Giulia Conti abitava a venti minuti da Beatrice, in un appartamento ordinato dove conservava ancora le fotografie del fratello Matteo.
Per nove anni aveva continuato a presentarsi il giorno del compleanno di Alessio con un mazzo di fiori bianchi.
Beatrice aveva considerato quella fedeltà una forma di amore.
Ora ripensava a ogni visita, a ogni domanda e a ogni silenzio.
C’era stato un Natale in cui Giulia aveva aiutato Beatrice a togliere dalla tavola il piattino che lei preparava ancora per Alessio. «Quando tornerà, sarà grande», le aveva detto.
Beatrice l’aveva ringraziata per aver trovato parole che nessun altro osava pronunciare.
Adesso quel ricordo le bruciava.
Ma decise di non cancellarlo dalla memoria soltanto perché sospettava un tradimento: la gentilezza di una sera e una colpa terribile potevano esistere nella stessa persona, senza che l’una annullasse l’altra.
Elena Valli le spiegò che Giulia era stata convocata per chiarimenti.
La firma nel quaderno di Rosa poteva indicare un pagamento, ma non bastava a dimostrare un sequestro.
Occorrevano documenti originali, riscontri sui movimenti di denaro e un esame della storia raccontata dalla donna.
Beatrice voleva soltanto una risposta semplice.
«Se è stato lei a portarlo via, perché non me lo ha restituito?»
«È proprio quello che dobbiamo ricostruire», rispose Elena.
Quella mattina Beatrice riuscì a uscire di casa solo per andare dal panettiere.
Sul banco vide piccole rosette rotonde e comprò le stesse che, anni prima, Matteo prendeva per la colazione della domenica.
Si accorse del gesto soltanto quando il commesso le porse il sacchetto.
Non sapeva se Nico fosse Alessio.
Sapeva, però, che il suo corpo ricordava ancora la vita di prima.
Sara Bellini la chiamò nel pomeriggio.
Nico aveva chiesto di vedere Rosa e i servizi stavano organizzando un contatto nel rispetto delle condizioni della donna.
Non aveva chiesto di Beatrice.
La notizia la ferì più di quanto volesse ammettere.
«È normale che cerchi chi lo ha cresciuto», le disse Sara. «Non possiamo chiedergli di sostituire un legame con un altro perché gli adulti hanno scoperto una possibilità.»
Beatrice ringraziò, poi rimase a lungo seduta con il telefono spento.
Aveva passato tanti anni a immaginare il momento in cui suo figlio avrebbe corso verso di lei.
La realtà le stava insegnando a non trasformare quella fantasia in una pretesa.
La sera Elena le riferì che Giulia aveva ammesso di conoscere Rosa.
Disse di aver aiutato un’amica in difficoltà, senza spiegare perché avesse tenuto nascosta la relazione.
Negò di aver riconosciuto in Nico il bambino scomparso.
Quando le mostrarono la fotografia scattata al pranzo di famiglia, scoppiò in lacrime e chiese un avvocato.
Niente di tutto ciò, da solo, era una confessione.
Beatrice aprì una scatola dei documenti di Matteo.
Cercava la ricevuta del medaglione, per stabilire chi potesse averne conosciuto l’incisione.
Trovò invece una cartolina di Giulia, spedita dopo un viaggio al mare, quattro mesi prima della scomparsa.
«Non saprei stare senza una famiglia», aveva scritto Giulia al fratello. «Voi tre siete quello che mi resta.»
Beatrice ricordò allora una sera che aveva cercato di dimenticare.
Giulia aveva perso una bambina durante la gravidanza e, quando Alessio era nato, aveva chiesto di tenerlo con sé per una settimana.
Matteo aveva rifiutato con delicatezza.
Giulia era rimasta offesa e non aveva più affrontato l’argomento.
Quel ricordo non provava niente.
Beatrice lo consegnò comunque a Elena, insistendo perché non fosse trattato come una condanna.
Nel frattempo le verifiche sui documenti di Nico procedevano.
Il nome Niccolò Sala appariva su certificati che Rosa aveva conservato in copia, ma gli uffici competenti non trovavano la corrispondente registrazione nei termini dichiarati.
Paolo Riva, l’uomo che li aveva consegnati, risultava domiciliato da mesi a un indirizzo dove nessuno lo vedeva più.
Gli investigatori individuarono inoltre bonifici periodici verso un conto utilizzato per le spese di Rosa.
Provenivano da versamenti in contanti effettuati in date vicine alle visite di Giulia.
Non era ancora possibile attribuirli tutti a lei, ma il quadro non somigliava più a un favore casuale.
Elena tornò a parlare con Rosa.
La donna ricordava il primo giorno con Nico: era arrivato avvolto in una copertina gialla e aveva pianto per ore.
Giulia non si era trattenuta.
Paolo aveva detto che il bambino aveva già perso la madre e che fare troppe domande gli avrebbe procurato altri guai.
«Poi Giulia è tornata?»
«Ogni tanto. Guardava Nico come se volesse prenderlo in braccio, ma non osava. Io pensavo che provasse vergogna per la situazione della sua amica.»
«Le ha mai detto che si chiamava Alessio?»
Rosa scosse la testa.
«Lo ha chiamato così una volta, nel sonno. Quando gliel’ho chiesto, ha detto che era il nome di un bambino che non c’era più.»
La poliziotta lasciò qualche minuto alla donna.
Rosa tremava all’idea che le portassero via Nico per sempre.
Non era stata lei a inventare i documenti, ma sapeva di aver ignorato troppi segnali.
Accettò di mettere a disposizione il quaderno e ogni lettera ricevuta.
Verso sera Beatrice ricevette una telefonata da Giulia.
Non rispose.
Lasciò squillare il telefono e inoltrò subito l’informazione a Elena.
Poco dopo arrivò un messaggio.
«Non credere a quello che ti dicono. Matteo sapeva.»
Beatrice lesse la frase cinque volte.
Aveva passato gli ultimi anni della vita del marito a cercare insieme a lui.
Lo aveva visto tornare da sopralluoghi inutili, invecchiare davanti alle notizie e sedersi ogni notte accanto alla stanza vuota del figlio.
Pensare che Matteo potesse aver conosciuto la verità era quasi insopportabile.
Elena le chiese di conservare il messaggio senza rispondere.
Poi la convocò per mostrarle una copia di un atto recuperato nell’abitazione di Rosa.
Il foglio portava una presunta autorizzazione a lasciare il bambino, identificato come Niccolò Sala, alle cure di Rosa Ferri, con una data di nove anni prima.
In fondo compariva una firma: Matteo Conti.
Beatrice riconobbe le lettere, l’inclinazione, persino il tratto lungo sotto il cognome.
Sembrava davvero la firma di suo marito.
Eppure, se quel documento era autentico, tutto ciò che aveva creduto di sapere sui giorni della scomparsa sarebbe cambiato.
Per scoprire chi avesse usato il nome di Matteo e perché, continua con la Parte 5.













