Per alcuni secondi pensai di aver capito male.
«Rapito? Sono la loro madre.»
«Lo so.»
«Ero mezza morta sotto un cavalcavia.»
«Lo so anche questo.»
«Allora come può denunciarlo?»
Marta, che era rimasta accanto a noi, rispose prima di Elia.
«Può presentare una denuncia. Non significa che la sua versione diventi vera.»
La distinzione era razionale. Il mio corpo, però, non reagì in modo razionale.
Mi tornarono in mente gli anni in cui Lorenzo riusciva sempre a raccontare per primo ciò che era successo. Se mi insultava e io piangevo, diceva che ero instabile. Se mi impediva di uscire e io protestavo, diceva che ero ossessiva. Se sua madre mi umiliava e io mi difendevo, diventavo io quella aggressiva.
Adesso stava facendo la stessa cosa su una scala molto più grande.
«Vuole che sembri pazza.»
Marta annuì lentamente.
«Probabilmente vuole creare rumore attorno al caso. Ma ha commesso un errore.»
«Quale?»
«Ha messo per iscritto una versione verificabile.»
Nei due giorni successivi non tornai nell’attico.
Marta organizzò per me e le bambine una sistemazione protetta che non apparteneva a Elia. Fu una mia decisione, e lui non la contestò.
Prima di lasciarlo, gli dissi una cosa che mi era rimasta in gola dal primo giorno.
«Ti sono grata. Ma non voglio passare da una casa controllata da Lorenzo a una casa controllata da te.»
Elia rimase immobile.
Pensavo che si sarebbe offeso.
Invece abbassò lo sguardo sulle gemelle.
«È giusto.»
«Non voglio doverti niente.»
«Non mi devi niente.»
«Mi hai salvato la vita.»
«Non è un debito.»
Quelle quattro parole mi seguirono per tutta la notte.
La mattina successiva fui ascoltata formalmente insieme a Marta. Consegnammo i messaggi di Lorenzo, il vocale, i referti del medico che mi aveva curata e la fotografia inviata da Vittorio.
Lucia rese la propria dichiarazione separatamente.
Il registro cartaceo fu acquisito.
Poi arrivò il primo colpo alla versione di Lorenzo.
Le telecamere del palazzo in cui avevamo vissuto mostravano l’ingresso di Carlo Neri e Davide Piras poco dopo il mio ritorno dal parto. Mostravano anche me, quasi due ore dopo, mentre venivo trascinata fuori dall’edificio.
Non si vedeva tutto.
Ma si vedeva abbastanza.
Io non ero fuggita volontariamente.
Non stavo camminando accanto a mio marito.
E soprattutto non avevo con me alcun bagaglio.
Quando Marta mi mostrò quei fotogrammi, fissai la donna curva sullo schermo senza riconoscerla.
«Quella sono io?»
«Sì.»
Avevo una bambina sotto il cappotto e l’altra stretta al petto.
Dietro di me, Lorenzo restava fermo sulla porta.
Non mi seguiva.
Non provava a fermarmi.
Semplicemente guardava.
Mi coprii la bocca.
«Avevo dimenticato questo momento.»
Marta chiuse il computer.
«Non devi ricordare tutto in una volta.»
Quella sera chiamai Elia.
Era la prima volta che lo facevo io.
«Le telecamere hanno ripreso tutto.»
«Tutto?»
«Abbastanza.»
Silenzio.
«Anna, ascoltami. Da questo momento, non fare niente per dimostrare qualcosa a me o a chiunque altro. Fai solo ciò che serve a te e alle bambine.»
«Perché me lo dici?»
Dall’altra parte sentii il rumore lontano del traffico.
«Perché so cosa significa confondere protezione e controllo.»
Non aggiunse altro.
Ma qualche ora più tardi, Teresa mi raccontò qualcosa che lui non aveva mai detto.
Quando Elia aveva sedici anni, sua madre aveva tentato più volte di lasciare un uomo violento. Ogni volta qualcuno della famiglia l’aveva convinta a tornare per non creare scandalo. Alla fine era morta dopo essere stata ricoverata per ferite che tutti avevano continuato a chiamare incidenti.
