Rina arrivò la mattina seguente su una piccola automobile color sabbia, guidata dal nipote.
Camminava piano, appoggiandosi a un bastone con il manico consumato, ma prima ancora di sedersi mi chiese di mostrarle il cappotto.
Lo accarezzò lungo la manica incompleta, esattamente dove una volta aveva corretto il nostro primo errore di taglio.
«Vi avevo detto che quel modello sarebbe durato», mormorò.
«Non credevo che intendessi così tanto».
Per un istante sorrise.
Poi tirò fuori dalla borsa una cartellina con alcuni fogli protetti da involucri trasparenti e li posò accanto alla striscia di cotone.
Non erano prove spettacolari: due cedolini senza firma, una pagina di quaderno e una fotografia sbiadita delle donne davanti alla fabbrica.
Erano però cose che qualcuno aveva conservato quando tutti gli altri preferivano dimenticare.
«Cominciamo dall’inizio», disse.
Le preparai un caffè che quasi non toccò.
Avevo passato la notte ripensando alla frase di mia madre e costruendo spiegazioni che non facessero di mio padre un bugiardo.
Forse aveva trovato il denaro più tardi.
Forse Mara aveva rubato soltanto una parte.
Forse mia madre aveva confuso i giorni.
Rina non cercò di rendermi facile l’ascolto.
«La mattina in cui tuo padre disse che mancavano i soldi, nessuno aveva visto una busta paga in contanti. Lo ricordi?»
«Ricordo che disse di aver preparato tutto».
«Disse. Non mostrò niente. Noi avevamo lavorato abbastanza da non poterci permettere una settimana in più senza salario».
Mi indicò il primo cedolino.
Era intestato a Teresa Malaguti e recava l’indicazione di un pagamento che Teresa aveva negato di aver ricevuto.
Sul retro, nella calligrafia di mia madre, era annotato: «Da verificare».
«Dopo l’assemblea ho cercato Teresa. Mi disse che sua figlia aveva bisogno dei libri per la scuola e che se avesse protestato ancora tuo padre l’avrebbe licenziata. Io continuai a lavorare. Non sono innocente nemmeno io».
La guardai.
Rina non parlava come una donna venuta a vendicarsi; sembrava qualcuno che aveva smesso di nascondersi dietro gli anni.
Le chiesi perché non avesse raccontato tutto allora.
Si sistemò le mani sul bastone prima di rispondermi.
«Perché sapevo soltanto la metà della storia. Perché ero caporeparto e avevo promesso alle altre che sarei riuscita a farci pagare. E perché una donna con tre figli piccoli non si sente coraggiosa come vorrebbe».
Ricordai che suo marito era stato malato per molto tempo e che lei era l’unica ad avere uno stipendio sicuro.
Da ragazza mi ero sempre immaginata il coraggio come una parola detta forte.
Davanti a Rina capii quanto spesso assomigliasse, invece, a una somma fatta al tavolo della cucina.
«Che cosa accadde a Mara?»
Rina abbassò gli occhi sul cappotto.
«Il sedici ottobre entrò nell’ufficio con il suo quaderno. Voleva confrontare le ore con quelle registrate da Adriana. Tua madre le aveva dato il permesso. Sergio entrò durante la discussione, vide i fogli e ordinò a Mara di consegnarglieli. Lei rifiutò».
Ricordavo le urla, ma non il motivo.
Mio padre era apparso in reparto tenendo in mano un mazzo di chiavi.
Aveva detto che il denaro per gli stipendi non era più nella cassetta dell’ufficio e che qualcuno aveva approfittato della confusione.
Poi aveva chiesto chi fosse stato visto uscire per ultimo.
«Fui io a rispondere», dissi.
«Sì. Ma prima ti aveva chiesto di venire davanti a tutti. Ti aveva messo una mano sulla spalla».
Non avevo mai pensato a quel gesto.
Lo ricordavo come una protezione, il modo in cui un padre si appoggia alla figlia nei momenti difficili.
Adesso mi appariva anche come una richiesta pubblica di schierarmi.
«Io dissi la verità», protestai, odiando il suono infantile della mia voce.
«Dicesti una cosa vera. Non è sempre la stessa cosa che raccontare tutta la verità».
Rina non pronunciò la frase per ferirmi.
Eppure fu il primo colpo preciso che ricevetti quella mattina.
Mi raccontò che Mara aveva cercato di mostrare il quaderno, ma mio padre aveva ordinato di chiudere la discussione finché non si fossero calmati gli animi.
Le donne avevano abbassato gli occhi; alcune per timore, altre perché non volevano credere che il datore di lavoro le stesse ingannando.
Mara se n’era andata il giorno dopo, non perché qualcuno avesse provato il furto, ma perché ogni parola scambiata sopra le macchine la chiamava ladra.
«E il cappotto?»
«Adriana lo portò a casa per una sera. La mattina dopo andò alla fermata dell’autobus con la sacca. Le disse di tenerlo. Non so tutto quello che si dissero, ma so che tua madre cucì quella striscia dentro l’orlo».
Sentii una fitta di rabbia improvvisa.
Non soltanto contro mio padre.
Contro una madre che aveva saputo e non mi aveva parlato, nemmeno quando ero abbastanza grande da sentire una verità spiacevole.
«Perché?»
«Dovresti poterlo chiedere a lei», rispose Rina. «Ma non puoi. E io non voglio inventarle delle scuse».
Passò un minuto durante il quale sentimmo soltanto il frigorifero accendersi.
Poi Rina estrasse dalla cartellina la fotografia.
Sotto la vetrina della Confezioni Bassi erano schierate diciassette donne, con grembiuli, scarpe basse e facce stanche di fine turno.
Io ero all’estremità destra, Mara alla sinistra, quasi tagliata fuori dall’inquadratura.
«Se vendi, fallo», disse Rina. «Un muro non vale più della tua famiglia. Ma non lasciare che il paese continui a dire che quelle donne furono pagate e che la colpa fu di Mara».
«Ci sono altre prove?»
«C’è chi può ricordare. C’è Teresa, che abita ancora vicino alla vecchia scuola. E c’è Vittorio, l’impiegato che allora seguiva i fornitori. Ma non so se vorranno esporsi».
«E Mara?»
Rina guardò la vetrata che dava sul cortile.
«Vive a Ravenna. Ha un piccolo laboratorio vicino alla stazione. Non vuole che tu la cerchi per farti perdonare in cinque minuti. Ti ha mandato il cappotto perché teme che dopo la vendita nessuno faccia più domande».
Quando se ne andò, rimasi davanti alla fotografia per molto tempo.
Avevo conosciuto quei visi per anni senza sapere quanti di loro avessero taciuto per arrivare al mese successivo.
Telefonai a Chiara per dirle che sarei partita il giorno dopo.
«Dove vai, mamma?»
«A parlare con la persona alla quale ho fatto più male quando avevo la tua età».
«È successo qualcosa di grave?»
Guardai la firma di mio padre stampata sul cedolino di Teresa.
«Credo di avere passato quarantaquattro anni a chiamare grave la cosa sbagliata».
Il giorno dopo avrei scoperto se Mara era disposta almeno ad aprirmi la porta.
Mara mi avrebbe almeno ascoltata? Scoprilo nella Parte 4.













