Quando Elia tornò verso di me, aveva il telefono ancora stretto in mano.
«Si chiama Lorenzo De Santis», disse.
Il nome di mio marito, pronunciato da lui, sembrò improvvisamente appartenere a qualcun altro. A un uomo che potevo osservare da lontano, invece che a quello che per anni aveva deciso quanto potevo mangiare, con chi potevo parlare e perfino quando avevo il diritto di dormire.
«Lo so come si chiama.»
«Non intendevo questo.»
Elia appoggiò il telefono sul tavolo accanto al letto. Sullo schermo c’era una fotografia di Lorenzo davanti a un edificio moderno, accanto a suo padre, Vittorio De Santis. Avevo visto quell’uomo soltanto due volte in tutta la mia vita. Entrambe le volte mi aveva trattata come si guarda una macchia su una tovaglia costosa.
«La famiglia De Santis sta cercando di capire quanto tu abbia raccontato», continuò Elia. «E soprattutto a chi.»
Mi strinsi il lenzuolo al petto.
«Non ho raccontato niente a nessuno.»
«Loro non possono saperlo.»
Dalla stanza accanto arrivò di nuovo un vagito. Stavolta più forte. Prima che potessi muovermi, una donna sulla cinquantina entrò con una delle bambine avvolta in una coperta color crema. Aveva i capelli raccolti e un’espressione ferma ma gentile.
«Ha fame», disse. «E credo che abbia già deciso di comandare tutti.»
Per la prima volta da quando avevo aperto gli occhi, sorrisi.
«Quale delle due è?»
«Quella con il braccialetto rosa è Giulia. Questa è Sofia.»
Mi si spezzò qualcosa dentro.
Non avevo ancora avuto il tempo di imparare i loro visi. Avevo partorito due figlie e, prima ancora di poterle guardare davvero, ero stata trascinata fuori di casa.
La donna mi aiutò a sistemare Sofia tra le braccia. Elia si voltò verso la finestra, come se quel momento non gli appartenesse.
«Lei è Teresa», disse. «Si occuperà di voi finché servirà.»
«Non posso restare qui.»
Elia si girò.
«Perché?»
«Perché se Lorenzo viene davvero qui, porterà problemi a casa tua.»
Teresa abbassò gli occhi sulla bambina, poi uscì senza dire nulla.
Elia, invece, fece un passo verso il letto.
«Anna, i problemi erano già arrivati prima di te.»
Il modo in cui lo disse mi fece capire che sapeva qualcosa che io ignoravo.
«Cosa vuole la famiglia De Santis da te?»
Per alcuni secondi rimase in silenzio.
«Vittorio controlla società di costruzioni, cooperative e appalti. Io controllo uomini che lui preferirebbe avere dalla sua parte. Non siamo amici.»
«E adesso pensa che io possa essere usata contro di lui.»
«Sì.»
Guardai Sofia. Dormiva con una mano chiusa contro il mio petto.
«Quindi ha ragione.»
Elia aggrottò le sopracciglia.
«In che senso?»
«Potrei essere usata.»
«No.»
La risposta arrivò così in fretta che alzai lo sguardo.
«Non sei una leva. Non sei una merce. E non userò le tue figlie per colpire nessuno.»
Quelle parole mi fecero più male di quanto avrebbero dovuto, perché mi ricordarono quanto fosse diventato normale, per me, essere trattata esattamente nel modo opposto.
Un’ora dopo, una delle guardie entrò con una busta trasparente. Dentro c’erano il mio telefono, il portafoglio e una chiave.
«Li abbiamo trovati nel cappotto», disse.
Il telefono aveva lo schermo incrinato, ma si accese.
C’erano ventisette chiamate perse.
Quindici da Lorenzo.
Sette da sua madre.
Cinque da un numero sconosciuto.
Poi arrivò un messaggio.
SEI VIVA. NON COMPLICARE LE COSE.
Mi mancò il respiro.
Elia lesse il testo senza toccare il telefono.
«Non rispondere.»
Quella frase mi fece scattare qualcosa.
«Per anni tutti mi hanno detto cosa fare.»
Lui mi guardò, sorpreso.
