Teresa viveva nello stesso appartamento da quasi quarant’anni.
Non aveva mai avuto bisogno di una casa enorme.
Diceva sempre che una casa troppo grande ti costringeva a conservare cose che avresti dovuto imparare a lasciare andare.
Quando arrivammo, Sofia teneva ancora con sé la decorazione che aveva preparato per mia madre.
Teresa la vide.
«È quella?»
Sofia annuì.
«Posso vederla?»
Mia figlia gliela porse.
Teresa lesse lentamente:
NONNA LUCIA
Passò il pollice sulle lettere dorate.
Poi restituì la decorazione a Sofia.
«Non buttarla.»
Sofia sembrò sorpresa.
«Perché?»
«Perché un giorno potresti voler ricordare quanto eri capace di voler bene anche a chi non si comportava bene con te.»
Ci fece sedere.
Sul tavolo c’era una cartella blu.
«Voglio che sappiate cosa sto facendo e perché.»
Aprì la cartella.
Il documento principale riguardava la villa.
Non era intestata ai miei genitori.
Era sempre stata di Teresa.
Quindici anni prima, dopo che mio padre aveva chiuso la sua attività ed era rimasto pieno di debiti, Teresa aveva permesso a lui e mia madre di trasferirsi lì.
Niente affitto.
Solo manutenzione ordinaria e utenze.
«Doveva durare tre anni.»
La guardai.
«Tre?»
«Poi cinque.»
Sorrise senza allegria.
«Poi altri cinque.»
Ogni volta mio padre prometteva che avrebbe sistemato le proprie finanze.
Ogni volta Teresa aveva ceduto.
Perché erano famiglia.
«L’ultimo accordo termina il trentuno marzo.»
Mi mostrò la data.
«Avresti rinnovato?»
«Fino a ieri sì.»
Sofia abbassò gli occhi.
Teresa continuò.
«Ma non è tutto.»
Prese un’altra busta.
Dentro c’era il suo testamento.
«La villa sarebbe andata a Lucia.»
Rimasi immobile.
«Sarebbe?»
«Ho già fissato un appuntamento con il notaio.»
«Nonna, non devi cambiare tutto per rabbia.»
Teresa mi guardò.
«Non lo faccio per rabbia.»
Si voltò verso Sofia.
«Lo faccio perché ieri ho imparato qualcosa.»
Poi tornò a guardarmi.
«Per anni ho creduto che tua madre avesse bisogno di sicurezza. In realtà aveva bisogno di limiti.»
Quelle parole rimasero nella stanza.
Teresa non avrebbe lasciato la villa a mia madre.
Voleva venderla.
Una parte del ricavato sarebbe andata a una fondazione che sosteneva minori in difficoltà.
Il resto sarebbe stato diviso in modo diverso tra figli e nipoti.
«Non voglio la loro casa.»
«Non sarà la loro casa.»
«Sai cosa intendo.»
Teresa chiuse la cartella.
«Kate, ascoltami. Il problema non è che Sofia sia stata lasciata fuori da una villa.»
Fece una pausa.
«Il problema è che alcune persone diventano crudeli quando credono che niente possa essere tolto loro.»
Sofia sollevò lo sguardo.
«Non voglio che perdano tutto per colpa mia.»
Teresa le prese la mano.
«Tesoro, gli adulti non perdono le cose per colpa dei bambini che trattano male.»
«Ma se io non fossi andata…»
«Loro sarebbero rimasti esattamente le persone che erano ieri.»
Teresa strinse le dita di Sofia.
«Tu non hai creato il problema. Lo hai reso visibile.»
Il citofono suonò.
Teresa guardò l’orologio.
«Sono veloci.»
«Chi?»
«I tuoi genitori.»
Mi alzai.
«Li hai invitati?»
«No.»
Il citofono suonò di nuovo.
Poi ancora.
Teresa premette il pulsante.
«Sì?»
La voce di mia madre esplose dall’altoparlante.
«Mamma, dobbiamo parlare.»
«Stiamo già parlando.»
«Fammi salire.»
Teresa guardò Sofia.
«Preferisci andare in camera?»
Mia figlia esitò.
Poi scosse la testa.
«Voglio restare.»
Teresa annuì.
«Allora resta.»
Aprì il portone.
Cinque minuti dopo mia madre entrò nell’appartamento con mio padre ed Elena.
Lucia vide Sofia.
Si fermò.
Per un secondo credetti che avrebbe corso ad abbracciarla.
Invece guardò Teresa.
«Davvero vuoi cacciarci di casa per questo?»
Sofia abbassò gli occhi.
Io mi alzai.
«Mamma.»
Ma Teresa alzò una mano.
«No, Kate.»
Guardò sua figlia.
«Ripetilo.»
Lucia esitò.
«Cosa?»
«Quello che hai appena detto.»
«Ho chiesto se davvero vuoi cacciarci per…»
Indicò vagamente Sofia.
«…questa situazione.»
Teresa annuì lentamente.
«Grazie.»
«Per cosa?»
«Per avermi tolto l’ultimo dubbio.»













