
Allo sportello li ricevette Federica Moretti.
Non promise miracoli.
Esaminò il contratto, le ricevute dei pagamenti e il documento lasciato da Bassi, segnando su un foglio le date che occorreva verificare.
«Il proprietario può avere ragioni legittime per chiedere il rilascio», spiegò. «Ma una proposta di accordo non è una sentenza, e una firma affrettata può rendere più difficile difendersi.
Prima controlliamo il contratto completo e facciamo valutare la situazione da un legale.»
Elena fece la domanda che aveva trattenuto fino a quel momento.
«Se non firmo, domani può entrare e buttare fuori le mie cose?»
«Non può decidere da solo di fare uno sgombero.
Se dovesse tentare di forzare la porta o interrompere i servizi, non affrontatelo da soli: chiamate subito chi può intervenire e documentate l’accaduto.»
Matteo vide il sollievo apparire sul viso della nonna.
Non era la promessa che avrebbe conservato per sempre la sua casa; era qualcosa di più preciso e utile, la certezza di non dover scegliere al buio.
Prima che uscissero, Federica diede a Elena il tempo di descrivere le sue giornate.
La signora raccontò quanto fosse faticoso raggiungere la farmacia e perché temesse soprattutto un trasferimento improvviso: nell’appartamento conosceva ogni gradino, ogni presa, ogni punto su cui appoggiarsi.
In una casa sconosciuta avrebbe dovuto ricominciare anche da quelle piccole sicurezze.
Federica le spiegò che potevano valutare, insieme alla questione del contratto, le opzioni abitative accessibili nella zona.
Non prometteva un alloggio né un sussidio: offriva il primo elenco di uffici e persone da contattare.
Elena ripiegò il foglio con cura e lo mise nella borsetta, nello stesso scomparto in cui conservava la catenina.
Federica propose una consulenza legale per il venerdì e chiese copia delle comunicazioni ricevute.
Matteo si offrì di mettere in ordine le ricevute per data.
Lucia disse che avrebbe accompagnato Elena se suo figlio fosse stato impegnato.
Nessuno parlava più di una recita davanti al proprietario.
Tornati nell’appartamento, Elena aprì il mobile basso della camera da letto.
Ne tirò fuori una cartella con le dimissioni ospedaliere del 1999.
La data combaciava con il racconto del ricovero.
Accanto c’erano vecchie buste indirizzate a Lucia, diverse restituite perché l’indirizzo non era più valido.
«Queste le avevi spedite tu?» chiese Lucia.
«Le preparavo io.
Silvio si occupava della posta, soprattutto mentre camminavo con difficoltà.»
Matteo non disse ciò che pensava.
Alcune buste recavano timbri postali, altre nessun timbro.
Su queste ultime qualcuno aveva scritto a matita un nuovo indirizzo, poi lo aveva cancellato.
Era una traccia di confusione, forse di intervento intenzionale, ma non ancora una prova.
«Posso guardare anche nell’armadio di Silvio?» domandò Elena. «Non lo apro quasi mai, se non per cercare qualche fattura.»
Lucia esitò.
Entrare nello spazio di quell’uomo morto da otto anni le sembrava ancora una violazione di un divieto che nessuno aveva più il potere di imporle.
«Vengo con te», rispose.
In fondo all’armadio trovarono due registri delle spese di casa e una cartellina di plastica trasparente.
Dentro c’erano documenti sul vecchio contratto d’affitto, ricevute di imposte e una busta gialla con la linguetta ancora incollata.
Il nome del destinatario era Elena Ferri.
Il mittente, Lucia Rinaldi.
Sulla busta compariva la data del 2006.
Era una raccomandata con ricevuta di consegna, sette anni dopo la nascita di Matteo.
Qualcuno l’aveva ricevuta in quella casa e poi l’aveva nascosta fra le carte di Silvio.
Elena si aggrappò allo stipite.
«Non l’ho mai vista.»
Matteo avvicinò la busta alla luce.
Accanto all’indicazione della consegna c’era una firma che conosceva ormai dai documenti dell’armadio: quella di Silvio Rinaldi.
Non era soltanto una lettera rimasta senza risposta.
Era una lettera arrivata a destinazione e mai consegnata alla persona che avrebbe dovuto leggerla.
Per sapere cosa Lucia aveva cercato di dire a sua madre sette anni dopo la separazione, leggi la Parte 5.













