L’ispettore si chiamava Riccardo Neri. Aveva il tono paziente di chi aveva già visto famiglie distruggersi davanti a una scrivania e sapeva che le prime versioni dei fatti erano quasi sempre incomplete.
Prese la ricevuta senza fretta.
«Bottega Orsini Restauri. Via… Tivoli. Data di consegna tre settimane fa.»
«Esatto.»
Lorenzo entrò nella stanza alle nostre spalle prima che qualcuno lo invitasse.
«Marta, posso spiegare.»
Mi voltai verso di lui.
Aveva il volto pallido, ma la sua voce era ancora quella che usava con i clienti difficili: calma, ragionevole, leggermente ferita.
«Tua madre deve averlo ritirato.»
«Non guida più fino a Tivoli da sola.»
«Qualcuno può averlo fatto per lei.»
«Chi?»
Allargò le mani.
«Non lo so. Ma stai facendo sembrare tutto più strano di quanto sia.»
Fu una frase minuscola, eppure qualcosa dentro di me si spostò. Non aveva chiesto come stava Ada. Non aveva chiesto se il livido fosse grave. Non aveva detto che gli dispiaceva.
Stava già costruendo una spiegazione.
Neri indicò la porta.
«Signor Serra, aspetti fuori. La chiameremo noi.»
Lorenzo rimase immobile per un secondo.
Poi mi guardò.
«Non lasciare che tua madre trasformi questa cosa in qualcosa che non è.»
«Fuori», ripeté Neri.
Quando la porta si chiuse, l’ispettore mi chiese di raccontargli tutto ciò che sapevo del set da camino. Gli spiegai di mio padre, del restauro, della telefonata ricevuta il pomeriggio precedente. Gli mostrai sul telefono il registro chiamate e il messaggio della bottega che confermava il preventivo.
Neri fotografò tutto.
«Ha il numero del restauratore?»
«Sì.»
Erano le quattro del mattino. Non aveva senso chiamarlo, ma l’ispettore annotò i dati.
«Adesso mi serve un’altra cosa», disse. «Lei e suo marito vivete insieme?»
«Sì. A Roma.»
«Ha accesso alle chiavi della casa di sua madre?»
«Una copia.»
«Suo marito?»
Esitai.
«Non ufficialmente.»
Quella parola mi rimase in bocca come qualcosa di sporco.
Non ufficialmente.
Ripensai a un episodio di due mesi prima. Mia madre era partita per tre giorni con una cugina e Lorenzo si era offerto di controllare una perdita sotto il lavello. Io ero arrivata tardi dal lavoro e gli avevo detto di prendere la mia copia delle chiavi dalla ciotola all’ingresso. Il giorno dopo non avevo più pensato a chiederla indietro. Non sapevo se l’avesse duplicata allora o in un altro momento. Ma improvvisamente una distrazione domestica, una di quelle cose insignificanti che succedono in ogni famiglia, assumeva un peso diverso.
Lo dissi a Neri senza cercare di renderlo più grave.
«Potrebbe aver avuto la mia chiave abbastanza a lungo da farne una copia.»
L’ispettore lo annotò.
«Questo è utile. Ma per ora resta una possibilità, non un fatto.»
Annuii.
Lorenzo aveva avuto accesso alla casa di mia madre centinaia di volte. Pranzi, domeniche, lavori da fare, lampadine cambiate, documenti fiscali. Ada si fidava di lui.
Io mi fidavo di lui.
Neri tornò alle fotografie.
«La signora Bellini afferma che suo marito è arrivato poco dopo mezzanotte. Dice che voleva farle firmare alcuni documenti. Lei ha rifiutato. Da lì è nata la lite.»
«Che documenti?»
«Non li abbiamo trovati.»
«Perché non li avete trovati?»
«È una delle cose che stiamo cercando di capire.»
Uscii dalla stanza e mi sedetti accanto a mia madre.
Aveva bevuto mezzo bicchiere d’acqua. Le dita le tremavano.
