Beatrice non toccò il documento.
Aveva imparato che un foglio poteva sembrare autentico e raccontare una menzogna, proprio come una persona seduta al tavolo di famiglia.
«Matteo non mi avrebbe nascosto nostro figlio», disse a Elena. «Ma non voglio che vi fidiate soltanto di quello che credo.»
Portò agli investigatori alcuni atti firmati dal marito negli anni precedenti, insieme a una lettera scritta a mano poche settimane dopo la scomparsa.
In quella lettera Matteo raccontava a un vecchio amico di aver percorso tre province cercando tracce di Alessio.
Aveva aggiunto una frase semplice: «Non so più dove guardare, ma non smetterò.»
La lettera non cancellava la firma sul modulo.
Era, però, incompatibile con il racconto di un padre che avesse tranquillamente consegnato il figlio a un’altra famiglia.
Gli esperti avrebbero confrontato gli originali, la carta e l’inchiostro.
Per il momento Elena poteva soltanto dire che l’atto presentava incongruenze formali e non risultava protocollato presso gli uffici indicati.
Beatrice tornò a casa con la sensazione di aver difeso Matteo per entrambi.
Nei giorni successivi, Nico cominciò a prendere confidenza con Sara.
La prima volta che disegnò qualcosa, raffigurò una casa con le persiane verdi e tre finestre.
Nella più alta mise una figura piccola con un grembiule a righe.
«È Rosa», spiegò. «Quando stava male, facevo il tè io.»
«E tu dove sei?»
Nico tracciò un puntino vicino alla porta.
«Qui. Aspetto.»
Sara non interpretò quel disegno davanti a lui.
Lo conservò tra le attività e chiese al bambino se voleva aggiungere altro.
Nico disegnò una bicicletta che non aveva mai posseduto, perché gli piaceva immaginare di andare fino al lago.
Beatrice lo incontrò di nuovo in una sala luminosa, insieme a Sara.
Non gli portò vestiti costosi né giocattoli enormi.
Gli chiese se desiderava ascoltare una storia.
Nico scelse un racconto sugli animali e interruppe la lettura tre volte per correggere le voci che lei faceva.
«Il gatto non parla così.»
«E come parla?»
Lui imitò un miagolio assurdo.
Beatrice rise, sorprendendosi del suono della propria risata.
Per alcuni minuti non pensarono al medaglione, a Giulia o ai documenti.
Alla fine Nico la fermò sulla soglia.
«Se sono il bambino della foto, devo andare a vivere con te?»
«Non lo so ancora», rispose Beatrice. «So soltanto che non devi decidere niente oggi.»
Beatrice avrebbe voluto aggiungere che una casa lo aspettava da anni.
Si fermò, perché quella era la verità di un’adulta, non necessariamente quella di Nico.
Lui conosceva il rumore della porta di Rosa, il posto dei bicchieri e le mattine in cui il treno delle sette faceva tremare i vetri.
Nell’appartamento di Beatrice non c’era nessuno di quei suoni.
Capì che offrirgli una stanza non sarebbe bastato: avrebbe dovuto permettergli di portare con sé la sua vita, anziché fargli credere che dovesse rinunciarvi per essere amato.
«E Rosa?»
«Rosa conta nella tua vita. Non voglio far finta che non esista.»
Il piccolo si morse il labbro e non disse altro.
Ma quella volta la seguì con gli occhi finché non uscì.
Due settimane dopo il ritrovamento, arrivarono i risultati degli accertamenti genetici autorizzati nell’ambito dell’indagine.
Elena chiamò Beatrice in ufficio e le fece trovare una sedia.
Non sorrise prima di averle spiegato che cosa fosse stato confrontato e con quali garanzie.
Il profilo genetico di Nico era compatibile con quello del figlio biologico di Beatrice, con un grado di certezza tale da confermare la parentela materna.
Le verifiche anagrafiche e investigative stavano inoltre ricostruendo l’identità originaria del bambino.
Beatrice rimase in silenzio.
Per nove anni aveva desiderato una frase che mettesse fine all’incertezza.
Ora quella frase le sembrava troppo grande per entrare nella stanza.
Avrebbe voluto chiamare Matteo, dirgli di tornare subito e mostrargli il foglio.
Il suo numero non esisteva più.
«È Alessio», sussurrò.
«È suo figlio», confermò Elena. «Ma per lui il nome con cui è cresciuto resta Nico. Dovremo proteggerlo anche da uno sconvolgimento troppo rapido.»
Beatrice annuì.
Pianse piano, senza nascondere il viso.
Stavolta non c’era un bambino costretto a ricevere il peso delle sue lacrime.
Elena le chiese se avesse qualcuno con cui condividere subito la notizia.
Beatrice pensò a sua madre, che aveva conservato ogni ritaglio di giornale sulla scomparsa, e alla vecchia fotografia di Matteo sul mobile dell’ingresso.
Telefonò prima alla madre.
Non pronunciò un discorso; disse soltanto che avevano trovato Alessio e che, per adesso, il bambino si chiamava Nico.
Dall’altra parte del telefono ci fu un silenzio lunghissimo.
Poi la donna rispose: «Allora cominciamo a conoscere Nico».
Beatrice non avrebbe potuto chiedere parole migliori.
Quello stesso pomeriggio gli investigatori stabilirono che la firma attribuita a Matteo era stata riprodotta su un documento privo di efficacia legale.
La perizia sull’origine materiale era ancora in corso, ma nessuna autorità aveva autorizzato l’affidamento presentato a Rosa.
Era un altro tassello contro chi aveva costruito la falsa identità.
Giulia, richiamata dagli investigatori, cambiò parte del suo racconto.
Ammise di aver affidato a Paolo Riva denaro destinato a Rosa e di aver saputo che il bambino era vivo.
Continuò però a sostenere che fosse stato Paolo a organizzare tutto, approfittando di un momento di debolezza della famiglia.
«Lei lo aveva visto nel cortile», le ricordò Elena. «Che cosa è successo dopo?»
Giulia chiese una pausa e non rispose.
Il suo legale era presente e consigliò di non proseguire senza aver esaminato gli atti.
Gli investigatori non forzarono quella risposta.
Poco prima di sera Beatrice ricevette un altro messaggio, questa volta da un numero sconosciuto.
C’era la fotografia del letto d’ospedale di Rosa, ripresa da lontano attraverso una porta socchiusa.
Sotto, una frase: «Se vuoi che il ragazzo resti al sicuro, convinci Giulia a fare quello che deve.»
Beatrice trasmise immediatamente tutto a Elena.
La polizia avvisò l’ospedale, verificò l’accesso al reparto e dispose le misure di tutela ritenute necessarie.
Non le chiese di trattare con il mittente.
Per la prima volta Beatrice capì che qualcuno non aveva soltanto nascosto Alessio.
Stava ancora cercando di usarlo, insieme alla paura di perderlo, per ottenere qualcosa dagli adulti.
E Giulia non aveva ancora detto quale prezzo quell’uomo le stesse chiedendo.
Per scoprire che cosa voleva Paolo Riva e chi gli aveva consegnato il bambino, prosegui con la Parte 6.













