Emilia raggiunse l’appartamento di Ada Ferri prima che facesse buio.
Margherita la seguiva a qualche passo di distanza, con Andrea accanto.
Tommaso era rimasto al ristorante soltanto il tempo di recuperare la giacca.
Aveva tentato di parlare alla moglie, ma lei gli aveva chiesto di non avvicinarsi finché non fosse stata pronta ad ascoltare una spiegazione completa.
Ada aprì ancora prima che Emilia suonasse il campanello.
Aveva cinquantotto anni, una piccola cicatrice sul polso e le dita segnate da anni di lavori domestici.
Vide il volto sconvolto della figlia e fece per abbracciarla.
Emilia si lasciò stringere, poi guardò Margherita alle spalle di Andrea.
«Mamma, dobbiamo parlare di Sant’Anna.»
Ada li fece entrare senza una parola.
Nel soggiorno c’erano fotografie di Emilia a ogni età: il primo giorno di scuola, una recita con una corona di cartone, la festa dei diciotto anni.
Margherita si fermò davanti a quelle immagini.
Era la vita che non aveva visto, ma non riusciva a invidiare la donna che l’aveva accompagnata.
Ogni fotografia dimostrava che, almeno, sua figlia non era cresciuta senza amore.
«Non l’ho rubata a nessuno», disse Ada, interpretando il suo silenzio.
Margherita scosse la testa.
«Non sono qui per accusarla.
Vorrei sapere come è arrivata da lei.»
Ada aprì un cassetto e ne estrasse una cartella di plastica, consumata lungo i bordi.
Conservava copie dei documenti ricevuti quando era stata autorizzata ad accogliere una bambina che risultava priva di genitori identificati.
All’epoca viveva da sola e collaborava con un’associazione che aiutava le famiglie affidatarie.
Una responsabile le aveva parlato di una neonata ospitata temporaneamente vicino al convento di Sant’Anna.
«Mi dissero che era stata trovata davanti al cancello», spiegò.
«Aveva al collo il medaglione e nient’altro che potesse indicare il suo nome.
Io sapevo solo che nessuno era venuto a reclamarla.»
«Per quanto tempo rimase al convento?» chiese Emilia.
«Pochi giorni.
Poi fu affidata a me con i servizi competenti.
Ci furono controlli e udienze, e l’adozione arrivò più tardi.
Sono gli unici passaggi che io conoscevo.»
Emilia sfogliò i documenti.
La nascita era registrata con una data presunta, diversa di due giorni da quella scritta sulla fotografia dell’ospedale.
Il nome Emilia era stato scelto da Ada dopo i primi mesi trascorsi insieme.
Nessun certificato riportava il cognome Rinaldi.
«Non mi hai mai detto che la data poteva essere sbagliata.»
«Te l’ho detto quando eri piccola», rispose Ada.
«Poi hai cominciato a festeggiare il compleanno come tutti i bambini.
Non volevo che ogni torta fosse anche una domanda.»
Emilia rimase in silenzio.
Margherita avrebbe voluto sapere se Ada le aveva nascosto altro, ma si trattenne.
Non era il momento di trasformare il dolore di una donna nel nemico del proprio.
Andrea spiegò ciò che Viola aveva lasciato scritto.
Ada ascoltò senza interromperlo.
Quando sentì il nome di Luciana Rinaldi, però, sollevò lentamente lo sguardo.
«Luciana veniva a trovarci.»
Margherita si irrigidì.
«Quando?»
«Una volta l’anno, quasi sempre in autunno.
Diceva di collaborare con il convento e portava un pacco con libri o vestiti.
Pensavo fosse un gesto di beneficenza.
Smise quando Emilia aveva undici anni.»
Ada cercò in un’altra scatola e mostrò una fotografia scattata a una festa del quartiere.
Sul bordo, accanto a una Emilia di sette anni, compariva una donna con il cappotto grigio e la borsa stretta contro il fianco.
Margherita riconobbe Luciana senza esitazione.
La cognata aveva partecipato, nel frattempo, a compleanni e cene di famiglia, guardandola parlare della figlia perduta senza mai correggerla.
«Hai il suo numero?» domandò.
«No.
Lasciava soltanto un biglietto di auguri, senza indirizzo.»
Margherita fotografò l’immagine, chiedendo prima il permesso.
Emilia rimise la cartella sul tavolo e prese le mani di Ada.
«Se è vero quello che stiamo scoprendo, non significa che tu non sia mia madre.»
Ada pianse in silenzio.
«Ho paura che tu pensi che io sapessi.»
«Ho paura anch’io», rispose Emilia.
«Ma voglio poter fare le domande senza perdere te.»
Il giorno seguente Emilia e Margherita si presentarono all’archivio del convento, accompagnate da Andrea.
Avevano chiamato in anticipo e spiegato che cercavano un fascicolo risalente all’ottobre di ventidue anni prima.
Una responsabile, suor Caterina, accettò di verificare le registrazioni ancora conservate.
Spiegò che alcune carte erano state trasferite agli uffici pubblici e che nessuno avrebbe potuto consegnare documenti riservati senza le autorizzazioni necessarie.
Mostrò però un vecchio registro amministrativo consultabile, privo di dati relativi a terze persone.
Su una pagina del mese di ottobre compariva un’annotazione: una bambina accolta in emergenza e affidata successivamente ai servizi territoriali.
Accanto alla data qualcuno aveva scritto le iniziali L.R.
Margherita le lesse due volte.
«Luciana lavorava qui in quei giorni?»
«Sì», confermò suor Caterina.
«Ma lasciò l’incarico diversi anni fa.
Non posso rispondere delle sue decisioni personali.»
Emilia notò che una parte del registro rimandava a una busta numerata, indicata come corrispondenza esterna.
Suor Caterina controllò l’inventario e disse che la busta esisteva ancora, ma non poteva essere aperta in loro presenza senza una richiesta formale.
La giovane non protestò: dopo una vita trascorsa tra versioni incomplete, preferiva una risposta verificabile a un’altra promessa.
Emilia domandò che cosa sarebbe servito per ottenere accesso alla documentazione completa.
Suor Caterina indicò il percorso attraverso gli uffici competenti e suggerì di farsi assistere da un legale.
Margherita tirò fuori un taccuino, lo stesso su cui per anni aveva annotato date di telefonate e risposte dell’ospedale.
La maggior parte delle pagine terminava con la frase «non risultano ulteriori informazioni».
Emilia lo guardò e comprese che la donna davanti a lei non aveva semplicemente smesso di cercare.
Aveva cercato nella direzione che le era stata indicata, mentre qualcun altro conosceva una porta diversa.
Non sentì ancora il diritto di chiamarla mamma, ma smise di considerarla una sconosciuta che pretendeva un posto nella sua vita.
Prima che andassero via, la suora prese un foglio dove annotava le richieste di consultazione.
Sul margine trovò una vecchia nota riferita alla stessa busta, trascritta da chi aveva riordinato l’archivio anni prima.
Non conteneva informazioni cliniche e poté leggerne soltanto l’oggetto.
«La dicitura è questa: “Corrispondenza per Margherita Rinaldi, non recapitata”.»
Margherita impallidì.
Lei non aveva mai scritto al convento, perché non sapeva che sua figlia fosse passata da lì.
Qualcuno, dunque, aveva fatto arrivare il suo nome a Sant’Anna e aveva deciso che alcune parole destinate a una madre non sarebbero mai giunte nelle sue mani.
Che cosa conteneva quella corrispondenza? Segui la ricerca nella Parte 4.













