Nell’estate del 1982 il nostro paese, Borgo della Riva, profumava di tigli, gasolio e pomodori stesi al sole sui balconi.
La Confezioni Bassi occupava un capannone basso dietro la strada principale, con una vetrina minuscola in cui mia madre esponeva i modelli migliori.
Io lavoravo lì dopo il diploma, ufficialmente in ufficio, in realtà ovunque servissero due mani.
Mara era entrata da noi a sedici anni come apprendista.
Suo padre riparava biciclette e sua madre faceva pulizie in tre case; non parlavano mai di soldi senza abbassare la voce.
Mara invece ne parlava con una precisione quasi allegra.
«Un vestito può essere bello quanto vuoi», diceva, «ma se chi l’ha cucito non riesce a pagare il pane, c’è qualcosa di storto nel modello».
Io le chiedevo sempre di parlare più piano quando mio padre passava.
Lei mi rispondeva che una cosa vera non diventava meno vera pronunciandola sottovoce.
Era questa la differenza fra noi: Mara entrava nelle stanze come se avesse diritto di esserci, io chiedevo permesso anche quando erano stanze di casa mia.
Mio padre Sergio era un uomo alto, con le mani grandi e i capelli pettinati all’indietro.
Nel paese lo salutavano tutti, dal farmacista al parroco, perché aveva dato lavoro a venti famiglie quando gli altri laboratori chiudevano.
A tavola ricordava spesso che i dipendenti si giudicano dalle mani e non dalle parole.
Solo più tardi avrei capito quanto potesse essere comoda quella regola per chi decideva quali parole fossero ammesse.
Mia madre Adriana teneva i registri contabili e aggiustava gli errori dei tagliatori.
La vedevo chinarsi sulle carte fino a sera, poi rimettere in ordine i bottoni caduti nella giornata.
Non alzava mai la voce, neppure quando mio padre le rispondeva male.
Io chiamavo quella pazienza amore, perché non conoscevo ancora altri nomi.
Con Mara avevamo un progetto che sembrava gigantesco soltanto a noi.
Volevamo aprire un giorno un laboratorio con una vetrina abbastanza grande da mostrare non soltanto gli abiti, ma anche i nomi di chi li cuciva.
Ci eravamo stancate di vedere il marchio Bassi ricamato sul collo di ogni cappotto e nessuna traccia di Rina, Teresa, Bianca, Giuseppina.
Una sera, dopo che le macchine si furono fermate, prendemmo un foglio e disegnammo una lunga lista di nomi sotto la scritta «Fatto da mani vere».
La attaccammo dall’interno al vetro per guardare l’effetto dalla strada.
Mara rise perché il foglio era storto, io perché lei aveva scritto il suo nome più piccolo di tutti.
«Prima o poi lo faremo sul serio», dissi.
«Non basta appenderli. Dobbiamo essere capaci di dire quanto vale ciascuna di quelle ore».
«Allora scriveremo anche quelle».
Mara tese il mignolo, poi ci ripensò e mi porse il palmo, sporco di gesso da sarto.
«Con una stretta vera, Lidia. Le promesse non sono giocattoli».
Le presi la mano.
Non sapevo che per mantenerla avrei dovuto, molti anni dopo, rinunciare all’idea che mio padre fosse stato un uomo giusto.
In settembre arrivò un ordine importante, cinquecento cappotti per un grossista che pagava a consegna.
In reparto si lavorò fino a tardi, e Mara propose di usare gli avanzi del tessuto per un nostro campione.
Aveva trovato una lana color prugna che non piaceva a nessuno perché troppo insolita.
«Faremo un cappotto che non chiede scusa di essere visto», annunciò.
Dentro volle cucire due tasche larghe, una sopra il cuore e l’altra poco più in basso.
Disse che le donne passavano la vita a portare cose per gli altri e che meritavano un posto anche per le proprie.
Sul bordo nascosto facemmo tre piccoli punti rossi, un marchio comprensibile soltanto a noi.
Le cose cominciarono a guastarsi con il primo ritardo nelle paghe.
Mio padre spiegò che il grossista aveva chiesto una proroga e che l’azienda non poteva anticipare tutto.
Prometteva di sistemare ogni cosa dopo una settimana.
Le operaie continuarono a lavorare, alcune per fiducia, altre perché perdere anche il lavoro avrebbe peggiorato tutto.
Mara iniziò a tenere un suo quaderno delle ore.
Non era un gesto di rivolta; era ciò che aveva visto fare a sua madre quando puliva case dove qualcuno «dimenticava» una mattina di lavoro.
Rina la aiutò a raccogliere le annotazioni, senza sapere che quelle pagine sarebbero diventate pericolose.
Un giorno Mara mi mostrò due colonne: le ore firmate dalle operaie e quelle trascritte sul registro ufficiale.
Non coincidevano.
In certi casi mancava quasi un terzo del lavoro, in altri le paghe risultavano annotate come già consegnate.
«Devi mostrarle a tuo padre», mi disse.
«Potrebbe esserci un errore».
«Appunto. Se è un errore, lo correggerà».
Andai nell’ufficio con il quaderno, ma lo riportai fuori senza averglielo fatto vedere.
Mio padre aveva ricevuto una telefonata e stava parlando con il fornitore di stoffe.
Quando mi vide sulla soglia, mi disse con durezza di non intralciare chi tentava di salvare tutti dal fallimento.
Avrei potuto tornare più tardi.
Non lo feci.
Quella fu la prima delle piccole scelte che per anni mi raccontai come inevitabili.
Il quindici ottobre Mara entrò nella sala taglio con la faccia tesa.
Disse che avrebbe chiesto spiegazioni per le ore mancanti insieme a Rina e a Teresa.
Io la pregai di aspettare che finissimo la consegna, perché mio padre era nervoso e temevo una lite.
«Tu hai paura della sua rabbia», mi rispose, «noi abbiamo paura di non comprare da mangiare. Non sono due paure uguali».
Fu l’unica volta che mi parlò senza cercare di addolcire niente.
Io la presi come un’offesa.
La sera stessa, prima di andarmene, vidi la luce accesa nello studio di mia madre e sentii mio padre dire una frase attraverso la porta socchiusa.
«Se quei numeri escono da qui, non ci sarà più una fabbrica da difendere».
Mia madre non rispose subito.
Poi la sentii chiedere:
«E quale fabbrica rimane, Sergio, se per tenerla in piedi dobbiamo mentire a chi ci lavora?»
Mi allontanai prima di conoscere la risposta.
Due giorni dopo, quando mio padre annunciò la scomparsa del denaro destinato alle paghe, Mara era già diventata la persona più semplice da accusare.
Ci vollero quarantaquattro anni e un cappotto restituito perché qualcuno mi mostrasse ciò che quella sera avevo preferito non sapere.
Se vuoi sapere che cosa Rina conservò di quei giorni, passa alla Parte 3.













