«Posso vedere quella voglia sulla mano?»
La domanda uscì dalla bocca di Margherita Rinaldi prima che riuscisse a fermarsi. Nel ristorante di Bologna, la giovane cameriera aveva appena posato un piatto davanti a lei. Margherita si alzò di scatto e le prese il braccio. Al tavolo, suo marito Tommaso smise di guardare il menù e alzò gli occhi.
«Mi scusi», mormorò Margherita, allentando subito la presa. «È che… quella macchia. Potrebbe farmela vedere meglio?»
La ragazza abbassò lo sguardo sul dorso della mano. La voglia aveva la forma irregolare di un cuore, con una punta leggermente piegata. Era così da quando ricordava.
«Certo», rispose. «Ce l’ho dalla nascita.»
Si chiamava Emilia. Era abituata agli sguardi dei clienti, qualche volta alle domande curiose, ma non a vedere una sconosciuta perdere improvvisamente il colore del viso. Margherita continuava a fissare quella piccola macchia come se da essa dipendesse tutto ciò che sapeva della propria vita.
«Margherita, che succede?» chiese Tommaso.
Lei non rispose.
Ventidue anni prima, in un ospedale, Margherita aveva stretto tra le braccia la sua bambina appena nata. Ricordava il peso minuscolo del corpo, la pelle calda contro la propria e quella voglia sul dorso della mano. Poi era scoppiato un incendio. Le infermiere le avevano detto che la neonata non era sopravvissuta.
Non le avevano mai mostrato il corpo.
Per ventidue anni, Margherita aveva cercato di convivere con quell’assenza. Aveva imparato a pronunciare il nome della figlia senza piangere davanti agli altri. Alcuni giorni ci riusciva. Altri bastava intravedere una ragazza dell’età che sua figlia avrebbe avuto per sentirsi mancare il respiro.
Ora quella ragazza era lì, in piedi accanto al loro tavolo.
«Signora, sta bene?» domandò Emilia.
Margherita fece un passo indietro. Le ginocchia cedettero e si ritrovò sul pavimento, incurante delle persone che avevano cominciato a voltarsi. Aprì la borsetta con mani così tremanti che faticò a trovare quello che cercava.
Ne tirò fuori un piccolo medaglione d’argento, appeso a una catenina sottile.
«Ti prego», disse guardando Emilia. «Dimmi se ne hai mai visto uno uguale.»
La cameriera fissò il medaglione. Il sorriso cortese che aveva mantenuto fino a quel momento scomparve. Portò una mano al colletto della divisa e rimase immobile, come se temesse ciò che stava per fare.
«Dove l’ha preso?» sussurrò.
«Era mio.»
Emilia aprì lentamente il primo bottone della camicia. Da sotto il tessuto estrasse una catenina. Vi era appeso un medaglione d’argento identico a quello che Margherita teneva nel palmo.
Per un istante, nessuna delle due parlò.
Margherita ricordava perfettamente quei due oggetti. Erano stati realizzati insieme: uno per lei, l’altro per la figlia. Aveva messo il secondo al collo della neonata il giorno della nascita. E da allora aveva continuato a custodire il proprio, anche quando tutti le dicevano che non serviva a nulla aggrapparsi ai ricordi.
«Come fa a conoscere questo medaglione?» chiese Emilia, stringendolo tra le dita.
Margherita cercò di parlare, ma le uscì soltanto un singhiozzo. Guardò il volto della giovane, poi la voglia sulla sua mano, poi i due medaglioni. Non voleva convincersi troppo presto. Non avrebbe sopportato di perdere sua figlia una seconda volta.
Tommaso si alzò bruscamente. La sedia strisciò sul pavimento.
«Margherita, non dimostra niente.»
Lei sollevò la testa. In ventidue anni lui aveva sempre chiuso ogni conversazione sull’incendio con le stesse parole: non c’era più niente da fare. Adesso, davanti a quella ragazza, non sembrava sorpreso quanto avrebbe dovuto.
«Allora perché hai paura?» gli chiese.
La mascella di Tommaso si irrigidì. Emilia si allontanò di un passo, tenendo il medaglione stretto contro il petto.
«La donna che mi ha cresciuta», disse piano, «mi ha raccontato che uno sconosciuto mi aveva lasciata davanti a un convento. Non sapeva chi fossero i miei genitori.»
Margherita si aggrappò al bordo del tavolo per rialzarsi.
«Come si chiamava il convento?»
«Sant’Anna.»
Il nome le tolse quasi il fiato. Ventidue anni prima, la sorella di Tommaso lavorava proprio al convento di Sant’Anna. Margherita non aveva dimenticato quel particolare, anche se fino a quel momento non aveva mai immaginato che potesse avere un legame con la scomparsa della sua bambina.
Si voltò lentamente verso il marito.
«Tu sapevi dov’era.»
«Basta, Margherita.» Tommaso allungò una mano verso il braccio di Emilia. «Dobbiamo andare.»
Ma Emilia si ritrasse prima che lui potesse afferrarla.
«Io non vado da nessuna parte», disse, con la voce spezzata.
In quel momento arrivò il direttore del ristorante. Era pallido e guardava Emilia con un’espressione che lei non riusciva a decifrare.
«Signorina Emilia», disse, «c’è un uomo fuori che chiede di lei.»
La ragazza si girò verso la vetrata.
Lungo il marciapiede era ferma un’auto nera. Accanto alla portiera c’era un uomo che osservava l’interno del locale.
Tra le mani teneva una vecchia fotografia.
Emilia riuscì a distinguere il volto della donna ritratta: era Margherita, molto più giovane, con una neonata tra le braccia.













