Il direttore invitò Emilia a raggiungere l’uomo, ma lei non si mosse.
La fotografia, dietro il vetro, era troppo lontana per distinguere i particolari; bastava tuttavia il volto di Margherita a farle tremare le mani.
Prima di uscire guardò Tommaso, ancora immobile accanto al tavolo.
«Lei conosce quell’uomo?»
«No», rispose lui troppo in fretta.
Margherita, che aveva passato anni a interpretare i silenzi del marito, riconobbe il tono con cui chiudeva le discussioni scomode.
Si voltò verso Emilia.
«Non devi fidarti di me sulla parola.
Ma non lasciare che sia lui a decidere chi puoi ascoltare.»
Emilia chiese al direttore di accompagnarli in una saletta sul retro.
Il locale stava ancora servendo il pranzo e non voleva trasformare una vicenda della sua vita in uno spettacolo per i clienti.
Il direttore annuì e mandò un collega a sostituirla.
Solo allora fece entrare l’uomo dalla strada.
Aveva poco più di sessant’anni, i capelli grigi e una giacca troppo leggera per la stagione.
Si presentò come Andrea Bellini.
Posò la fotografia sul tavolo senza avvicinarla a nessuno.
«Non sono venuto per chiedere soldi», disse.
«E neppure per sostenere che conosco tutta la verità.
Sono venuto perché mia sorella mi ha lasciato qualcosa che non doveva essere nascosto.»
Tommaso si mise davanti alla porta.
«Non è il momento di disturbare queste persone.»
«Mi hai detto la stessa cosa al telefono tre giorni fa, Rinaldi», rispose Andrea.
«Quando ti ho nominato la lettera di Viola, mi hai intimato di distruggerla.»
Margherita sentì un gelo familiare: quello delle risposte che nessuno le aveva dato dopo l’incendio.
Tommaso aveva saputo dell’esistenza di quella lettera prima di lei, e aveva tentato di farla sparire.
«Hai appena detto di non conoscerlo.»
Tommaso abbassò gli occhi.
Andrea spiegò che sua sorella Viola lavorava come infermiera nel reparto maternità dell’ospedale dove Margherita aveva partorito.
La fotografia era stata scattata poche ore dopo la nascita, quando Margherita aveva ancora la bambina tra le braccia.
Viola aveva scritto la data sul retro, prima di riporla nella busta.
Viola conservava sempre una piccola macchina fotografica per le famiglie che desideravano un ricordo.
Aveva fatto sviluppare una copia in più, convinta di potergliela consegnare al momento delle dimissioni.
Quella sera, però, era divampato l’incendio.
«Viola è morta a giugno», continuò Andrea.
«Nel suo cassetto ho trovato una busta con questa foto e una lettera indirizzata a una donna di nome Margherita Rinaldi.
Ho cercato di rintracciarla.
Tre giorni fa ho chiamato un recapito della famiglia Rinaldi, ma mi ha risposto Tommaso.
Poi ho capito che nella lettera compariva anche il nome di chi aveva cresciuto una bambina chiamata Emilia.»
Emilia si irrigidì.
«Ada Ferri?»
Andrea annuì.
«Ho trovato il tuo nome grazie a lei.
L’ho incontrata ieri.
Non mi ha detto dove lavoravi finché non le ho mostrato la fotografia.
Mi ha chiesto di venire con lei, ma stamattina non se l’è sentita.
Mi ha pregato di parlare prima con te.
Quando sono arrivato, ho riconosciuto Margherita dalla fotografia.
Non sapevo che fosse qui anche lei.
Sono rimasto fuori e ho chiesto al direttore di avvertirti.»
Emilia pensò a sua madre Ada, che quella mattina l’aveva salutata sulla soglia con un abbraccio più lungo del solito.
Non sapeva se sentirsi tradita o sollevata.
Forse Ada aveva paura quanto lei.
«Mia madre mi ha sempre raccontato la stessa storia», disse.
