Teresa Malaguti abitava in una casa al pianterreno con le persiane verdi, a tre strade dalla scuola elementare.
Aprì dopo il secondo campanello, con un grembiule a fiori e un’espressione che riconobbi subito: era la stessa con cui ci osservava da ragazze quando Mara e io ridevamo troppo forte durante il turno.
«La figlia di Sergio», disse.
«Lidia. E questa è Chiara, mia figlia».
«Lo so chi siete. Il paese non è poi così grande».
Ci lasciò entrare, ma soltanto dopo aver chiesto se fossimo lì per vendere qualcosa.
Sul mobile del corridoio teneva fotografie di nipoti, una pianta di basilico e una sveglia ferma alle sei e venti.
Ci sedemmo al tavolo mentre preparava una tisana che nessuna delle due aveva chiesto.
Teresa guardò le copie dei cedolini e il quaderno di mia madre senza toccarli.
«Quando nel 1982 ci dissero che i soldi erano spariti, mio marito lavorava a chiamata. Avevo due figli. Mia figlia maggiore doveva cominciare la scuola e le dissi che i quaderni nuovi sarebbero arrivati a Natale. Lei si vergognava a portare quelli consumati».
Chiara abbassò gli occhi.
«Mi dispiace», disse.
«Non siete voi che mi dovete i quaderni», rispose Teresa. «Ma era ora che qualcuno venisse a chiedermi com’era andata».
Le domandai del denaro consegnato in seguito da mia madre.
Teresa annuì.
«Venne due volte con una busta. La prima non la presi, perché pensavo che volesse comprarci il silenzio. La seconda mi disse soltanto: ‘Sono soldi tuoi, Teresa’. Li accettai per pagare la legna. Non mi spiegò dove li avesse presi».
«Ti disse mai che Mara non aveva rubato?»
«No. Ma ogni volta che qualcuno la chiamava ladra, tua madre cambiava espressione. Io non sapevo che cosa significasse. Ero troppo arrabbiata per cercarlo di capire».
Teresa aprì un armadietto e ne estrasse una cartellina di plastica rossa.
Dentro c’era il suo piccolo quaderno delle ore, macchiato di caffè, con le settimane dell’autunno segnate a penna blu.
Accanto a una data aveva scritto: «Rina dice di aspettare. Mara vuole parlare».
«Questo lo tengo io», disse. «Ma puoi fotografarlo. E se racconterai che aspettammo mesi per parte del salario, puoi usare il mio nome. Non voglio che i miei nipoti pensino che me lo sono sognato».
Fu la prima persona a darci un permesso così chiaro.
Non le chiesi di perdonare mio padre e non tentai di spiegare che aveva attraversato tempi difficili.
Per una volta lasciai che un’altra donna concludesse il racconto senza interromperla.
Vittorio, l’ex impiegato, fu meno semplice da incontrare.
Aveva ottantotto anni e viveva con una sorella che inizialmente ci disse di non affaticarlo.
Quando udì dall’altra stanza il nome della fabbrica, uscì con le pantofole e pretese di sapere perché fossimo lì.
«Sergio è morto da anni. Cosa volete da lui?»
«Niente che possa risponderci», dissi. «Vogliamo sapere se furono registrate come pagate somme che non erano mai state consegnate».
Ci guardò a lungo.
Poi ammise che nel 1982 erano stati modificati alcuni prospetti per convincere un fornitore a prorogare le scadenze.
Non ricordava ogni cifra e non voleva che il suo nome finisse sul giornale.
Ma ricordava che non era stata presentata alcuna prova di una sottrazione di contanti da parte di Mara.
«Io ero un dipendente», disse più volte.
«Lo erano anche loro», risposi.
Rimasi sorpresa dal tono della mia risposta.
Non avevo più diciannove anni e non c’era un padre dietro la mia spalla a suggerirmi la parte da prendere.
Vittorio tornò lentamente in casa e ci lasciò sul tavolo della veranda una vecchia copia di un prospetto con due correzioni a mano.
«Fotografate quello. Ma scrivete che i miei ricordi non sostituiscono i documenti. E che anch’io firmavo senza fare troppe domande».
