Matteo tese la mano verso il telefono.
Glielo passai.
Era ancora collegato al monitor. Aveva il viso pallido e la voce bassa, ma non l’avevo mai sentito parlare con quella freddezza.
«Signora Conti?»
Mia madre esitò.
«Matteo, tu non sai tutta la storia.»
«So abbastanza.»
«Tua moglie ci tratta come babysitter disponibili a comando.»
«Mia moglie vi ha portato due bambine perché io ero in ospedale.»
«Avrebbe potuto chiamare.»
Matteo respirò lentamente.
«E voi avreste potuto aprire una porta.»
Nessuno parlò.
Poi aggiunse:
«Da questo momento non avrete più occasione di chiuderla in faccia alle mie figlie.»
E riattaccò.
Non era una minaccia. Non era una frase detta per rabbia.
Era una decisione.
Quella notte i medici decisero di trattenere entrambe le bambine in osservazione. Sofia si riprese lentamente. Giulia, invece, non riusciva a dormire.
Ogni volta che chiudeva gli occhi li riapriva subito.
A un certo punto mi chiese:
«Mamma, ho fatto qualcosa di sbagliato?»
Mi si spezzò il cuore una seconda volta.
«No.»
«La nonna era arrabbiata con me?»
«No, amore.»
«Allora perché non ci ha fatto entrare?»
Non avevo una risposta che una bambina potesse capire.
Così le dissi la verità più semplice.
«Perché gli adulti a volte fanno scelte sbagliate anche quando dovrebbero sapere meglio.»
La mattina di Natale arrivò senza albero, senza regali e senza colazione speciale.
Eppure fu uno dei Natali più importanti della mia vita.
Alle otto del mattino mio padre mi mandò il primo messaggio.
Possiamo venire in ospedale?
Non risposi.
Alle otto e venti ne arrivò un altro.
Tua madre è molto scossa.
Alle nove:
Vorremmo vedere le bambine.
Mostrai i messaggi a Matteo.
Scosse la testa.
«No.»
«Forse dovremmo almeno ascoltarli.»
Mi guardò.
«Ieri hanno avuto la possibilità di ascoltare Giulia.»
Quella frase mi fermò.
Verso mezzogiorno fui dimessa con le bambine. Matteo sarebbe rimasto un’altra notte per accertamenti.
Quando arrivammo a casa, trovai tre sacchetti regalo davanti alla porta.
Uno per Giulia.
Uno per Sofia.
Uno per noi.
Sopra c’era un biglietto scritto da mia madre.
Possiamo superare questa cosa. È Natale.
Giulia lesse solo la prima riga.
Poi mi chiese:
«Dobbiamo andare da loro?»
La paura nella sua voce fu sufficiente.
Presi i sacchetti e li misi in garage.
«No.»
Quella sera chiamai mia sorella maggiore, Elena.
Viveva a Firenze e non aveva idea di cosa fosse successo.
Quando finii di raccontare, rimase in silenzio.
Poi disse una cosa che cambiò completamente il modo in cui guardavo la mia famiglia.
«Claudia… questa non è la prima volta che fanno una cosa del genere.»







