Il primo impulso fu chiamare Corrado.
Per sette anni, quando qualcosa mi spaventava, avevo cercato il suo numero prima ancora di riflettere.
Avevo già il telefono in mano quando Luca mi si aggrappò alla giacca.
«Non dirgli dove siamo.»
Mi fermai con il pollice sopra lo schermo.
Il bambino non mi chiedeva di credere a una storia complicata: mi chiedeva soltanto di non consegnarlo a una persona della quale aveva paura.
Riposi il telefono e infilai il tovagliolino nella tasca interna della borsa.
«Va bene. Prima ci mettiamo in un posto tranquillo.»
Attraversammo la piazza tenendoci per mano.
Il barista stava rialzando la sedia che avevo rovesciato; mi guardò, ma non disse nulla.
Mi accorsi soltanto allora che Luca non aveva un cappotto e che continuava a stringere il fermaglio senza chiudere completamente le dita.
«Posso custodirlo io?» domandai.
«La mamma ha detto di darlo a te quando l’avessi trovata.»
Aprii il palmo.
Luca mi affidò il gioiello e subito dopo si ritrasse, come se avesse rinunciato a qualcosa che lo teneva al sicuro.
Io lo riposi nel taschino con la cerniera, davanti ai suoi occhi.
Avevo bisogno di qualcuno che conoscesse Elena prima della scomparsa e che non dovesse niente a mio marito.
Pensai a Paola, una compagna di scuola rimasta nostra amica anche quando le nostre vite avevano preso direzioni diverse.
Negli ultimi anni l’avevo vista poco: Corrado trovava sempre un motivo per rimandare le nostre cene.
La chiamai camminando.
«Vittoria? È successo qualcosa?»
«Ho bisogno di entrare da te con un bambino. Non fare domande per telefono.»
Paola abitava a due strade dalla piazza.
Quando aprì, Luca si nascose dietro di me, ma lei si abbassò alla sua altezza e gli indicò la cucina.
«Ho pane, formaggio e una spremuta. Puoi scegliere tu.»
Il bambino annuì.
Aspettò che io mi sedessi prima di prendere una fetta di pane.
Quel gesto mi fece più male della sua felpa consumata: aveva imparato a chiedere il permesso anche per mangiare.
Raccontai a Paola quello che avevo visto, senza abbellire né spiegare ciò che non sapevo.
Posai sul tavolo la fotografia di Corrado davanti al centro d’accoglienza, poi il tovagliolino.
Infine aprii il taschino e mostrai il fermaglio.
Paola si tolse gli occhiali.
«Questo è quello di Elena.»
«Potrebbe essere una copia.»
«Potrebbe. Ma ricordo quando vostro padre li portò a casa, dentro due scatole blu. Tu volevi scambiarli, per vedere se lei se ne sarebbe accorta.»
Era un dettaglio vero, piccolo e dimenticato.
Non dimostrava che Elena fosse viva; però mi ricordò che, prima di Corrado e di tutte le sue spiegazioni, esisteva una storia che apparteneva a noi due.
Il mio telefono vibrò.
Sul display comparve il nome di mio marito.
Lasciai che la chiamata si interrompesse.
Subito dopo arrivò un messaggio.
«Sono passato vicino alla piazza. Hai finito il caffè? Ti aspetto per pranzo.»
Non avevo detto a Corrado in quale bar mi sarei fermata.
Certo, poteva avermi vista per caso.
Ma il SUV nero e la paura di Elena rendevano quella coincidenza difficile da ignorare.
Paola lesse il messaggio senza toccare il telefono.
«Non rispondere da qui», disse.
Luca posò il bicchiere.
«La mamma dice che lui fa domande gentili prima di mandare gli uomini.»
«Quali uomini?» chiesi.
«Uno ha la cicatrice vicino al mento. Quando siamo andati via dall’ultimo dormitorio, aspettava sotto la fermata dell’autobus.»
Non volli trascinarlo in un interrogatorio.
Gli chiesi soltanto se sapesse dove Elena aveva intenzione di incontrarlo dopo il bar.
Luca si batté una mano sulla tasca posteriore.
Ne estrasse un foglietto sgualcito con un nome e un numero.
«Chiara. Se succede qualcosa, devo chiamare Chiara.»
Paola compose il numero dal proprio telefono e si presentò senza pronunciare il mio cognome.
Dall’altra parte rispose una donna che chiese prima di tutto se Luca stesse bene.
Quando Paola le assicurò che era al caldo, la voce sembrò rilassarsi.
«Elena mi ha detto che sua sorella potrebbe avere bisogno di aiuto», spiegò Chiara.
«Non posso parlare di ospiti o indirizzi al telefono. Ma posso raggiungervi in un posto che scegliete voi.»
Concordammo un incontro nel cortile interno di una biblioteca pubblica, dove Paola aveva spesso accompagnato i figli.
Non ci muovemmo subito.
Preparai per Luca un piccolo zaino con acqua, un maglione di Paola e qualche biscotto, chiedendogli di scegliere ciò che voleva portare.
Lui volle tenere anche il bicchiere di carta della spremuta, poi cambiò idea e lo lasciò sul lavello.
Prima di uscire guardai il mio anello nuziale.
Era ancora al suo posto, e mi sorpresi a chiedermi da quanto tempo lo portassi senza farci caso.
Lo girai sul dito, ma non lo tolsi.
Non volevo prendere una decisione irreversibile prima di sapere chi avessi davanti.
Nel cortile della biblioteca Chiara ci aspettava vicino a una panchina.
Aveva una cartella di documenti sotto il braccio e l’aria stanca di chi aveva già passato una giornata difficile.
Riconobbe Luca, ma non tentò di abbracciarlo.
Aspettò che fosse lui a correrle incontro.
«La mamma è tornata?» domandò il piccolo.
«Mi ha fatto sapere che sta cercando una strada sicura», rispose Chiara.
Mi presentai.
Chiara mi guardò a lungo, poi tirò fuori dalla cartella una busta senza indirizzo.
«Non è una prova da consegnare a un giudice», precisò. «È un messaggio che Elena mi ha lasciato per lei, nel caso fosse arrivata con Luca.»
Dentro c’era una fotografia delle nostre due biciclette appoggiate al cancello della casa paterna.
Sul retro riconobbi la grafia di mia sorella.
«Se vuoi vedermi, vieni dove abbiamo imparato a tornare da sole. Non portare Corrado.»
Mi mancò il respiro.
Non poteva sapere nessuno, tranne noi, che da bambine chiamavamo così il piccolo giardino dietro la vecchia casa: era lì che nostro padre ci insegnava a rientrare in bicicletta senza tenere il manubrio.
Alzai gli occhi verso Chiara.
«È là adesso?»
«Non lo so. Ma prima di andare via mi ha detto una cosa.»
«Quale?»
«Se Vittoria sarà disposta ad ascoltare, dovrà sapere che la notte del fiume non cominciò con un incidente.»
Le mie dita si serrarono attorno alla fotografia.
Per la prima volta compresi che non stavo soltanto cercando una persona scomparsa.
Stavo per ripercorrere la notte che aveva cambiato entrambe le nostre vite.
Per capire che cosa accadde davvero prima che l’auto finisse nel fiume, continua con la Parte 3.