«Mio marito. Sua madre. Suo padre. I medici che loro sceglievano. Perfino quando partorivo, tutti parlavano sopra la mia testa come se io non fossi lì.»
Abbassai lo sguardo sullo schermo.
«Non voglio che tu diventi un’altra persona che decide al posto mio.»
Il silenzio durò abbastanza da farmi pentire di aver parlato.
Poi Elia annuì.
«Hai ragione.»
Non era la risposta che mi aspettavo.
«Ti dirò cosa penso. Ma scegli tu.»
Inspirai lentamente.
«Allora penso che debba rispondere.»
«Perché?»
«Perché voglio sapere cosa teme.»
Digitai con le dita ancora tremanti.
CHE COSA NON DOVREI COMPLICARE?
La risposta arrivò quasi subito.
Torna a casa. Da sola.
Elia lesse.
«Vuole separarti dalle bambine.»
«Lo ha già fatto una volta.»
«Questa volta non ci riuscirà.»
Lo guardai.
«Hai appena detto che scelgo io.»
«E infatti puoi scegliere se incontrarlo. Ma non posso fingere che sia sicuro.»
Rimasi in silenzio. Poi arrivò un secondo messaggio.
MIO PADRE PUÒ SISTEMARE TUTTO. BASTA CHE TU NON PARLI DI QUELLO CHE È SUCCESSO DOPO IL PARTO.
Il cuore cominciò a battermi più forte.
«Quello che è successo dopo il parto», ripetei.
Elia prese una sedia e si sedette davanti a me.
«Anna, chi c’era in quell’appartamento?»
Chiusi gli occhi.
I ricordi tornavano a lampi.
Lorenzo che urlava.
Sua madre che diceva che avevo rovinato la famiglia.
Due uomini che non conoscevo bene, amici di suo padre.
Uno di loro che chiudeva la porta.
Le mie ginocchia contro il pavimento.
«Tre uomini», sussurrai. «Lorenzo e altri due.»
«Li riconosceresti?»
«Sì.»
Elia non disse nulla.
Il mio telefono vibrò ancora.
Stavolta era un messaggio vocale.
Premetti play prima che potessi cambiare idea.
La voce di Lorenzo riempì la stanza.
«Anna, ascoltami. Nessuno voleva che finisse così. Hai provocato tutti. Eri isterica. Se torni senza fare scenate, mio padre farà sparire il referto e diremo che sei caduta. Le bambine possono essere affidate a qualcuno. Tu riposi, e tra qualche settimana sarà tutto dimenticato.»
Rimasi immobile.
Elia prese il telefono solo quando glielo porsi io.
«Questo cambia molto.»
«Perché?»
«Perché adesso non abbiamo soltanto la tua parola.»
La paura dentro di me non sparì.
Ma cambiò forma.
Per la prima volta, non era soltanto paura di quello che Lorenzo poteva farmi.
Era paura di quello che sarebbe successo quando avessi smesso di proteggerlo con il mio silenzio.
Quella sera chiesi a Teresa di portarmi entrambe le bambine.
Le sistemai accanto a me sul letto.
Elia rimase sulla soglia.
«Domani un avvocato verrà qui», disse. «Non lavora per me. Lavora per te, se lo vorrai.»
«E se non lo volessi?»
«Ne cercheremo un altro.»
Guardai le mie figlie.
Giulia aveva il naso di Lorenzo.
Per qualche motivo, quella somiglianza mi fece male.
«Voglio denunciare tutto.»
Elia non sorrise. Non disse che era orgoglioso di me.
Fece soltanto un cenno con la testa.
«Allora domani cominciamo.»
Ma alle due e diciassette di notte, tutte le luci dell’attico si spensero nello stesso istante.
Un secondo dopo, dalla porta blindata arrivarono tre colpi lenti.
Non abbastanza forti da sembrare un assalto.
Abbastanza precisi da sembrare un messaggio.
Elia comparve nel corridoio con due uomini armati.
Poi il citofono si accese da solo.
Una voce maschile disse soltanto:
«Signor Visconti, Vittorio De Santis vuole parlare di sua nuora.»













