Il trentuno marzo pioveva.
Passai davanti alla villa nel pomeriggio.
Non volevo fermarmi.
Sofia era con me.
«Possiamo vedere?»
«Sei sicura?»
Annui.
Parcheggiai dall’altra parte della strada.
Un camion era davanti al cancello.
Mio padre caricava scatole.
Mia madre parlava con due traslocatori.
La villa sembrava improvvisamente diversa.
Non più un simbolo.
Solo una casa.
Mio padre ci vide.
Si fermò.
Per un momento pensai che sarebbe venuto verso di noi arrabbiato.
Invece rimase accanto al cancello.
Sofia abbassò il finestrino.
«Ciao, nonno.»
Mio padre non rispose subito.
Poi:
«Ciao.»
Sembrava più vecchio.
«Dove andate?»
«Abbiamo preso un appartamento.»
«È bello?»
Mio padre guardò la villa.
«È più piccolo.»
Sofia annuì.
«C’è spazio per tutti?»
La domanda non era sarcastica.
Fu questo a renderla devastante.
Mio padre abbassò lo sguardo.
«Sì.»
Poi, finalmente:
«Sofia.»
Lei aspettò.
«Quella sera…»
Pensai che avrebbe chiesto scusa.
Invece disse:
«Non pensavo sarebbe diventato tutto questo.»
Sofia lo guardò.
«Neanche io.»
Alzò il finestrino.
Ripartimmo.
Cinque minuti dopo disse:
«Non ha ancora capito.»
«No.»
«Forse non capirà mai.»
«Forse.»
«È triste.»
Guardai mia figlia.
«Sì.»
Sofia osservava la strada.
«Per lui.»
Quelle due parole mi fecero capire quanto era cambiata.
Non aveva bisogno che lui capisse per sapere cosa meritava.
A giugno la villa fu venduta.
Teresa mantenne la promessa.
Una parte del ricavato andò a un’associazione che offriva alloggi temporanei a madri con bambini.
Un’altra parte venne investita.
Teresa aprì inoltre un piccolo fondo a nome di Sofia per gli studi futuri.
Quando lo scoprì, Sofia protestò.
«Non voglio soldi perché loro mi hanno trattata male.»
Teresa rise.
«Non li ricevi per quello.»
«Allora perché?»
«Perché avrei dovuto pensarci molto prima.»
Teresa non trasformò Sofia nella vincitrice finanziaria di una guerra familiare.
Ed ero felice.
Non volevo che mia figlia imparasse che il dolore valeva qualcosa soltanto quando veniva compensato con denaro.
Volevo che imparasse che il rispetto aveva valore anche quando nessuno ti dava niente.
Durante l’estate mia madre cominciò a vedere Sofia una volta ogni due settimane.
All’inizio sempre con me presente.
Poi, lentamente, da sola.
Andavano al mercato.
Prendevano un gelato.
Cucinavano insieme.
Lucia non chiedeva mai a Sofia di dire che tutto era tornato come prima.
Forse aveva capito che non sarebbe mai successo.
Elena rimase distante.
Matteo, invece, continuò a scrivere a Sofia occasionalmente.
A settembre venne al suo compleanno.
Portò un regalo piccolo.
Nessuna battuta.
Nessuna presa in giro.
Quando Sofia spense le candeline, lo vidi applaudire in fondo alla stanza.
Non sapevo se sarebbe diventato una persona migliore.
Ma almeno sembrava aver capito che diventarlo richiedeva comportamento, non parole.
Poi arrivò dicembre.
E con dicembre arrivò la domanda che nessuno voleva fare.
Dove avremmo trascorso Natale?