Capì allora perché, sotto quel cavalcavia, la sua espressione era cambiata.
Non perché fossi speciale.
Perché aveva già visto una donna diventare invisibile mentre tutti intorno a lei decidevano di non vedere.
Il giorno dopo, la situazione cambiò ancora.
Carlo Neri chiese di parlare.
Non con Elia.
Con gli investigatori.
La notizia arrivò a Marta nel primo pomeriggio.
«Ha paura che Piras scarichi tutto su di lui», spiegò. «E sembra disposto a collaborare.»
Il mio primo impulso fu di provare soddisfazione.
Poi ricordai le sue mani sulle mie braccia.
La soddisfazione sparì.
Neri ammise di essere stato mandato nell’appartamento da Vittorio per “evitare una scenata pubblica”. Disse che Lorenzo era furioso e che Piras aveva usato più forza del previsto. Cercò di minimizzare il proprio ruolo.
Ma confermò una cosa fondamentale.
Vittorio sapeva che ero stata cacciata poche ore dopo il parto.
E aveva ordinato di impedirmi di parlare con giornalisti, medici o autorità.
«Ha ordinato di farmi del male?»
Marta fu prudente.
«Neri non lo dice. Dice che l’ordine era controllare la situazione.»
«Controllare me.»
«Sì.»
Quella parola mi fece più effetto di qualsiasi altra.
Controllare.
Era sempre stata quella la vera lingua della famiglia De Santis.
Non amore.
Non reputazione.
Controllo.
La sera stessa, Lorenzo chiese di vedermi.
Marta voleva rifiutare.
Io no.
«Voglio sentirlo parlare quando non può chiudere una porta dietro di me.»
L’incontro fu organizzato in presenza dei legali, in una sala neutra.
Quando Lorenzo entrò, ebbi paura.
Non una paura astratta.
Il mio corpo lo riconobbe prima della mia mente.
Le mani diventarono fredde.
Il respiro corto.
Poi lui mi guardò e fece qualcosa che non mi aspettavo.
Sorrise.
«Anna.»
Non risposi.
Si sedette di fronte a me.
«Possiamo ancora sistemare questa cosa.»
Marta intervenne.
«Il signor De Santis deve rivolgersi a me.»
Lorenzo ignorò la frase.
«Ti stanno usando. Visconti ti ha riempito la testa di cose.»
Lo guardai per la prima volta davvero.
«Mi hai lasciata morire.»
La sua mascella si irrigidì.
«Eri fuori controllo.»
«Le bambine avevano poche ore.»
«Non erano in pericolo quando sei uscita.»
«Non sono uscita. Mi avete buttata fuori.»
Per un istante vidi il vecchio Lorenzo.
Quello che compariva quando nessuno di importante lo stava guardando.
«Sei sempre stata ingrata.»
Marta chiuse la cartella.
«L’incontro è finito.»
Ma io alzai una mano.
«No.»
Lorenzo sorrise di nuovo, convinto che stessi cedendo.
«Finalmente.»
«Voglio chiederti una cosa.»
«Cosa?»
Pensai alle mie figlie.
«Se fossero stati due maschi, mi avresti fatto questo?»
Il sorriso gli morì sul volto.
Non rispose.
Non ne aveva bisogno.
Mi alzai.
Per anni avevo aspettato che ammettesse di avermi ferita.
In quel momento capii che non mi serviva più.
Quando uscii dalla sala, Marta ricevette una telefonata.
La ascoltò, poi mi raggiunse nel corridoio.
«Anna.»
«Che c’è?»
«Davide Piras è stato fermato.»
Sentii le gambe indebolirsi.
«E Lorenzo?»
Marta mi guardò.
«Stanno eseguendo un provvedimento anche nei suoi confronti.»
Dall’altra parte della porta, sentimmo improvvisamente delle voci alzarsi.
Poi Lorenzo gridò il nome di suo padre.
Per la prima volta da quando lo conoscevo, non chiamò me per risolvere le conseguenze delle sue azioni.













