«Ehi, non toccarmi!»
Vittoria Ferri scostò bruscamente la mano del bambino. Ai tavolini del bar all’aperto, in una piazza di Verona, le conversazioni si spensero per un istante. Il piccolo, con una felpa grigia troppo larga e le dita sporche, non fece un passo indietro. Guardava soltanto la molletta tempestata di diamanti che Vittoria portava sopra l’orecchio.
«È uguale», disse, indicando i suoi capelli.
Vittoria si toccò la molletta.
«Uguale a cosa?»
Il bambino aprì lentamente il pugno. Sul palmo c’era un fermaglio identico al suo: otto piccoli diamanti disposti attorno a uno zaffiro azzurro.
Vittoria si dimenticò del caffè davanti a sé.
«Dove l’hai preso?»
«La mamma ha detto che ti avrei trovata qui.»
Vittoria si alzò di scatto. La sedia strisciò sulle pietre della piazza e cadde all’indietro, attirando gli sguardi degli altri clienti.
«Tua madre?»
Era impossibile che quel bambino possedesse un simile oggetto. I due fermagli erano stati realizzati su commissione per lei e per la sua gemella, Elena, in occasione del loro diciottesimo compleanno. Non erano semplici gioielli di famiglia: il disegno, con gli otto diamanti e lo zaffiro al centro, era stato scelto apposta perché le due sorelle avessero qualcosa di identico anche quando erano lontane.
Elena era scomparsa sette anni prima. La sua auto era finita in un fiume, e il corpo non era mai stato ritrovato. All’epoca, Elena era incinta di tre mesi.
Era stato Corrado Bassi, il marito di Vittoria, a riconoscere tra gli oggetti recuperati dall’auto un fermaglio danneggiato. Vittoria aveva creduto che quella fosse la conferma della morte della sorella. Aveva vissuto per sette anni con quel ricordo, senza una tomba davanti alla quale portare dei fiori.
Adesso, davanti a lei, c’era un bambino che stringeva un fermaglio intatto. Vittoria fissò alternativamente il gioiello nella sua mano e quello tra i capelli. Per anni aveva evitato di portare quel fermaglio, perché lo specchio le ricordava immediatamente Elena. Quella mattina lo aveva indossato senza immaginare che qualcuno avrebbe potuto riconoscerlo.
E se quello nel palmo del piccolo era davvero il fermaglio di Elena, quale oggetto aveva riconosciuto Corrado dopo l’incidente?
La domanda le attraversò la mente, ma non ebbe il coraggio di formularla ad alta voce.
Vittoria abbassò la voce.
«Come si chiama tua madre?»
«Elena.»
Per qualche secondo Vittoria non riuscì a rispondere. Osservò il viso del piccolo, cercando qualcosa di familiare senza sapere esattamente che cosa.
Lui disse di chiamarsi Luca. Raccontò che lui e sua madre avevano cambiato più volte dormitorio e centro d’accoglienza negli ultimi mesi. Quella mattina Elena aveva indossato dei vestiti presi in prestito e gli aveva spiegato che, se Vittoria fosse arrivata al bar, avrebbe dovuto avvicinarsi e mostrarle il fermaglio.
«Lei è qui?» domandò Vittoria.
Luca guardò oltre la sua spalla.
Vittoria si voltò. Accanto a un muro, dall’altra parte della strada, c’era una donna in un completo color crema. La distanza non le impedì di riconoscere il volto, il modo di tenere le spalle e quegli occhi che per anni aveva cercato nelle fotografie.
«Elena!» gridò.
Quante volte aveva sognato quel momento? Nel sogno correva verso sua sorella e le stringeva le braccia senza lasciarla andare. Nella realtà, invece, rimase immobile per un battito di cuore, come se bastasse muoversi per far svanire quella figura.
La donna aveva un aspetto stanco, ma Vittoria non aveva alcun dubbio sulla sua identità.
La donna sollevò una mano tremante. Sembrava sul punto di attraversare la strada, ma poi guardò verso il traffico e il suo volto cambiò. Non era sorpresa. Era paura.
Un SUV nero passò tra le due sorelle, nascondendo per un attimo il muro alla vista di Vittoria.
Quando il veicolo proseguì, Elena non c’era più.
Vittoria lasciò il tavolino e corse dall’altra parte della strada. Cercò dietro il muro, tra i passanti, lungo il marciapiede.
Nessuna traccia della sorella.
Sentiva ancora il rumore delle auto e le voci provenire dai tavolini, ma tutto le sembrava distante. Fino a pochi minuti prima avrebbe dato qualsiasi cosa per sapere che Elena era viva. Ora l’aveva vista con i propri occhi e non sapeva neppure se fosse al sicuro.
Sotto le piante ornamentali, però, trovò un tovagliolino del bar piegato in quattro.
Lo aprì.
C’erano soltanto quattro parole, scritte in fretta:
«Non fidarti di Corrado.»
Vittoria rilesse il messaggio.
Corrado era l’uomo che le era stato accanto dopo l’incidente, che aveva parlato con la polizia e che l’aveva aiutata ad accettare l’assenza di Elena.
Perché sua sorella, appena ricomparsa, avrebbe dovuto metterla in guardia proprio da lui?
Luca la raggiunse e le afferrò la mano. Tremava tanto che Vittoria sentì il movimento delle sue dita contro le proprie.
«Quegli uomini l’hanno già portata via una volta», sussurrò.
Vittoria si chinò per guardarlo negli occhi.
«Quali uomini, Luca?»
«Quelli che dicevano che la mamma doveva essere morta.»
Mentre parlava, dalla tasca della felpa gli scivolò una fotografia.
Vittoria la raccolse.
Nell’immagine si vedeva l’ingresso di uno dei centri d’accoglienza dove Elena e Luca avevano abitato.
Davanti all’edificio, perfettamente riconoscibile, c’era un uomo.
Corrado.
Vittoria guardò la foto, poi il bambino. Il tovagliolino le tremava ancora nell’altra mano.
«Perché mio marito era lì?» riuscì a chiedere.
Luca alzò gli occhi verso di lei.
«Perché tuo marito è l’uomo da cui stiamo scappando.»