«Dimmi tutto dall’inizio.»
Ada chiuse gli occhi.
«È arrivato alle dodici e venti. Non ha suonato. Ha aperto con una chiave.»
«Una chiave?»
Annui.
«Gli ho chiesto da quando ce l’avesse. Ha detto che gliel’avevi data tu.»
Non gliel’avevo data.
«Poi?»
«Aveva una cartellina. Mi ha detto che c’era stato un errore su alcuni vecchi documenti catastali e che serviva una firma per evitare una sanzione.»
«Ti ha fatto vedere i fogli?»
«Sì. Ma non abbastanza in fretta.»
Una scintilla della donna che conoscevo attraversò la sua stanchezza.
Mia madre aveva insegnato lettere per trentasei anni. Leggeva lentamente, ma non lasciava passare una parola.
«C’era scritto “garanzia ipotecaria”. C’era il nome della casa di Marino.»
Mi irrigidii.
La casa di Marino era un piccolo immobile che Ada aveva ereditato da sua sorella. Non ci abitava nessuno. Avevamo parlato di venderlo l’anno successivo.
«Gli hai chiesto cosa significasse?»
«Mi ha detto che non avevo capito. Io gli ho detto che non avrei firmato nulla senza di te.»
La sua voce si abbassò.
«A quel punto è cambiato.»
Non le chiesi subito come.
Aspettai.
«Ha preso i fogli dal tavolo e ha iniziato ad aprire i cassetti. Cercava una busta marrone. Diceva che tuo padre conservava sempre le copie originali nello studio.»
«Quali copie?»
«Non lo so.»
«E poi ti ha colpita?»
Ada si passò la lingua sulle labbra.
«Mi ha afferrato il polso. Gli ho detto di uscire. Ho cercato il telefono. Lui me l’ha tolto di mano.»
«Il livido sul viso?»
«Sono caduta contro il mobile quando mi ha spinta.»
Mi si strinse lo stomaco.
«E l’attizzatoio?»
Mi guardò.
«Non l’ho visto finché non sono arrivati gli agenti.»
Quella risposta era così semplice che mi fece più paura di qualsiasi grido.
«Mamma, hai sentito qualcosa? Un colpo? Una borsa?»
Pensò.
«Quando è entrato, aveva con sé un tubo nero. Lungo. Pensavo fosse un porta-disegni.»
Lorenzo era architetto mancato, diventato commercialista dopo l’università. Aveva conservato per anni un vecchio tubo rigido da progetti.
«Dov’è adesso?»
«Non lo so.»
Alle sei e dieci, mia madre fu accompagnata al pronto soccorso per accertamenti. Io restai al commissariato.
Lorenzo provò di nuovo ad avvicinarsi.
«Marta, stai scegliendo la versione sbagliata.»
«No.»
«Tua madre è confusa.»
«Non usare quella parola.»
«A settantadue anni può succedere.»
Fu allora che capii che non stava improvvisando.
Aveva già pensato a come descriverla.
Confusa.
Instabile.
Forse incapace.
Guardai l’uomo con cui avevo condiviso quattordici anni e vidi, per la prima volta, non un marito che cercava di salvarsi da una notte disastrosa, ma qualcuno che aveva preparato il terreno prima ancora di entrare in quella casa.
Alle 8:12 il restauratore mi richiamò.
«Signora Bellini? Ho visto le chiamate. È successo qualcosa?»
«Il set da camino di mio padre è ancora da voi?»
Dall’altra parte ci fu una pausa.
«No. Suo marito è passato ieri sera a ritirarlo.»
Mi alzai lentamente.
«A che ora?»
«Poco prima delle sette. Aveva una sua email di autorizzazione.»
Non avevo mandato nessuna email.
«Avete telecamere?»
«Sì.»
Guardai Neri.
Lui aveva già capito.
Lorenzo non aveva trovato l’arma in casa.
L’aveva portata con sé.













