La fotografia rimase aperta sul telefono per tutto il tragitto fino alla questura.
Beatrice avrebbe voluto chiamare Giulia, gridarle il nome di Nico e chiederle perché una donna che aveva pianto con lei per nove anni conoscesse quel bambino.
Elena Valli le consigliò di aspettare.
«Se esiste una spiegazione innocente, la ascolteremo», disse. «Se non esiste, una telefonata potrebbe mettere in pericolo chi ancora non sappiamo proteggere.»
Beatrice obbedì, anche se l’attesa le sembrava una seconda scomparsa.
La sera ricevette notizie essenziali.
Nico era stato visitato: aveva bisogno di mangiare con regolarità e riposare, ma non presentava problemi tali da richiedere un ricovero.
Sara Bellini aveva trovato una sistemazione temporanea protetta.
Sarebbe stato ascoltato da personale preparato, senza ripetergli le stesse domande dieci volte.
Beatrice tornò nel suo appartamento e aprì l’armadio dove conservava ancora una scatola azzurra.
Dentro c’erano il cappellino ritrovato nel cortile, una tutina troppo piccola e il duplicato della fotografia nel medaglione.
Matteo l’aveva scattata in una mattina di pioggia, quando Alessio aveva appena tre settimane.
Suo marito era morto quattro anni prima.
Dopo aver cercato il figlio per cinque anni, un malore improvviso lo aveva portato via.
Fino all’ultimo aveva continuato a lasciare una luce accesa in corridoio, anche quando Beatrice gli ripeteva che Alessio, se fosse tornato, non avrebbe più avuto l’età per ricordare quella lampada.
Ora la casa sembrava piena di parole che nessuno dei due aveva potuto pronunciare.
Matteo era stato il primo a rifiutare l’idea che il loro bambino fosse semplicemente svanito.
Aveva chiesto di controllare le telecamere dei negozi vicini, lasciato il proprio numero a ogni famiglia del quartiere e scritto il nome Alessio sul retro di centinaia di fotografie.
Beatrice, invece, aveva cominciato a evitare quella parola quando era troppo stanca per sopportarla.
Non erano stati due genitori perfetti nel dolore.
Erano stati due genitori che avevano continuato a cercare anche quando ciascuno temeva di far soffrire l’altro con una nuova speranza.
Il giorno successivo Elena chiamò per chiederle un dettaglio sul cortile.
Nico aveva parlato di una villetta con persiane verdi, vicino a una strada percorsa da treni.
Diceva che Rosa era in ospedale e che l’uomo con la sciarpa gli aveva proibito di tornare a casa.
Le verifiche portarono a Seregno.
In una piccola abitazione dalle persiane scolorite viveva Rosa Ferri, sessantotto anni, vedova.
Il suo nome compariva su una bolletta e su documenti scolastici riferiti a un bambino registrato come Niccolò Sala.
Il domicilio era reale, ma la provenienza di alcuni certificati richiedeva ulteriori accertamenti.
Rosa era ricoverata da sei giorni in un reparto di medicina.
Gli investigatori la incontrarono dopo averne verificato le condizioni con i sanitari.
Non poterono interrogarla a lungo.
La donna, però, volle raccontare ciò che sapeva.
Nove anni prima una conoscente di nome Giulia le aveva chiesto di accogliere temporaneamente un bambino.
Aveva spiegato che la madre era scomparsa e che il padre non era in grado di occuparsene.
Un uomo chiamato Paolo si era presentato con documenti, vestiti e denaro per le spese.
«Mi dissero che era tutto regolare», raccontò Rosa. «Non ero la sua madre naturale. Pensavo di aiutarlo finché la situazione si fosse chiarita.»
Ma non si era chiarita mai.
Ogni volta che Rosa chiedeva di parlare con un assistente sociale, Paolo le mostrava una nuova carta e prometteva che la formalizzazione sarebbe arrivata.
In seguito aveva cominciato a minacciare di portare via Nico se lei avesse creato problemi.
«Perché non ha chiesto aiuto?» domandò Elena.
Rosa abbassò gli occhi.
«All’inizio ho creduto a loro. Dopo, avevo paura di perdere l’unica persona che mi chiamava nonna. Non è una giustificazione. È la verità.»
Beatrice seppe quelle parole soltanto più tardi, attraverso ciò che Elena poteva riferirle.
Non le fu nascosta la fragilità del racconto: molte affermazioni dovevano ancora essere verificate, e Rosa poteva essere una testimone ma anche una persona con responsabilità da accertare.
La cosa che colpì Beatrice fu un’altra.
Nico aveva qualcuno a cui voleva bene.
Se fosse davvero Alessio, trovarlo non avrebbe cancellato gli anni vissuti con Rosa né gli avrebbe restituito, all’improvviso, la madre che ricordava soltanto da una fotografia.
Sara le propose un incontro breve e supervisionato con il bambino, senza parlare di parentela.
Beatrice portò un libro illustrato sui treni perché Nico aveva detto di conoscerne tutti i rumori.
Non lo abbracciò entrando.
«Rosa sta meglio?» chiese lui subito.
«I medici si stanno occupando di lei. Ci sono persone che stanno cercando di farvi parlare.»
«Lui aveva detto che era colpa mia se si ammalava.»
«Non è colpa tua.»
Nico guardò le proprie mani.
«Rosa mi chiamava Nico quando avevo la febbre. Solo l’uomo diceva un altro nome. Lo diceva piano, come una parola brutta.»
Beatrice trattenne l’impulso di chiedergli quale.
Sara la osservava e le lasciò il tempo di trovare una risposta diversa.
«Ti va di raccontarmi che cosa ti piaceva fare con Rosa?»
Per la prima volta Nico sorrise.
Parlò di un balcone con due vasi di basilico, delle corse immaginarie che faceva seguendo i treni e di un vecchio orologio che segnava sempre cinque minuti avanti.
Beatrice ascoltò senza cercare Alessio in ogni frase.
Intanto gli agenti perquisirono la casa di Seregno con le autorizzazioni necessarie.
Sotto un cassetto trovarono una busta di ricevute, un quaderno delle spese e una fotografia del bambino a tre anni.
Sul retro, Rosa aveva scritto semplicemente: «Il mio Nico».
In fondo alla busta c’era anche un foglio con una somma, una data e una firma.
Non dimostrava da solo chi avesse preso Alessio, ma la data corrispondeva al lunedì successivo alla scomparsa.
La firma era quella di Giulia Conti.
Quando Elena lo comunicò a Beatrice, aggiunse un particolare che nessuna delle due riuscì a ignorare: Giulia aveva telefonato a Rosa proprio la mattina in cui Nico era stato lasciato per strada.
La domanda non era più soltanto chi avesse portato via un bambino.
Era se Giulia avesse saputo, per tutti quegli anni, dove trovarlo.
Per seguire la traccia della firma e della telefonata, leggi la Parte 4.













