Il giardino della casa di nostro padre non si vedeva dalla strada.
Per raggiungerlo bisognava passare accanto a una vecchia rimessa e aprire un cancelletto che cigolava anche quando lo spingevi piano.
Da ragazze facevamo a gara per arrivare per prime sotto il fico.
Quel pomeriggio mi sembrò assurdo che un luogo così familiare potesse farmi paura.
Paola lasciò la macchina a qualche isolato.
Chiara venne con noi, ma rimase vicino al cancello con Luca, in modo che il bambino potesse scegliere quando avvicinarsi.
Io avanzai da sola lungo il sentiero di ghiaia.
«Elena?»
Per qualche secondo non rispose nessuno.
Poi una donna uscì dalla parte opposta della rimessa, con il completo color crema ormai stropicciato.
Aveva una piccola cicatrice sopra il sopracciglio sinistro.
Ricordavo una fossetta nello stesso punto quando rideva; adesso la pelle tirava leggermente.
«Vitti.»
Nessuno mi chiamava così da sette anni.
Feci due passi, poi mi arrestai.
Avevo desiderato abbracciarla ogni giorno, ma non riuscivo a cancellare in un istante tutte le domande che la sua assenza aveva lasciato.
«Sei davvero tu?»
Elena annuì.
«Mi dispiace.»
Non era la risposta che aspettavo.
Eppure era la sua voce, con quella lieve esitazione prima delle parole difficili.
La abbracciai così forte che sentii il suo respiro interrompersi, poi allentai la presa.
«Ti abbiamo cercata. Io ti ho cercata.»
«Lo so.»
«No, non lo sai. Mi hanno detto che eri morta.»
Elena abbassò la testa.
Quando Luca ci raggiunse, lei si inginocchiò e gli mise le mani sulle spalle, controllandogli prima il viso e poi le braccia.
Il bambino la strinse senza parlare.
Non mi sembrò giusto costringerli a separarsi per continuare il mio interrogatorio.
Ci sedemmo tutti sul bordo basso del vecchio pozzo, ormai coperto da assi.
«Perché sei scappata quando hai visto quel SUV?» chiesi.
«Ho riconosciuto l’uomo sul sedile del passeggero. Ha una cicatrice sul mento. Era vicino all’auto la sera in cui sono finita nel fiume.»
«Hai visto chi guidava?»
«No. C’erano due veicoli. Uno mi ha chiuso la strada, l’altro è rimasto dietro di me. Ho sterzato per evitarli e ho perso il controllo.»
Mi mostrò il polso destro.
Sulla pelle correva una linea chiara che non c’era prima.
«Sono riuscita a uscire dal finestrino rotto», raccontò. «La corrente mi ha portata più avanti. Un uomo che tornava dal turno di notte mi ha trovata sulla riva.»
Si chiamava Davide Ricci.
Aveva chiamato i soccorsi e l’aveva accompagnata al pronto soccorso, ma Elena, terrorizzata, non aveva dato il proprio nome.
Quando aveva potuto lasciare l’ospedale, una parente di Davide le aveva offerto un letto fuori città.
Io intanto guardavo le fotografie del fiume e aspettavo che qualcuno trovasse il corpo di mia sorella.
«Perché non mi hai chiamata appena sei stata meglio?»
Elena si asciugò gli occhi con il dorso della mano.
«Ci ho provato. Ho lasciato un messaggio a un vecchio numero di casa. Poco dopo, qualcuno è venuto a cercarmi.»
«Chi?»
«L’uomo con la cicatrice. Mi ha mostrato una fotografia di te mentre uscivi da casa. Ha detto che sarebbe bastata una telefonata sbagliata perché ti succedesse qualcosa.»
La guardai in silenzio.
La minaccia spiegava la sua paura, ma non poteva cancellare sette anni interi.
«Potevi andare dalla polizia.»
«Sì», rispose. «Avrei dovuto cercare aiuto prima. Per molto tempo ho creduto che nascondermi fosse l’unico modo per proteggere te e Luca. Poi, più passavano gli anni, più temevo che nessuno mi avrebbe creduta.»
Il fatto che non cercasse di giustificarsi mi fece male quasi quanto il resto.
Chiara teneva Luca occupato a osservare le formiche sul bordo del pozzo.
Paola rimase a qualche passo da noi, senza fingere di non ascoltare.
«Che cosa aveva fatto Corrado?» domandai.
Elena aprì una busta di plastica che aveva nascosto sotto la giacca.
Ne uscì la fotocopia di un documento con il suo nome, una firma e il riferimento a un terreno appartenuto a nostro padre, vicino a San Pietro in Cariano.
«Ti ricordi il piccolo frutteto dietro la casa di campagna?»
«Certo.»
«Eravamo proprietarie entrambe. Corrado voleva darlo in garanzia per un’operazione immobiliare. Io non ero d’accordo. Poi ho scoperto che qualcuno aveva preparato una procura a mio nome.»
Osservai la firma.
Assomigliava a quella di Elena, ma l’ultima lettera aveva una curva troppo ampia.
Lei indicò una data, quattro giorni prima della scomparsa.
«Non l’ho firmata. Avevo preso un appuntamento per contestarla. Corrado lo sapeva.»
«Vuoi dire che ti ha fatta uccidere per un frutteto?»
«Non so se volesse uccidermi. So soltanto che quei due mezzi mi hanno costretta verso il guardrail, che uno degli uomini mi ha cercata dopo e che Corrado sapeva dove mi nascondevo.»
Era la prima distinzione onesta che sentivo da quando Luca aveva pronunciato il nome di sua madre.
Elena non cercava di trasformare un sospetto in una certezza.
«E il fermaglio?»
«L’ho tenuto sempre con me. Era nella tasca del cappotto quando sono uscita dall’acqua. Non so che cosa abbia mostrato Corrado alla polizia.»
Mi ricordai del gioiello danneggiato, chiuso in una scatola che mio marito aveva riposto in alto nell’armadio.
Per anni non avevo osato guardarlo.
Improvvisamente desiderai sapere da dove venisse.
«Perché tornare adesso?»
Elena accarezzò i capelli di Luca.
«Quando eravamo nell’ultimo centro, l’uomo con la cicatrice ci ha trovati. Ho capito che continuare a spostarlo da una stanza all’altra non lo proteggeva più. Ho chiesto a Chiara di aiutarmi a incontrare un’avvocata.»
«L’hai incontrata?»
«Domani. Se ci sarai anche tu.»
Volevo dire di sì.
Ma pensai al matrimonio che avevo difeso davanti agli amici, ai pranzi condivisi con Corrado, alle volte in cui gli avevo affidato le mie paure.
Non sapevo ancora quali fatti un tribunale avrebbe potuto dimostrare.
Sapevo però che non avrei riportato Luca da lui.
«Ci sarò», dissi. «E questa volta non deciderà Corrado che cosa dobbiamo sapere.»
Elena prese il foglio con la falsa firma e lo girò.
Sul retro c’era un numero di pratica e il nome di uno studio notarile.
«Prima di affrontarlo», disse, «dobbiamo controllare una cosa. Se questa procura è stata davvero utilizzata, qualcuno ne conserva l’originale.»
La guardai.
Fino a quel momento avevo cercato una spiegazione per la scomparsa di Elena.
Ora avevamo un documento preciso da verificare e la possibilità, finalmente, di non dipendere soltanto dai nostri ricordi.
Per capire se qualcuno avesse falsificato quella firma e che cosa nascondesse il fermaglio danneggiato, continua con la Parte 4.