Chiara raccolse le immagini sul suo telefono e le salvò in una cartella con le date e il nome di chi ci aveva autorizzate a conservarle.
Aveva lavorato per anni in amministrazione e sapeva che un racconto perde credibilità quando confonde un’impressione con una prova.
Io le ero grata soprattutto perché, quando non sapevo da dove cominciare, non prendeva il controllo: mi chiedeva che cosa avremmo dovuto fare dopo.
Il pomeriggio andammo al capannone.
Aprii il portone laterale e un odore di polvere, olio vecchio e cartone umido mi raggiunse come una persona che avesse aspettato troppo.
Le macchine da cucire industriali erano state vendute quasi tutte; restavano due tavoli, scaffali metallici e una lavagna con un numero scritto a gesso.
Un raggio di luce attraversava la vetrina dove un tempo Mara aveva attaccato il nostro foglio storto.
Chiara misurò con gli occhi gli spazi.
«Il signor Neri vuole togliere il capannone e fare quattro appartamenti. Non credo sia disposto a trasformarlo in un museo».
«Non voglio un museo», risposi. «Vorrei che qui, prima di chiudere, potessero parlare le persone a cui non abbiamo mai lasciato il turno di parola».
Ci sedemmo sul vecchio banco taglio e parlammo dei soldi.
Chiara aveva visitato tre case; soltanto quella di via degli Olmi era davvero sostenibile con il suo stipendio e l’anticipo che le avevo promesso.
Il proprietario non avrebbe aspettato indefinitamente.
Io avevo una piccola pensione e risparmi sufficienti per la mia vita, non per risolvere da sola i problemi di due generazioni.
«Non ti chiedo di sacrificare la tua casa per un gesto», le dissi. «Ti chiedo di aiutarmi a fare un gesto che non sia vuoto».
Chiara si sfregò il viso con entrambe le mani.
«Allora diamo una data. Una sola. Invitiamo chi vuole venire, ascoltiamo, registriamo le testimonianze se sono d’accordo. E poi decidiamo con i numeri sul tavolo, non con la nostalgia».
La guardai e riconobbi in lei qualcosa che non veniva né da mio padre né da me.
Era la capacità di voler bene senza fingere che l’affetto bastasse a pagare le bollette.
Scrivemmo un invito semplice: «Prima della chiusura della Confezioni Bassi: incontro delle persone che vi hanno lavorato e delle loro famiglie. Testimonianze, fotografie e documenti, soltanto con il consenso di chi li porta».
Niente accuse nel titolo, niente cerimonia di assoluzione, niente promessa di giustizia che non avremmo saputo mantenere.
Portammo l’invito a Rina, a Teresa e ad altre tre ex operaie che riuscimmo a rintracciare.
Due non vollero partecipare; dissero che non desideravano riaprire una ferita ormai chiusa.
Rispettammo quel rifiuto e chiedemmo di poter menzionare soltanto il loro lavoro, non la loro storia personale.
Una terza, Bianca, ci consegnò una fotografia del gruppo davanti a una macchina da stiro e disse che sarebbe venuta con suo nipote.
Quando telefonai a Mara per dirle della riunione, rimase silenziosa.
«Non venire perché senti di dovermi qualcosa», dissi. «Vieni soltanto se vuoi farlo».
«Non lo so ancora», rispose. «Ho speso molto tempo a costruire una vita in cui quel cancello non contasse più».
«Lo capisco».
«Non puoi capirlo fino in fondo, Lidia. Ma puoi rispettarlo».
Le promisi che avrei lasciato aperta la possibilità di scegliere fino all’ultimo.
Dopo aver riattaccato, guardai la grande vetrina senza il foglio dei nomi e capii che il nostro problema non era trovare un pubblico.
Era capire se avremmo avuto il coraggio di dire la verità anche nel caso in cui Mara non fosse venuta a salvarci con la sua presenza.
Giovedì, davanti a quelle donne, avrei dovuto trovare parole capaci di restare vere anche se il posto di Mara fosse rimasto vuoto.
Avremmo trovato il coraggio di leggere i nomi davanti a tutte? Continua con la Parte 7.













