Mi sedetti accanto a Giulia e le chiesi di raccontarmi tutto, senza fretta.
All’inizio parlava piano, con la voce impastata dalla stanchezza.
Lei e Sofia avevano percorso il vialetto come avevo detto. Avevano bussato. Mia madre aveva aperto.
Giulia le aveva spiegato che Matteo era in ospedale e che io dovevo restare con lui.
Mia madre aveva guardato entrambe e aveva risposto:
«Vostra madre doveva avvisare.»
Giulia aveva pensato fosse un malinteso.
«Mamma ha detto che possiamo stare qui.»
«Tua madre dice tante cose.»
Poi mia madre aveva iniziato a chiudere la porta.
Giulia aveva messo una mano sul battente.
«Nonna, non sappiamo tornare a casa.»
«Allora chiamate vostra madre.»
«Il mio telefono è nello zaino a casa.»
Mia madre aveva esitato.
Dietro di lei, mio padre era apparso in corridoio.
Giulia mi disse che lo aveva guardato direttamente.
«Nonno, possiamo entrare?»
Lui non aveva risposto.
Mia madre aveva richiuso la porta.
Giulia e Sofia erano rimaste sul portico per parecchi minuti.
«Pensavo che avrebbe riaperto,» mi disse mia figlia. «Pensavo che forse era arrabbiata solo un po’.»
Nessuno era tornato fuori.
Alla fine, con il freddo che aumentava e Sofia che iniziava a piangere, Giulia aveva deciso di provare a tornare a casa.
Non conosceva bene la zona. Sapeva solo che per arrivare dai nonni avevamo attraversato una strada grande, poi una rotonda, poi un quartiere pieno di villette simili tra loro.
Per una bambina di otto anni era un labirinto.
Camminarono tenendosi per mano.
Sofia inciampò più volte.
Quando iniziò a dire che le facevano male le gambe, Giulia la prese in braccio.
Continuò così finché poté.
Un uomo che portava fuori il cane le aveva trovate vicino a un parcheggio quasi vuoto. Sofia non rispondeva più bene e Giulia era seduta a terra con la sorella in grembo.
Fu lui a chiamare i soccorsi.
Ascoltai tutto con le mani strette tra loro così forte che le unghie mi segnarono i palmi.
Quando tornai da Matteo, era sveglio.
Mi vide in faccia e si tirò su nonostante i cavi attaccati al petto.
«Dove sono le bambine?»
Gli raccontai tutto.
Non disse niente per diversi secondi.
Poi indicò il mio telefono.
«Chiama i tuoi.»
Mio padre rispose al terzo squillo.
Io non urlai.
Chiesi soltanto:
«Hai visto le bambine andarsene da casa vostra?»
Silenzio.
«Papà?»
«Le ho viste scendere dal vialetto.»
Mi si strinse lo stomaco.
«Hai visto un’ottoenne andarsene con una bambina di tre anni nel gelo e non hai fatto niente?»
«Tua madre era arrabbiata. Diceva che non potevi continuare a darci per scontati.»
«Matteo era in ospedale.»
«Lo so.»
«E loro sono bambine.»
Lui abbassò la voce.
«Voleva solo farti capire un punto.»
In quel momento sentii mia madre in sottofondo.
«Dammi il telefono.»
Pochi secondi dopo la sua voce arrivò forte e tagliente.
«Sei tu quella che deve chiedere scusa.»
La fissai nel vuoto.
«Per cosa?»
«Per averci scaricato due bambine davanti senza nemmeno chiamare.»
Guardai attraverso la porta della stanza di Matteo, verso il corridoio che portava alla pediatria.
«Sofia ha tre anni.»
«Non fare la drammatica.»
Mi si gelò il sangue.
«È collassata per il freddo.»
Dall’altra parte calò il silenzio.
Pensai che finalmente avesse capito.
Poi disse:
«Be’, Giulia avrebbe potuto chiedere aiuto a qualcuno.»
Matteo sentì.
E qualcosa nel suo volto cambiò.







