Alle nove e venti del mattino, dopo che un medico aveva escluso fratture e diagnosticato ad Ada una contusione allo zigomo, una distorsione al polso e diversi ematomi, tornai con l’ispettore Neri alla casa di Frascati.
Il portone era ancora segnato dal nastro della polizia.
Entrare mi fece un effetto che non avevo previsto.
Conoscevo quella casa da quando avevo sei anni. Ogni mobile aveva una storia. Il tavolo del soggiorno portava ancora una piccola bruciatura lasciata da mio padre con una moka troppo calda. Nel corridoio c’era una fotografia di me a dodici anni con un taglio di capelli che avevo sempre odiato. Perfino il rumore delle persiane mi era familiare.
Eppure quella mattina sembrava la casa di qualcun altro.
Non perché fosse devastata.
Perché era stata aperta con precisione.
Tre cassetti dello studio erano fuori sede. I raccoglitori fiscali erano stati rimessi sugli scaffali nell’ordine sbagliato. Una scatola di fotografie era stata spostata. L’armadietto basso dove mio padre teneva i documenti immobiliari aveva il bordo scheggiato vicino alla serratura.
Neri lo osservò senza toccarlo.
«Sua madre ha detto che suo marito cercava una busta marrone.»
«Mio padre usava buste marroni per tutto.»
«Contratti, atti, ricevute?»
«Soprattutto originali che non voleva forare.»
L’ispettore indicò l’armadietto.
«Manca qualcosa?»
Mi accovacciai e cominciai a scorrere i raccoglitori con i guanti che mi aveva dato.
Atto di acquisto della casa di Frascati.
Documenti della vecchia auto.
Successione di mia zia.
Certificazioni energetiche.
Poi vidi uno spazio vuoto tra due cartelline.
«Qui c’era qualcosa.»
«Lo ricorda o lo deduce?»
Apprezzai la domanda.
«Lo deduco. Non voglio inventare ricordi.»
Neri annuì.
Quella frase, in qualche modo, mi restituì un po’ di controllo.
La scientifica aveva già fotografato la stanza, ma l’ispettore mi lasciò indicare ciò che mi sembrava fuori posto. Nel cassetto della scrivania trovammo una copia di una visura catastale dell’immobile di Marino. Sull’angolo superiore destro qualcuno aveva scritto a matita: 640.000.
Non riconobbi la grafia.
«Il valore della casa?» chiese Neri.
«No. Vale molto meno.»
«Debito?»
«Non lo so.»
Per la prima volta da ore, pronunciai quelle parole senza vergogna.
Non lo so.
Era l’unica risposta onesta.
Aprii poi il mobile laterale dove Ada conservava bollette e pratiche recenti. In una cartellina trasparente c’era una richiesta di visura dell’immobile di Marino firmata da Lorenzo come delegato di mia madre. La data era di undici giorni prima.
«Lei sapeva di questa delega?» chiese Neri.
«No.»
Telefonai ad Ada.
«Mamma, hai autorizzato Lorenzo a chiedere una visura per Marino?»
«No. Gli avevo detto che non volevo che si occupasse più di quella casa.»
Neri prese anche il foglio.
«Potrebbe essere una vecchia delega riutilizzata o qualcosa di diverso. Lo verificheremo.»
Non provò a consegnarmi una conclusione pronta. E io cominciai a capire che, per arrivare alla verità, avrei dovuto resistere alla tentazione di trasformare ogni indizio nella risposta che desideravo.
In cucina, trovai il cellulare di mia madre dietro il frigorifero. Lo schermo era crepato, ma si accese.
C’erano sette chiamate perse verso di me tra le 00:31 e le 00:38.
Nessuna era partita.
Qualcuno aveva premuto il mio nome più volte senza riuscire a completare la chiamata.
«Ha un sistema di allarme?» domandò Neri.
«Solo quello medico.»
Mia madre aveva un piccolo dispositivo di emergenza da quando, l’anno precedente, era scivolata sulle scale del giardino. Un pulsante da portare al polso, collegato a una centrale privata.
Mi fermai.
«Il braccialetto.»
«Cosa?»
«Mia madre lo porta quasi sempre di sera. Se ha premuto il pulsante durante la lite, la centrale potrebbe avere una registrazione.»
Neri prese nota.
Chiamammo Ada dal mio telefono. Era ancora al pronto soccorso.
«Mamma, avevi il braccialetto?»
«Sì.»
«Hai premuto il tasto?»
Silenzio.
«Credo di sì. Quando Lorenzo mi ha tolto il telefono.»
«La centrale ti ha parlato?»
«Ho sentito una voce. Poi Lorenzo mi ha afferrato il polso e il braccialetto è caduto.»
Lo trovammo venti minuti dopo sotto la credenza.
Quello non provava ancora cosa fosse successo, ma apriva una seconda linea di verifica indipendente.
Nel frattempo arrivò una telefonata dal restauratore. Aveva già parlato con la polizia. Le telecamere mostravano Lorenzo entrare alle 18:47 del giorno precedente, mostrare sul telefono un’email apparentemente inviata dal mio indirizzo e uscire con il set avvolto in una coperta da trasporto.
Il restauratore aveva anche una copia digitale dell’autorizzazione.
Neri me la mostrò sul tablet.
L’email era quasi perfetta.
Firma corretta.
Modo di salutare plausibile.
Perfino un riferimento a un impegno di lavoro che avevo davvero avuto quella settimana.
Solo una cosa era sbagliata: l’indirizzo del mittente conteneva una lettera in più, invisibile a una lettura veloce.
Non era stato un gesto impulsivo.
Lorenzo aveva creato un indirizzo falso a mio nome.
Aveva ritirato l’attizzatoio.
Era entrato da mia madre con una chiave che io non gli avevo dato.
Aveva portato documenti da firmare.
E dopo l’aggressione aveva indicato come arma proprio l’oggetto che aveva portato lui.
Quando tornammo al commissariato, Lorenzo non c’era più.
«È stato lasciato andare?» chiesi.
«Non era in stato di fermo», disse Neri. «Ma adesso la situazione è cambiata.»
Il mio telefono vibrò.
Un messaggio di Lorenzo.
Non scrisse scusa.
Non scrisse come sta tua madre.
Scrisse:
Dobbiamo parlare prima che tu faccia qualcosa di irreparabile.
Lo mostrai all’ispettore.
«Risponda solo se se la sente. E non lo incontri da sola.»
Guardai il messaggio ancora una volta.
Poi digitai:
Non torno a casa. Comunicheremo tramite avvocati.
La risposta arrivò quasi immediatamente.
Marta, non capisci cosa c’è in gioco.
Quella frase conteneva una minaccia, ma anche una confessione involontaria.
Perché non aveva scritto non capisci cosa è successo.
Aveva scritto cosa c’è in gioco.
Quella sera, mentre sistemavo mia madre nella camera degli ospiti di casa di una collega, ricevetti una telefonata dal direttore della banca con cui Ada aveva il conto da quasi quarant’anni.
«Signora Bellini, sua madre ha autorizzato di recente una garanzia su un finanziamento?»
Mi voltai verso Ada.
«No.»
«Allora credo che dobbiamo incontrarci subito.»
Il numero che avevamo visto sulla visura catastale non era il valore di una casa.
Era l’importo di un prestito.













