L’avvocata Nora Valenti ci ricevette il mattino seguente in uno studio semplice, senza targhe vistose sulla porta.
Chiara l’aveva conosciuta attraverso un servizio di assistenza legale per persone minacciate.
Non ci promise che avrebbe risolto tutto in una settimana.
Ci chiese invece di cominciare dalle cose che potevamo distinguere con certezza.
«Elena è viva e può dichiararlo di persona», disse. «Questo è un fatto. Il resto va verificato, senza lasciare che la paura trasformi ogni coincidenza in una prova.»
Elena le consegnò la copia della procura.
Io mostrai la fotografia di Corrado davanti al centro, il tovagliolino e il fermaglio integro.
Nora osservò gli oggetti uno alla volta e annotò chi li avesse custoditi e quando.
«La foto da sola dimostra che vostro marito è stato in quel luogo», chiarì. «Non dimostra perché. Ma se la collega a testimonianze, comunicazioni e documenti, può diventare importante.»
Quelle parole mi riportarono con i piedi per terra.
Volevo una risposta netta che mi liberasse dall’incertezza.
Nora mi stava chiedendo qualcosa di più difficile: accettare che la verità richiedesse pazienza.
Telefonò, con il consenso di Elena, allo studio notarile indicato sul retro del documento.
Il professionista che vi lavorava sette anni prima era andato in pensione, ma l’archivio degli atti conservava i riferimenti delle pratiche.
Elena, presentandosi con il proprio documento d’identità, poteva chiedere formalmente le copie che la riguardavano.
«Non hai più i documenti?» le chiesi.
«Li ho recuperati con fatica, quando Luca era piccolo», rispose. «Non sono sparita dagli uffici dello Stato. Sono sparita da te.»
Mi colpì quella differenza.
Per anni avevo immaginato una donna inghiottita dal nulla.
Invece mia sorella aveva riempito moduli, cercato visite mediche, iscritto un bambino a scuola e provato a sopravvivere evitando gli occhi di mio marito.
Il suo silenzio non era stato magico, né completo; era stato una serie di rinunce.
Nel pomeriggio raggiungemmo un piccolo laboratorio ora gestito dal figlio dell’orafo che aveva realizzato i nostri fermagli.
Il negozio aveva ancora, dietro il banco, il vecchio registro delle commissioni speciali.
Quando mostrai il mio gioiello, il titolare sorrise con esitazione.
«Mi ricordo il disegno. Mio padre ne parlava perché erano due pezzi identici per due gemelle.»
«Ne avete mai realizzato un terzo?» domandai.
L’uomo consultò il registro, poi un archivio digitale.
Non si affrettò a darci ragione.
Controllò prima una fattura e il numero di una busta di consegna.
«C’è una nuova commissione, sette anni fa. Stesso modello, con una piccola variazione nella montatura dello zaffiro.»
Sentii Elena irrigidirsi accanto a me.
«A nome di chi?» chiese Nora.
Il titolare lesse il nome sullo schermo.
«Corrado Bassi.»
Non gridai.
Mi sembrò soltanto di udire un rumore sordo dietro le orecchie, come quando un treno passa troppo vicino.
La data era di alcune settimane prima dell’incidente.
Corrado aveva chiesto che il terzo pezzo assomigliasse ai primi due e aveva ritirato personalmente la confezione.
«Mio marito vi disse perché lo voleva?»
«Nel registro c’è scritto: sostituzione di un gioiello perduto. Non posso sapere se fosse vero.»
Nora fece richiesta delle copie tramite la procedura appropriata, senza portar via registri o fotografie non autorizzate.
L’orafo accettò di conservare tutti i dati e di riferire quanto sapeva alle autorità.
Fu la prima volta che vidi Elena sciogliere le mani, che teneva serrate da quando eravamo entrate.
«Il mio fermaglio non era perso», disse sottovoce.
«Lo so.»
Uscimmo insieme, ma evitammo di restare nella stessa strada più del necessario.
Chiara aveva trovato per Elena e Luca una sistemazione temporanea gestita da persone che conoscevano le regole di riservatezza.
Luca non avrebbe dovuto passare un’altra notte cercando di indovinare quale finestra qualcuno stesse sorvegliando.
Io, invece, dovevo affrontare una decisione scomoda.
Nell’armadio della camera matrimoniale era rimasta la scatola con il fermaglio che Corrado mi aveva detto essere stato recuperato dal fiume.
Nora mi consigliò di non cercare prove da sola e di non alterare ciò che poteva interessare agli investigatori.
Concordammo che avrei preso soltanto i miei effetti personali e segnalato il posto esatto in cui si trovava la scatola.
Paola mi accompagnò a casa.
Corrado, secondo il messaggio ricevuto poco prima, sarebbe rientrato soltanto in serata.
La casa aveva lo stesso odore di caffè e cera per mobili di ogni altro giorno.
Fu quello, più delle cose che sapevo, a farmi sentire estranea.
In camera aprii un cassetto per prendere i documenti.
Sotto alcune sciarpe trovai una fotografia delle nostre nozze, infilata al contrario.
Elena era accanto a me, con i capelli raccolti e un fermaglio azzurro appena visibile.
Ricordai Corrado che rideva dicendo di non sapere mai quale delle due fosse sua moglie.
Allora mi era sembrata una battuta innocente.
Adesso ricordarla non mi faceva sorridere.
Paola mi raggiunse sulla soglia.
«Hai quello che ti serve?»
«Quasi.»
Individuai la scatola in alto, senza aprirla.
Fotografai l’armadio così com’era e annotai la posizione sul telefono per Nora.
Poi chiusi l’anta.
Non volevo rovinare l’unica cosa che forse avrebbe potuto smentire una menzogna lunga sette anni.
Mentre uscivamo, arrivò una chiamata di Corrado.
La lasciai squillare, ma subito dopo ricevetti un messaggio vocale.
Lo ascoltai accanto a Paola.
«Vittoria, so che hai incontrato un bambino. Non credere a qualunque storia ti raccontino. Vieni a casa e parliamone senza estranei.»
Il messaggio non diceva come avesse saputo di Luca.
Poteva aver ricevuto una telefonata da qualcuno presente in piazza, oppure averci seguito.
Per la prima volta non mi interessò scegliere da sola quale spiegazione fosse più comoda.
Inoltrai la registrazione a Nora e uscii con Paola.
Quella sera l’avvocata ci chiamò con la prima risposta relativa alla vecchia pratica notarile.
Non aveva ancora la copia integrale dell’atto, ma era emersa una circostanza precisa: il documento con la firma di Elena non era rimasto una semplice bozza.
Era stato presentato per un’operazione sul terreno di famiglia.
Nora fece una pausa.
«E c’è un’altra questione. Alla pratica è allegata un’autentica attribuita a uno studio notarile, ma dobbiamo verificare se corrisponde davvero ai loro registri.»
Guardai la foto del nostro matrimonio, rimasta sul sedile accanto a me.
Due donne con lo stesso viso sorridevano all’obiettivo.
Per anni avevo pensato che qualcuno potesse riconoscerci senza chiedere il nostro nome; adesso capivo che non dovevo confondere quella somiglianza con una prova della nostra volontà.
Chi aveva fatto apparire autentica una firma che Elena non aveva mai scritto? Per seguire la traccia di quel documento, leggi la Parte 5.













