Nora mi spiegò che una somiglianza fisica non bastava a trasformare una persona in un’altra davanti alla legge.
Gli atti avevano numeri, date, registrazioni e responsabilità precise.
Se il documento attribuito a Elena era falso, qualcuno aveva lasciato tracce tentando di farlo sembrare autentico.
Nei giorni successivi Elena rimase con Luca in un alloggio protetto.
Non conoscevo l’indirizzo e non glielo chiesi.
Ci parlavamo attraverso Chiara e l’avvocata, a orari concordati.
Per la prima volta in una settimana riuscii a dormire quattro ore di seguito, poi mi svegliai piangendo perché non sapevo se quella prudenza fosse necessaria o eccessiva.
Nora ottenne le prime copie ufficiali della pratica.
Il numero di repertorio riportato sulla procura che Elena aveva conservato non corrispondeva a una procura intestata a lei.
Era stato usato su un documento presentato a un intermediario privato per l’operazione sul terreno.
L’autentica notarile stampata in calce, almeno da quei primi controlli, non trovava riscontro nell’archivio indicato.
«Potrebbe trattarsi di un falso costruito per ottenere fiducia», disse Nora. «Non possiamo ancora dire chi l’abbia materialmente preparato. Ma adesso abbiamo una ragione documentata per chiedere un’indagine.»
La sentii ripetere ad Elena la stessa frase, lentamente.
Mia sorella non sorrise.
Sapeva che ogni verifica apriva anche la domanda che avevo tenuto chiusa dentro per sette anni: perché Corrado avrebbe voluto farla sparire?
Nel frattempo l’orafo aveva conservato fattura, ordine e ricevuta di ritiro del terzo fermaglio.
Nora riuscì anche a verificare, attraverso gli atti accessibili del vecchio procedimento, che nell’elenco degli oggetti recuperati dall’auto non compariva alcuna molletta.
Corrado mi aveva detto di averla riconosciuta fra gli effetti personali estratti dal veicolo.
Non era la stessa cosa che dire di averla comprata lui.
Ricordai la sera in cui me l’aveva mostrata.
La teneva in un fazzoletto e mi aveva chiesto di non toccare la montatura piegata.
Avevo pianto tanto da non essere in grado di domandargli chi avesse consegnato quel fazzoletto.
Non mi vergognavo di aver creduto a mio marito mentre soffrivo.
Mi faceva paura, però, la facilità con cui la mia sofferenza poteva essere stata usata per impedirmi di fare altre domande.
Chiamai Nora.
«Devo denunciare quello che so. Anche se poi si scoprisse che qualcosa l’ho capito male.»
«È esattamente quello che puoi fare. Raccontare i fatti, consegnare ciò che possiedi e indicare le cose che non hai visto personalmente.»
Preparai una cronologia con Paola.
Scrissi quando Elena era scomparsa, che cosa Corrado mi aveva riferito dell’auto, dove teneva la scatola e quando avevo visto Luca.
Segnai separatamente le frasi che ricordavo da quelle documentate da messaggi e fotografie.
Mi accorsi di quanto avessi mescolato, negli anni, la mia memoria con i racconti di Corrado.
Due giorni dopo mio marito mi aspettò fuori dall’edificio dove Nora riceveva i clienti.
Non era solo.
Accanto a un’auto parcheggiata c’era un uomo che teneva il colletto della giacca alzato.
Quando voltò la testa vidi una cicatrice scura vicino al mento.
Mi fermai sulla soglia.
Nora, che mi stava accompagnando, seguì il mio sguardo.
«Rientriamo», disse piano.
Corrado ci vide.
«Vittoria! Dobbiamo parlare.»
Per un attimo mi parve quello di sempre: il cappotto elegante, le mani aperte, la voce controllata.
Era lo stesso uomo che mi aveva preparato la colazione durante il lutto e che aveva accompagnato mio padre negli ultimi giorni della sua malattia.
L’idea di non riconoscerlo più mi fece vacillare.
«Non qui», risposi.
«Ti stanno riempiendo la testa di menzogne. Elena non sta bene, e quel bambino ha bisogno di qualcuno che ragioni.»
«Come sai che è Elena?»
Corrado rimase zitto un istante troppo lungo.
«Me l’hanno detto.»
«Chi?»
Non rispose.
L’uomo vicino all’auto fece qualche passo verso di noi e Nora mi indicò di entrare.
Non gli attribuii un’arma, una minaccia o parole che non avevo sentito.
Riferii soltanto all’operatore chiamato dall’avvocata la sua presenza e la nostra preoccupazione.
Dall’ingresso aspettammo che arrivasse una pattuglia.
Corrado se ne andò prima.
L’altro uomo salì nell’auto senza guardarsi indietro.
Nora annotò la targa, che era ben visibile, e comunicò quanto accaduto agli agenti.
Nessuno ci promise che li avrebbero arrestati soltanto per essere stati lì.
Ma la segnalazione rimase agli atti, insieme alle fotografie e ai messaggi già raccolti.
Quella sera Elena mi chiamò.
«Chiara mi ha raccontato. Ti sei spaventata?»
«Sì. E sono arrabbiata con te perché hai avuto questa paura da sola per tanto tempo.»
«Lo so.»
«Non voglio che tu sparisca un’altra volta senza dirmelo.»
Dall’altra parte sentii Luca chiederle un bicchiere d’acqua.
Elena gli rispose con una naturalezza che mi strinse la gola.
Era stata madre in tutti gli anni in cui io l’avevo immaginata morta.
«Domani verrò con te a raccontare tutto», dissi.
«Ho ancora paura che Corrado trovi Luca.»
«Allora lo diremo anche questo. Non dovrai scegliere da sola fra il silenzio e la sua sicurezza.»
Nora aveva rintracciato Davide Ricci, l’uomo che aveva soccorso Elena lungo il fiume.
Quando lo incontrammo, portò con sé la copia della segnalazione fatta quella notte e un vecchio telefono sul quale conservava ancora alcune fotografie.
Non era riuscito a parlare con nessun familiare di Elena all’epoca, perché lei lo aveva pregato di non contattarne nessuno.
«Ho sempre pensato che temesse qualcuno», ci disse. «Ma non sapevo chi.»
Ci mostrò una foto sfocata del tratto di strada sopra l’argine.
Sul bordo appariva una parte di un SUV scuro e, poco più in là, il guardrail danneggiato.
Non si vedeva il conducente.
«Non basta per dire chi fosse lì», osservò Nora.
«Lo so», rispose Davide. «Ma quando sono tornato a recuperare la bicicletta, ho trovato qualcosa che quella notte non avevo notato.»
Estrasse dalla cartellina un foglio, protetto da una custodia trasparente.
Era la copia di un appunto consegnato ai soccorritori: conteneva una targa parziale e l’ora esatta della fotografia.
Riconobbi le ultime cifre.
Erano le stesse che Nora aveva annotato dall’auto dell’uomo con la cicatrice fuori dal suo studio.
Ci guardammo senza parlare.
Per la prima volta, due episodi separati da sette anni sembravano collegarsi attraverso un dato controllabile.
Per vedere che cosa avrebbe rivelato il confronto fra quelle targhe e la testimonianza di Davide, leggi la Parte 6.













