A Ravenna pioveva leggermente e i portici odoravano di pietra bagnata.
Trovai il laboratorio di Mara in una strada laterale, fra un negozio di riparazioni di biciclette e una piccola alimentari.
Sulla vetrina non c’era un marchio vistoso.
C’era scritto «Riparazioni Conti», e sotto, su un cartoncino, «La durata di un vestito dipende anche da chi se ne prende cura».
Rimasi fuori diversi minuti.
Avevo preparato durante il viaggio almeno sei discorsi diversi e nessuno sopravvisse alla vista di quella vetrina.
Entrai quando una cliente uscì con una gonna piegata sul braccio.
Mara era in piedi dietro un banco di legno, con un metro da sarta attorno al collo.
Aveva i capelli completamente bianchi, tagliati corti, e portava occhiali legati con un cordino blu.
La riconobbi da un movimento quasi invisibile: prima di parlare, passava il pollice sull’indice come se controllasse la consistenza di una stoffa.
Mi guardò senza alzarsi.
«Sei venuta».
«Sì».
«Hai trovato i tre punti?»
«Li ho trovati».
Indicò una sedia vicino alla finestra.
Non ci abbracciammo.
Mi ferì, per un istante, poi provai vergogna per essermelo aspettato.
Sul banco c’erano un paio di pantaloni da accorciare, un giocattolo di stoffa con una zampa scucita e una pila di ricevute.
La vita di Mara non era rimasta ferma in attesa che io la raggiungessi.
C’erano stati lavori, bollette, persone a cui aveva dato una mano.
Mi accorsi di quanto poco avessi diritto di entrare e chiedere che tutto riprendesse da dove lo avevamo lasciato.
«Rina mi ha raccontato qualcosa», cominciai.
«Rina ti ha raccontato ciò che sa. Io posso dirti ciò che ricordo. Non pretendo che basti».
Le mostrai la fotografia delle operaie.
Mara la prese e passò un dito sopra un volto vicino al centro.
«Giuseppina. Aveva sempre le tasche piene di caramelle all’anice. Morì che non aveva ancora sessant’anni».
Non pronunciò il nome di mio padre finché non glielo chiesi.
«Perché pensi che abbia fatto tutto questo?»
«Perché i conti non tornavano da mesi. Aveva comprato stoffa a credito sperando di rientrare con l’ordine grande. Il grossista ritardò. Tuo padre spostò sui pagamenti dei fornitori i soldi che avrebbero dovuto coprire le nostre paghe. Poi cominciò a segnare come consegnate somme che non avevamo visto».
«Lo hai scoperto tu?»
«Io ho notato le ore. Adriana aveva già visto i numeri. Quando sono entrata da lei con il quaderno, mi ha chiesto di lasciarglielo per confrontarlo con il registro. Sergio ci ha sorprese. Si è infuriato, ma non subito per il quaderno. Perché tua madre gli aveva detto che avrebbe parlato con le operaie».
Mara piegò la fotografia e la posò delicatamente.
«Il giorno dopo disse che era sparita una somma dalla cassa. A voce. Non ci mostrò un verbale, una denuncia o un conto. Eppure bastò. Io ero quella che faceva domande, quella povera, quella senza un padre capace di proteggermi».
Ricordai mio padre pronunciare la parola «ingratitudine», come se fosse più grave della mancanza di denaro.
«Ma perché non sei rimasta a difenderti?»
Mara alzò gli occhi.
«Mi sono difesa. Sei tu che non mi hai sentita».
La frase rimase fra noi, senza che potessi spostarla da nessuna parte.
«Mi dissero che avevi confessato», balbettai.
«Chi te lo disse?»
Aprii la bocca e non uscì nulla.
Perché sapevamo entrambe la risposta.
Mara mi parlò della settimana successiva all’accusa.
Un sarto di Ravenna, che lavorava con sua zia, le aveva offerto un posto provvisorio; partì con una valigia di vestiti e pochi attrezzi.
Per mesi la sua famiglia ricevette telefonate in cui qualcuno consigliava di restituire il denaro.
