Margherita trascorse la notte sul divano, lontana dalla camera che divideva con Tommaso.
Il marito le telefonò undici volte e le mandò messaggi sempre più brevi.
All’inizio diceva di volerle spiegare.
Alla fine le scrisse che stava distruggendo la loro famiglia per una coincidenza.
Margherita non rispose.
Per la prima volta le sembrò che il silenzio potesse appartenere anche a lei.
Il mattino dopo incontrò Emilia davanti allo studio dell’avvocata che aveva contattato la sera precedente.
Si chiamava Laura Galli e non promise risultati immediati.
Disse che una fotografia, una lettera privata e un registro sarebbero stati elementi da verificare, non una sentenza.
Consigliò di conservare gli originali, raccogliere dichiarazioni indipendenti e richiedere gli atti disponibili attraverso le procedure previste.
Spiegò che un test genetico, se entrambe lo desideravano, avrebbe aiutato a chiarire il legame biologico senza decidere da solo tutto ciò che era accaduto.
«Voglio farlo», disse Emilia.
«Ma prima voglio parlare con la sorella di Tommaso.»
Margherita annuì.
Aveva l’indirizzo di Luciana Rinaldi, che da alcuni anni viveva in una casa fuori Imola.
Non si vedevano spesso, ma fino a quel momento Margherita aveva creduto che la distanza dipendesse dai dolori comuni a due donne invecchiate.
Ora ricordava ogni volta in cui la cognata aveva cambiato argomento quando qualcuno nominava l’incendio.
Luciana aprì dopo un’attesa lunga.
Vide Emilia e portò la mano alla bocca.
Non domandò chi fosse.
Quello sguardo fece più male a Margherita di qualunque confessione.
«La riconosci», disse.
Luciana si appoggiò allo stipite.
«Entra, Margherita.
Non voglio che i vicini sentano.»
«Io invece non voglio più proteggere il tuo silenzio», rispose Margherita.
«Se Emilia entra, è perché lo decide lei.»
Emilia entrò per prima.
Andrea le seguì con il consenso della ragazza: voleva ascoltare la donna a cui Viola aveva affidato la neonata durante l’evacuazione.
Nella casa c’era odore di caffè, e su una mensola erano disposte fotografie di famiglia.
Una ritraeva Luciana, più giovane, alla stessa festa di quartiere della fotografia mostrata da Ada.
Accanto a lei, Emilia aveva sette anni e stringeva un palloncino rosso.
La giovane riconobbe il cappotto grigio e la borsa che Luciana portava anche nell’altra immagine.
«Lei veniva a trovarmi», disse alla donna.
«Mi portava libri e mi chiedeva se ero felice.
Io pensavo che fosse una persona gentile.»
Luciana abbassò la testa.
«Non sapevo come rimediare.»
«Poteva dirmi la verità», rispose Emilia.
Margherita tirò fuori la copia della nota di Viola, senza lasciare andare il foglio.
Chiese perché la neonata affidata a Luciana alle ventuno e quindici non fosse tornata alla madre.
La cognata rimase in silenzio, poi invitò tutti a sedersi.
Nessuno si sedette.
«Tommaso aveva paura che tu lo lasciassi», disse infine.
Margherita sentì riemergere una discussione che aveva quasi dimenticato.
Poche settimane prima del parto aveva detto al marito di aver bisogno di vivere per un periodo dai propri genitori.
Non sopportava più i suoi controlli, il modo in cui decideva quali visite ricevere e a chi raccontare le loro difficoltà.
Non aveva parlato di sottrargli la bambina.
Aveva chiesto soltanto di poter respirare.
«Lui mi disse che volevi portarla via per sempre», proseguì Luciana.
«Mi convinse che dovevamo tenerla al sicuro per qualche giorno, finché non vi foste calmati.
Quando scoppiò l’incendio, mi telefonò.
Disse che tu eri stata trasferita e che qualcuno aveva bisogno di accompagnare la piccola fuori dall’ospedale.»