«Mi trovarono vicino al convento, con il medaglione al collo.
Nessun biglietto.
Nessun cognome.
Perché dovrei credere a questa fotografia?»
«Non devi», rispose Andrea.
«Devi poter controllare quello che vi mostro.»
Aprì la busta.
C’era una lettera scritta con una grafia fitta, interrotta in alcuni punti da correzioni, e un modulo sbiadito piegato dietro il foglio.
Andrea la porse a Emilia perché fosse lei a decidere se leggerla.
La giovane lesse ad alta voce soltanto la prima frase.
«A Margherita, perché sappia che sua figlia uscì viva dall’ospedale.»
Il silenzio nella stanza non somigliava a quello del ristorante.
Non era imbarazzo.
Era lo spazio creato da una frase che nessuno poteva più ritirare.
Margherita si sedette, improvvisamente incapace di reggersi in piedi.
«Che cosa significa “uscì viva”?» domandò.
Andrea raccontò che, durante l’evacuazione, Viola aveva portato la neonata in un corridoio protetto, insieme ad altri due bambini.
Un responsabile del reparto aveva ordinato di spostarli temporaneamente in una struttura vicina, perché i genitori erano stati trasferiti in aree diverse.
Viola aveva affidato la piccola a Luciana Rinaldi, dipendente amministrativa del convento di Sant’Anna, presente lì per aiutare con gli sfollati.
«Viola non era tenuta a riconoscere un parente», spiegò.
«Luciana aveva mostrato un documento e detto di essere la zia della bambina.
Prometteva di avvertire il padre appena fosse stato possibile.»
«E mio marito?» chiese Margherita.
Andrea non guardò Tommaso.
«Viola annotò il nome della persona a cui aveva consegnato la bambina.
Quando tornò al reparto, un superiore le disse che il padre era già stato informato.
Lei credette che vi avrebbero riuniti il giorno dopo.»
«Non è successo», sussurrò Emilia.
Tommaso appoggiò una mano allo schienale di una sedia.
Per la prima volta non ordinò a nessuno di smettere.
Margherita voleva urlare, ma sentiva soprattutto il bisogno di capire.
Chiese quando Viola avesse scoperto che la bambina era stata dichiarata morta.
Andrea riferì che la sorella aveva visto un elenco provvisorio delle vittime alcune settimane più tardi.
Aveva chiesto spiegazioni e ricevuto un ammonimento: la pratica era stata chiusa, non spettava a lei riaprirla.
Poi aveva provato a rintracciare Luciana, senza riuscire a ottenere un incontro.
Il rimorso l’aveva accompagnata per anni.
«Se l’ha saputo», disse Margherita, «perché non mi ha cercata allora?»
«La lettera prova che ha avuto paura e che se n’è vergognata.
Non posso darle una giustificazione migliore.»
Emilia ripiegò il foglio con attenzione.
Non voleva distruggerlo, ma neppure accettare che contenesse già la storia della sua vita.
Propose di fotografare ogni documento e conservare gli originali in un luogo sicuro.
Margherita approvò subito.
Non avrebbe più permesso a qualcuno di portar via una prova promettendole che tutto si sarebbe sistemato.
Poi Emilia arrivò all’ultima pagina della lettera.
Sotto la firma di Viola era riportata una riga copiata dal registro d’emergenza: «Neonata Rinaldi, consegnata viva alle ore 21.15 a Luciana Rinaldi».
Accanto, a matita, Viola aveva aggiunto cinque parole: «Il padre firmò il ritiro».
Margherita fissò la firma di suo marito sulla copia sbiadita allegata alla lettera.
Non sapeva ancora perché l’avesse fatto.
Sapeva soltanto che, per ventidue anni, lui le aveva insegnato a piangere una bambina che aveva lasciato uscire viva da quell’ospedale.
Per sapere come Emilia fosse arrivata a Sant’Anna, continua con la Parte 3.













