Beatrice seguì lo sguardo del bambino.
Dall’altra parte della strada, accanto a un furgone in sosta, un uomo con una sciarpa scura abbassò il telefono.
Non sembrava guardare le vetrine né aspettare qualcuno.
Quando si accorse che Beatrice lo aveva notato, si voltò e scomparve dietro un autobus.
«È lui?» domandò Beatrice.
Il bambino non rispose.
Le sue dita si chiusero sul medaglione fino a far sbiancare le nocche.
«Non ti chiederò di andare con me», disse lei, obbligandosi a parlare con calma. «Ma qui sei al freddo. Possiamo entrare nel bar all’angolo? Resteremo dove ci sono altre persone.»
Lui guardò il pane che gli restava, poi annuì.
Attraversarono insieme, senza che Beatrice provasse a prendergli la mano.
Nel locale, una cameriera indicò un tavolino lontano dalla porta.
Beatrice ordinò acqua, una zuppa calda e un altro panino.
Il bambino si sedette sul bordo della sedia, pronto a scattare in piedi.
«Come devo chiamarti?» chiese lei.
«Nico.»
«Va bene, Nico. Io sono Beatrice.»
Lui annuì appena.
Le parole, per il momento, erano meno importanti del cibo.
Beatrice posò il cellulare sul tavolo, con lo schermo rivolto verso di lui.
«Chiamo qualcuno che possa aiutarti. Voglio che tu lo sappia prima.»
«La polizia mi riporta da lui?»
La domanda le fece stringere la gola.
«Non posso prometterti quello che decideranno gli altri. Posso prometterti che racconterò quello che mi hai detto e che chiederò di ascoltarti.»
Compose il 112.
Spiegò di aver trovato un minore solo, affamato e spaventato, e che un uomo poteva averlo abbandonato intenzionalmente.
Parlò anche del medaglione e di una denuncia per scomparsa di molti anni prima.
L’operatore le chiese di rimanere nel locale e non di inseguire nessuno.
Quando riagganciò, Nico aveva bevuto metà dell’acqua.
«Non sono stato io a rubare la collana», disse improvvisamente.
«Non penso che tu l’abbia rubata.»
Nico sembrò valutare se potesse fidarsi di quella risposta.
Poi si tirò la felpa sopra le ginocchia e raccontò, senza che nessuno glielo chiedesse, che l’uomo lo aveva fatto salire su un’auto grigia quella mattina.
Aveva detto che sarebbero andati da una persona che conosceva Rosa, ma durante il viaggio non aveva pronunciato il suo nome.
«Mi ha fatto sedere dietro. Quando ho chiesto dove andavamo, ha acceso la radio forte.»
Beatrice si appuntò mentalmente quelle parole, evitando di domandargli se il conducente fosse lo stesso uomo visto fuori dal bar.
Aveva paura di suggerirgli ricordi che non erano suoi.
«L’importante è che adesso tu sia qui, con qualcuno che ti ascolta», disse. Nico la guardò senza sorridere. Ma lasciò il colletto della felpa libero, invece di nascondervi di nuovo il medaglione.
«L’uomo ha detto che se la perdevo sarebbe successo qualcosa di brutto a Rosa.»
«Chi è Rosa?»
«È quella che mi preparava la colazione. Prima che si ammalasse.»
Beatrice aspettava da nove anni una risposta alla domanda su suo figlio.
Eppure comprese che, davanti a lei, c’era prima di tutto un bambino che temeva per una donna forse rimasta senza aiuto.
Non lo interrogò ulteriormente.
Poco dopo entrarono due agenti, seguiti da una donna in borghese che si presentò come Elena Valli, della squadra investigativa incaricata delle verifiche.
Disse a Nico che sarebbe arrivata anche una persona dei servizi sociali e che nessuno lo avrebbe costretto a raccontare tutto in quel momento.
Beatrice riconobbe nella voce della poliziotta una prudenza che, anni prima, le era sembrata insopportabile.
«Mio figlio si chiamava Alessio», disse. «Aveva undici mesi quando scomparve dal cortile della casa di famiglia. Era un pranzo di domenica. Tutti lo cercammo. Non trovammo mai niente, a parte il suo cappellino.»
Elena prese nota.
«Quando accadde?»
«Nove anni fa, a giugno.»
«Chi era con lui?»
Beatrice esitò.
«Mia cognata Giulia. Mi disse di essersi allontanata per prendere della frutta. Non l’ho mai accusata. Avevamo lasciato tutti il bambino sotto la sua responsabilità per qualche minuto.»
A quel pranzo c’erano undici persone.
Beatrice ricordava il tintinnio dei bicchieri, una torta rimasta intera e le voci dei vicini chiamati a cercare un bambino troppo piccolo per camminare da solo.
Ricordava anche Giulia che la stringeva forte e ripeteva: «Se non fossi uscita un attimo».
Per anni Beatrice si era aggrappata a quelle parole come alla prova che il rimorso fosse sincero.
Non avrebbe mai immaginato di doverle ripensare in un bar, davanti a un bambino che mangiava zuppa lentamente.
Nico smise di mangiare.
Elena lo notò, ma non gli rivolse una domanda.
«Abbiamo bisogno di verificare il collegamento con il caso», spiegò a Beatrice. «Il medaglione potrebbe essere importante, ma non possiamo trarre conclusioni da una somiglianza. Per ora dobbiamo pensare alla sicurezza del piccolo.»
Il bambino sollevò gli occhi.
«Posso finire la zuppa?»
Elena sorrise.
«Certo. Nessuno te la porta via.»
Fu quella frase, più di qualsiasi altra, a far rilassare appena le spalle di Nico.
Beatrice ricordò il giorno in cui aveva comprato il cuore d’argento.
Sul retro c’era un’incisione minuscola, quasi invisibile: due lettere intrecciate e una data.
L’aveva ordinato per il primo mese di Alessio.
Dopo la scomparsa aveva cercato ovunque quel regalo, convinta che fosse sparito insieme a lui.
Quando Elena le chiese di descriverlo senza toccarlo, Beatrice seppe dire dove si trovava il piccolo graffio accanto alla chiusura.
La poliziotta fotografò il ciondolo e chiese che restasse al collo del bambino fino alle verifiche, salvo diversa indicazione degli specialisti.
La responsabile dei servizi sociali, Sara Bellini, arrivò con una giacca blu e una voce pacata.
Parlò di una visita medica, di un luogo sicuro per la notte e della possibilità di contattare Rosa.
Nico volle sapere se avrebbe potuto tenere le sue scarpe.
Sara gli rispose di sì.
Prima di uscire, Beatrice chiese se poteva salutarlo.
«Non devi chiamarmi Alessio», disse lui, guardandola direttamente per la prima volta.
«Non lo farò. Ti chiamerò Nico finché vorrai.»
Il bambino abbassò il mento.
Poi indicò il telefono di Beatrice, rimasto acceso sul tavolo.
Sullo schermo c’era la foto che lei aveva cercato per mostrare a Elena il vecchio cortile: un pranzo d’estate, una tovaglia bianca, suo marito Matteo e Giulia accanto al passeggino.
«Quella donna», sussurrò Nico.
Beatrice avvicinò lo schermo.
«Chi?»
Il bambino posò il dito sul volto sorridente di Giulia.
«Veniva da Rosa. Non voleva che la chiamassi per nome.»
Beatrice rimase immobile.
Giulia le aveva telefonato ogni anno nell’anniversario della scomparsa, senza mancarne uno.
Per capire perché Nico conoscesse la donna che aveva visto Alessio per ultima, continua con la Parte 3.