«E tu l’hai portata al convento.»
«Sì.
Poi lui passò in ospedale e firmò il modulo di ritiro, dichiarando che la bambina era stata consegnata alla famiglia.
Emilia, invece, rimase a Sant’Anna.
Diceva che avrebbe deciso come restituirtela senza far precipitare il matrimonio.»
Margherita si avvicinò.
«Quando mi dissero che era morta, tu eri a casa mia.
Mi hai tenuto la mano mentre piangevo.
Sapevi già che era viva?»
Luciana non riuscì a guardarla.
«Sì.»
Margherita fece un passo indietro.
Non provò il sollievo che aveva immaginato trovando un responsabile.
Davanti a sé aveva una persona che aveva assistito alla sua disperazione e, ogni giorno successivo, aveva rinnovato la scelta di mentire.
Luciana spiegò che il primo piano era stato presentato come un allontanamento temporaneo.
Dopo l’incendio, Tommaso aveva scoperto che il caos amministrativo aveva portato a registrare la bambina fra le vittime non identificate.
Non era stato lui ad appiccare il fuoco, per quanto Luciana sapesse, ma aveva deciso di non correggere l’errore.
Qualche giorno dopo le aveva ordinato di far risultare la neonata come trovata senza parenti.
Luciana aveva fornito una dichiarazione falsa e aveva usato la propria posizione a Sant’Anna per facilitare il passaggio alle autorità competenti senza rivelare ciò che sapeva.
«Io ero convinta che si sarebbe fermato», sussurrò.
«Poi sono trascorsi mesi.
E quando Emilia era già con Ada, avevo paura di causare un altro danno dicendo la verità.»
Emilia la guardò senza alzare la voce.
«Non ha deciso al posto mio solo quella notte.
L’ha fatto ogni volta che è venuta a casa nostra e ha scelto di tacere.»
Luciana accettò quelle parole senza difendersi.
Aprì una credenza e mostrò una scatola in cui conservava biglietti delle visite a Emilia.
Aveva tenuto anche copie delle comunicazioni con Tommaso.
Non volle consegnare tutto senza un legale, ma accettò di farlo esaminare e di rendere una testimonianza scritta.
Andrea, che fino a quel momento aveva ascoltato senza intervenire, domandò chi avesse modificato il registro ospedaliero.
Luciana disse di non saperlo e si rifiutò di attribuire a un dipendente una colpa che non poteva dimostrare.
Ricordava soltanto una telefonata in cui Tommaso si era vantato di aver ottenuto una certificazione definitiva.
L’avvocata avrebbe dovuto verificare chi l’avesse emessa e su quali informazioni.
Emilia apprezzò quella distinzione.
Non voleva costruire la propria identità su nuove supposizioni, anche quando provenivano dalla persona che aveva appena confessato una menzogna.
Margherita le chiese se avesse mai provato ad avvertirla.
«Più volte ho preparato una lettera», disse Luciana.
«Non l’ho mai spedita.
Ma c’è un’altra cosa che non ti ho detto.
Quando Emilia aveva nove anni, Ada mi diede una busta.
La bambina l’aveva scritta per la madre che non conosceva.
Ada sperava che il convento potesse farla arrivare alla persona giusta.»
Emilia si ricordò improvvisamente del foglio piegato che aveva affidato a sua madre, dopo un compito a scuola sulle famiglie.
Non sapeva che fine avesse fatto.
«La busta è ancora a Sant’Anna?» domandò.
Luciana annuì.
«Ne ho ricevute altre negli anni seguenti.
Ho scritto sopra il nome di Margherita, perché sapevo a chi appartenevano.
E non gliene ho consegnata neanche una.»
Margherita comprese allora che non le avevano sottratto soltanto una bambina.
Le avevano tolto persino la possibilità di rispondere alle parole che sua figlia, crescendo, aveva cercato di mandarle.
Per scoprire cosa emergerà dai documenti e dal confronto con Tommaso, continua con la Parte 5.