Il fratello minore, Nico, smise di andare a prendere la corriera davanti alla fabbrica perché i ragazzi gli gridavano «fratello della ladra».
«Nico adesso è un nonno», disse. «Ha una nipotina che fa ginnastica artistica. Non conosce neppure i nomi di chi gli gridava dietro. Ma ancora evita di passare da quella strada».
Le chiesi se avesse avuto una bella vita.
Non sapevo come porre quella domanda senza farla sembrare una richiesta di assoluzione.
«Una vita mia», rispose. «Ho sposato Dario. Era un uomo lento a parlare e velocissimo ad aiutare. Abbiamo condiviso trent’anni buoni. È morto sette anni fa. Dopo di lui ho imparato di nuovo a preparare il caffè per una persona sola. Ci sono stati giorni felici. Non te li devo raccontare tutti perché tu creda al dolore degli altri».
Mi si riempirono gli occhi di lacrime.
«Mi dispiace, Mara. Non ho una frase abbastanza grande».
«E allora non cercarla».
Mi offrì acqua, non per gentilezza formale ma perché aveva visto che tremavo.
Bevvi dalla tazza scheggiata che mi porse.
«Perché proprio adesso?» le domandai.
«Ho saputo della vendita da un articolo sul giornalino locale. C’era scritto che la Confezioni Bassi aveva dato stabilità e lavoro al paese per mezzo secolo. Non era tutto falso. Ma non era tutto vero. E sotto c’era una fotografia della vetrina, senza un solo nome di operaia».
«Avresti potuto mandarmi le prove anni fa».
«Avrei potuto. Ma per molto tempo non volevo più avere niente a che fare con quella storia. Poi ho pensato che non dovevo permettere alla mia stanchezza di decidere anche per Teresa, Rina e tutte le altre».
Le chiesi che cosa si aspettasse da me.
Mara indicò il metro intorno al collo.
«Sai quanto serve per accorciare un pantalone? Una misura giusta, una mano ferma e la volontà di disfare la cucitura sbagliata. Con un paese intero non è così semplice. Non ti sto chiedendo di salvare un edificio. Ti sto chiedendo di non consegnare ai nuovi proprietari una storia ripulita».
Le raccontai di Chiara, dell’appartamento a cui sperava di arrivare con i soldi della vendita e di mia nipote Nina, che ogni sera si addormentava sul divano letto.
Mara ascoltò senza cambiare espressione.
«Tua figlia non deve pagare il prezzo di un errore che non ha fatto», disse. «Ma neppure deve ereditarne una versione falsa».
Prima che uscissi mi mostrò un cassetto pieno di cartamodelli accuratamente ripiegati.
Su una cartellina lessi «Cappotti, 1982».
«Ne ho conservato il disegno», spiegò. «Non perché sognassi ancora il nostro negozio. Per ricordarmi che un vestito può avere tasche e tuttavia chi lo cuce può non avere un posto dove mettere la propria verità».
Mi accompagnò alla porta, poi mi richiamò.
«Cerca fra le carte di tua madre. Non quelle che teneva in fabbrica. Le sue, quelle che portava a casa. Lei aveva cominciato a scrivere, dopo che me ne andai».
«Ti ha detto che cosa?»
Mara scosse la testa.
«No. Ma una volta, molti anni dopo, mi mandò un biglietto. Diceva: ‘Non ho saputo scegliere quando dovevo. Non voglio che anche Lidia viva dentro la mia paura’. Io non risposi. Allora non potevo».
Uscii sotto la pioggia con la sensazione di non aver trovato un’amica perduta, ma una persona reale che avevo smesso di conoscere proprio quando avrebbe avuto bisogno di me.
E mi accorsi che tornare a casa significava aprire, una per una, le scatole che avevo lasciato chiuse dopo la morte di mia madre.
Da qualche parte, sotto il letto della camera degli ospiti, mi aspettavano le due scatole che non avevo osato aprire per diciotto anni.
Che cosa aveva lasciato mia madre in quelle scatole? Continua con la Parte 5.













