La vigilia di Natale lasciai le mie due figlie davanti alla casa dei miei genitori con una fretta che ancora oggi mi pesa sul petto.
Giulia aveva otto anni. Sofia ne aveva tre.
Mi voltai verso di loro mentre il motore dell’auto era ancora acceso.
«Entrate subito, va bene? Il papà è in ospedale e devo raggiungerlo. La nonna e il nonno si occuperanno di voi.»
Giulia strinse la mano della sorellina e annuì come fanno i bambini quando capiscono che un adulto è spaventato e cercano di non aggiungere altro peso.
«Papà starà bene?»
«Sì. Certo che sì.»
Mentii perché era Natale e perché non sapevo cos’altro dire.
Mio marito, Matteo, era stato ricoverato nel primo pomeriggio dopo un malore improvviso. I medici parlavano di un problema cardiaco da valutare, niente di definitivo, ma abbastanza serio da farmi correre in ospedale senza riuscire quasi a respirare.
I miei genitori vivevano a meno di venti minuti da noi, in una zona residenziale ai margini di Bologna. Non era la prima volta che tenevano le bambine. Non avevo motivo di immaginare che qualcosa potesse andare storto.
Così le guardai attraversare il vialetto, poi ripartii.
Quando arrivai in ospedale, Matteo era pallido, con elettrodi sul petto e una flebo nel braccio. Mi sedetti accanto a lui e gli presi la mano.
«Le bambine?»
«Dai miei.»
Chiuse gli occhi e sospirò, sollevato.
Per quasi due ore rimasi lì convinta che Giulia e Sofia fossero al caldo, magari davanti all’albero di Natale di mia madre, con una tazza di latte caldo e troppi biscotti.
Pensavo che il momento peggiore della mia serata fosse vedere mio marito addormentarsi sotto una coperta sottile mentre i monitor continuavano a emettere piccoli segnali regolari.
Poi squillò il telefono.
Numero sconosciuto.
Risposi sottovoce per non svegliare Matteo.
«Pronto?»
«Signora Rinaldi?»
La voce era maschile, ferma ma urgente.
«Sì.»
«Sono un operatore del 118. Abbiamo trovato due bambine all’aperto. La più grande ci ha dato questo numero.»
Per qualche secondo non capii.
Le parole arrivavano alle mie orecchie ma non riuscivano a formare una frase sensata.
«Due bambine?»
«Una ha circa otto anni. L’altra è molto piccola. Sono state esposte al freddo per parecchio tempo.»
Mi alzai così in fretta che la sedia cadde all’indietro.
«Dove?»
Quando mi disse il luogo, il sangue mi si gelò.
Era a quasi quattro chilometri dalla casa dei miei genitori.
«No. Non può essere.»
L’uomo fece una pausa.
«La bambina più grande ha detto che si chiama Giulia.»
Mi mancò l’aria.
La mia bambina aveva ricordato il mio numero di telefono mentre cercava di riportare a casa sua sorella.
Uscii dalla stanza senza nemmeno prendere il cappotto.
Ricordo solo corridoi bianchi, porte automatiche e il rumore dei miei passi.
Quando raggiunsi il pronto soccorso pediatrico, Sofia era già sotto monitoraggio. Aveva una coperta termica attorno al corpo e un’infermiera le teneva una piccola mascherina vicino al viso.
Giulia era nel letto accanto.
Le guance erano rosse per il freddo, le labbra secche, le mani tremavano ancora.
Mi precipitai verso di lei.
«Amore mio.»
Aprì gli occhi lentamente.
Non mi chiese dei regali.
Non mi chiese perché fosse finita in ospedale.
La prima cosa che disse fu:
«Papà sta bene?»
Mi si spezzò qualcosa dentro.
«Sì. Sta bene. Ma tu… Giulia, cosa è successo?»
Lei guardò verso il letto di Sofia.
Poi sussurrò:
«La nonna non ci ha lasciate entrare.»







