Incontrai Davide Moretti la mattina seguente in uno studio legale, con Elena presente e dopo aver informato Neri.
Non volevo una conversazione segreta.
Non volevo più niente che esistesse soltanto nella memoria di due persone.
Davide arrivò con dieci minuti di anticipo. Non assomigliava all’uomo brillante che ricordavo alle cene di Natale della società. Aveva la barba di due giorni, una camicia stropicciata e il modo di guardare la porta di chi teme che qualcuno possa entrare.
«Non sono qui per salvare Lorenzo», disse prima ancora di sedersi.
Elena accese il registratore con il suo consenso.
«Allora perché è qui?»
Davide appoggiò una chiavetta USB sul tavolo.
«Perché sta cercando di scaricare tutto su di me.»
La società, spiegò, aveva iniziato a perdere denaro quasi due anni prima dopo una serie di operazioni immobiliari sbagliate. All’inizio Lorenzo aveva nascosto le perdite ai clienti spostando liquidità tra progetti.
«Temporaneamente», disse Davide con amarezza. «Era sempre temporaneamente.»
Poi erano arrivati nuovi prestiti.
Nuove garanzie.
Nuovi documenti.
«Io sapevo che i conti erano messi male», ammise. «Non sapevo che stesse usando patrimoni familiari come garanzia.»
Elena lo fermò.
«Lei sta dicendo di non aver mai visto il nome di Ada Bellini?»
«L’ho visto tre settimane fa. Ho chiesto spiegazioni. Lorenzo mi ha detto che sua suocera aveva accettato.»
«E lei gli ha creduto?»
Davide non rispose subito.
«Ho scelto di credergli.»
Conoscevo quella frase.
Era la versione professionale di ciò che avevo fatto io.
La chiavetta conteneva copie di messaggi, bilanci interni e una tabella in cui Lorenzo aveva elencato alcune «garanzie disponibili».
Una riga riportava:
BELLINI A. — MARINO — 640K — FIRMA IN CHIUSURA.
Accanto c’era una nota:
Se necessario, certificazione capacità.
Sentii mia madre diventare improvvisamente una voce nella mia testa.
A settantadue anni può succedere.
«Che significa “certificazione capacità”?» chiesi.
Davide si passò una mano sul volto.
«Non lo so con certezza.»
«Cosa pensa che significhi?»
«Lorenzo mi aveva chiesto il contatto di un medico disponibile a fare una valutazione privata per una persona anziana.»
Elena e io ci guardammo.
«Valutazione di cosa?»
«Capacità cognitiva.»
Il piano diventò più chiaro e più disgustoso.
Se Ada avesse firmato, Lorenzo avrebbe avuto la garanzia.
Se non avesse firmato, poteva cominciare a costruire l’idea che non fosse più pienamente capace di gestire i propri beni.
La notte dell’aggressione aveva fatto entrambe le cose nello stesso tempo: aveva tentato di ottenere la firma e, quando Ada aveva resistito, aveva creato una scena in cui lei appariva violenta e confusa.
Non era geniale.
Era disperato.
Ed era proprio la disperazione a renderlo pericoloso.
Consegnammo la chiavetta agli investigatori tramite i canali indicati dall’avvocata.
Quello stesso pomeriggio ricevetti una proposta da Lorenzo.
Non direttamente.
Attraverso il suo nuovo legale.
Se avessi evitato di costituirmi parte civile nell’immediato e avessi convinto Ada a «chiarire» che la colluttazione era stata reciproca, Lorenzo sarebbe stato disposto a rinunciare a qualsiasi pretesa sul nostro appartamento di Roma e a trasferirmi la sua quota.
Elena lesse la lettera due volte.
«Non è una confessione.»
«È un prezzo.»
«Sì.»
Guardai la cifra stimata della quota.
Per qualche secondo pensai a quanto sarebbe stato semplice.
Una casa.
Una separazione rapida.
Mia madre al sicuro.
Niente udienze pubbliche, niente colleghi che leggono il mio nome sui giornali locali, niente parenti che telefonano per chiedere «ma com’è possibile che tu non ti sia accorta di niente?».
Il silenzio aveva un valore economico preciso.
E proprio per questo mi fece paura.
Elena mi chiese di non decidere subito. Mi lasciò sola nella sala riunioni per dieci minuti con la lettera davanti.
Pensai all’appartamento. Al mutuo quasi estinto. Alla possibilità di evitare anni di battaglie. Pensai anche a mia madre che, al commissariato, aveva dovuto spiegare a estranei perché un uomo più giovane e rispettato di lei avesse un taglio sulla tempia mentre lei aveva i lividi sul viso.
Se avessimo corretto la sua versione per rendere la vicenda più comoda, le avremmo chiesto di pagare ancora una volta per ciò che Lorenzo aveva fatto.
Quando Elena rientrò, avevo già piegato la lettera.
«Non la accetto», dissi.
«Ne è sicura?»
«Sì. Non compro una casa con la parola di mia madre.»
Telefonai ad Ada.
«Hanno fatto una proposta.»
Le spiegai tutto.
Lei ascoltò senza interrompermi.
«Tu cosa vuoi fare?» chiese.
Mi accorsi che quella era la prima volta, da quando era iniziato tutto, in cui qualcuno mi chiedeva cosa volessi invece di cosa fosse necessario fare.
«Voglio che non possa raccontare che sei stata tu.»
«Allora hai già la risposta.»
Rifiutammo.
Quella sera tornai per la prima volta nell’appartamento di Roma accompagnata da Elena e da un incaricato per ritirare alcuni effetti personali.
Lorenzo non c’era.
La casa era ordinata.
Troppo ordinata.
Il suo computer era sparito.
Anche alcuni faldoni.
Nel cassetto del mobile all’ingresso, però, trovai qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì: la custodia di una seconda SIM telefonica, intestata a una società che non conoscevo.
Fotografai tutto senza toccare.
Elena chiamò Neri.
Prima di andarcene, entrai in camera da letto.
Sul comodino di Lorenzo c’era ancora la nostra fotografia del decimo anniversario.
Noi due sul lago di Bolsena, abbracciati, lui con una mano sulla mia spalla.
Per mesi mi sarei chiesta se l’uomo in quella fotografia fosse mai esistito davvero.
Quella sera smisi di farmi la domanda.
Non importava.
Era esistito abbastanza da essere amato.
Ed era esistito anche l’uomo che aveva falsificato firme, preparato un’arma e spinto una donna di settantadue anni contro un mobile.
Le due cose potevano essere vere nello stesso corpo.
Fu la parte più difficile da accettare.
Alle ventidue, Neri richiamò.
La seconda SIM era collegata a diversi contatti usati nella pratica di finanziamento.
E c’era un’altra novità.
Le telecamere stradali vicino alla casa di Ada avevano ripreso l’auto di Lorenzo arrivare alle 00:17.
Nel bagagliaio, quando aveva lasciato il parcheggio di Tivoli ore prima, si vedeva chiaramente la sagoma lunga del set da camino.
La scena non era più soltanto sospetta.
Aveva una preparazione.
Lorenzo non era arrivato da mia madre e aveva perso il controllo.
Era arrivato con qualcosa che gli sarebbe servito se lei avesse detto no.













