Il corriere mi consegnò un cappotto da donna il giorno in cui avevo deciso di vendere la vecchia sartoria di mio padre.
Non arrivò in una scatola elegante, ma dentro una sacca di stoffa chiusa con uno spago da cucina.
Sul cartellino qualcuno aveva scritto soltanto: «Per Lidia. Prima che spariscano anche i muri».
Avevo sessantatré anni, un ginocchio che annunciava la pioggia meglio delle previsioni e una figlia convinta che stessi finalmente per smettere di vivere nel passato.
La firma per la vendita era fissata al venerdì successivo.
Alle undici precise, nello studio del notaio, la Confezioni Bassi sarebbe diventata un ricordo e io avrei avuto abbastanza denaro per aiutare mia figlia Chiara a comprare una casa tutta sua.
Il cappotto era color prugna, pesante, con il collo largo e una manica rifinita a mano.
L’altra aveva ancora gli spilli sul bordo, ormai anneriti.
Non avevo bisogno di guardare l’etichetta per riconoscerlo.
Lo avevamo tagliato io e Mara Conti nell’autunno del 1982, quando eravamo due ragazze di diciannove anni convinte che un ago potesse rimettere in ordine qualunque cosa.
Era il nostro primo modello, disegnato su carta da pacchi sul retro della fabbrica.
Avevamo scelto un cappotto con tasche vere, abbastanza profonde per una paga, un mazzo di chiavi e, come diceva Mara, «un biglietto per andarsene, se serve».
Non vedevo Mara da quarantaquattro anni.
L’ultima volta era uscita dal cancello della fabbrica con una borsa sulla spalla, mentre mio padre la chiamava ladra davanti a tutte le operaie.
Io ero rimasta lì.
Avevo creduto a mio padre.
Nella sacca c’era un foglio ripiegato in quattro.
Riconobbi la scrittura inclinata di Mara prima ancora di leggere.
«Non ti chiedo di credermi. Ti chiedo di fare quello che sapevamo fare meglio: guarda sotto l’orlo».
Sotto il messaggio non c’erano un numero di telefono né un indirizzo.
C’era una piccola linea formata da tre punti di filo rosso.
Era il nostro segno, quello che mettevamo sulle cuciture importanti perché, se un capo tornava in laboratorio, sapessimo dove cercare il difetto.
Portai il cappotto sul tavolo della cucina.
Accanto alla finestra avevo ancora il cestino da lavoro di mia madre, con le forbici grandi, le punte lucidate da decenni di stoffa.
Le presi senza pensarci.
Il telefono vibrò mentre cercavo il punto giusto.
Era Chiara.
«Mamma, il geometra ha confermato che venerdì è tutto pronto. Non hai cambiato idea, vero?»
Guardai la sacca vuota sul pavimento.
«Non ancora».
«Che vuol dire non ancora?»
«Vuol dire che devo controllare una cosa».
Chiara lasciò uscire un sospiro.
Aveva trentacinque anni, una bambina di dieci e una vita intera passata a sentirsi dire che la vecchia fabbrica non poteva essere toccata perché conteneva i ricordi di famiglia.
Non potevo biasimarla se ne aveva abbastanza.
«Non ricominciare con i fantasmi del nonno, ti prego. Nina dorme ancora in soggiorno quando viene da me. Con quei soldi posso prendere l’appartamento con due camere».
«Lo so, amore. Lo so davvero».
Chiusi la telefonata promettendo di richiamarla quella sera.
Poi infilai la punta delle forbici sotto l’orlo interno e tagliai soltanto tre punti.
La fodera si aprì di pochi centimetri.
Dentro non c’erano gioielli, fotografie né lettere d’amore.
C’era una striscia di cotone sottile, arrotolata stretta, con nomi scritti a matita e piccole cifre tracciate sul retro.
La distesi sotto la luce.
Rina Sarti. Ottantasei ore.
Teresa Malaguti. Centododici.
Adriana Bassi. Quarantadue.
Mara Conti. Centoventiquattro.
Accanto ai nomi, in un’altra colonna, era ripetuto lo stesso segno: uno zero.
In fondo alla lista, sulla riga delle annotazioni, lessi una frase che mi costrinse a sedermi.
«La cassa era già vuota prima che Mara entrasse. A. B.»
Quelle iniziali erano di mia madre.
Aveva lavorato nell’ufficio di mio padre per venticinque anni e non aveva mai messo in discussione pubblicamente una sua parola.
Era morta senza parlarmi di quel foglio.
Mi tornò alla mente un pomeriggio del 1982, la sala taglio piena di voci, mio padre con le nocche bianche appoggiate alla scrivania.
Sentii di nuovo Mara gridare che non aveva preso niente.
E me stessa, più giovane e più spaventata di quanto avessi mai ammesso, dire che l’avevo vista uscire dall’ufficio dopo l’orario di chiusura.
Era vero.
L’avevo vista.
Solo che non avevo mai saputo che cosa fosse successo prima.
Rimise a suonare il telefono.
Questa volta sul display apparve un numero sconosciuto.
Risposi senza togliere gli occhi dalla striscia di cotone.
«Pronto?»
Una voce femminile, graffiata e calma, disse:
«Lidia? Sono Rina Sarti. Mi hanno detto che hai ricevuto il cappotto».
Il nome mi riportò l’odore del vapore sui tavoli da stiro e il rumore delle macchine prima dell’alba.
Rina era stata la caporeparto, la donna che mi aveva insegnato a non tagliare il filo troppo vicino al nodo.
«Come fai a saperlo?»
«Perché sono stata io a convincere Mara a mandartelo. E perché ci sono cose che tua madre mi ha chiesto di raccontarti, quando avessi avuto il coraggio di ascoltare».
Dalla finestra vidi il sole illuminare il capannone chiuso in fondo al cortile.
Per tutti quegli anni avevo considerato quel luogo l’unica cosa pulita lasciatami da mio padre.
Rina rimase in silenzio finché non trovai la voce per rispondere.
«Vieni domani», dissi. «Porta tutto quello che sai».
«Verrò. Ma prima promettimi una cosa: non cercare di decidere da sola chi aveva ragione. È così che è cominciato tutto».
Appoggiai le forbici sul tavolo.
Per la prima volta da quarantaquattro anni, non sapevo più da quale parte della storia mi trovassi.
Quella notte, in attesa di Rina, ripensai alla vecchia vetrina e al foglio di nomi che Mara e io avevamo appeso quando credevamo di poter cambiare le cose senza sfidare nessuno.
Per capire che cosa si spezzò davanti a quella vetrina, continua con la Parte 2.













