Alle 3:07 del mattino, il telefono vibrò sul tavolo della sala operativa proprio mentre stavo chiudendo l’ultimo rapporto dell’emergenza che ci aveva tenuti svegli per quasi diciotto ore.
Sul display comparve il nome di mia madre.
Ada Bellini non mi chiamava mai a quell’ora. Non perché avesse paura di disturbarmi, ma perché era una donna che organizzava perfino le preoccupazioni. Se aveva un problema, aspettava le sette. Se era urgente, mandava due messaggi. Se telefonava nel cuore della notte, significava che qualcosa aveva superato il limite oltre il quale anche lei non riusciva più a fingere di avere tutto sotto controllo.
Risposi subito.
«Mamma?»
Per alcuni secondi sentii soltanto il suo respiro. Corto. Irregolare.
Poi disse: «Sono al commissariato di Frascati.»
Mi alzai così in fretta che la sedia urtò il muro.
«Perché?»
«Lorenzo è venuto a casa. Abbiamo litigato. Mi ha fatto male, Marta. Poi ha chiamato lui la polizia.»
Mi si gelarono le mani.
Lorenzo Serra era mio marito da quattordici anni. Commercialista, consulente di alcune associazioni locali, presenza fissa alle raccolte fondi, impeccabile in giacca blu e camicia bianca. Il genere di uomo che ricordava il nome del cameriere e lasciava sempre una mancia generosa. Quando parlava con mia madre, le dava del tu ma con quella delicatezza studiata che faceva sembrare ogni frase un gesto di rispetto.
«Che cosa ha detto agli agenti?»
Ada inspirò con fatica.
«Che l’ho aggredito io. Dice che gli sono andata contro con il ferro del camino.»
Per un istante smisi di sentire il ronzio dei neon, il condizionatore, i passi nel corridoio.
«Quale ferro del camino?»
«Quello vecchio di papà. Quello con il manico a testa di leone.»
Mi appoggiai al bordo del tavolo.
Tre settimane prima avevo portato l’intero set da camino in ferro battuto, compreso quell’attizzatoio, da un restauratore a Tivoli. Il camino di casa di mia madre non veniva usato da anni, ma mio padre aveva comprato quel set nel 1978 e Ada non voleva buttarlo. Il metallo era arrugginito alla base, una delle impugnature si era allentata e avevo promesso che avrei fatto sistemare tutto.
Ricordavo perfettamente la ricevuta piegata nel portafoglio.
Ricordavo anche la telefonata del restauratore del giorno prima: il lavoro non era ancora finito.
«Mamma, sei sicura che abbiano parlato proprio di quello?»
«È a terra in una busta trasparente. L’ho visto quando mi hanno portata via.»
Chiusi gli occhi.
Quell’oggetto non poteva trovarsi in casa sua.
Non era una sensazione. Non era un ricordo confuso. Era un fatto.
«Hai firmato qualcosa?»
«No.»
«Non firmare. Chiedi che ti visitino. Fotografa i lividi se ti lasciano il telefono. Arrivo.»
«Marta…»
La sua voce cambiò.
«Lorenzo non è venuto per parlare con me. Cercava qualcosa.»
Quella frase mi seguì fino all’ascensore.
Fuori, Roma era ancora scura e pesante di caldo. Salii in macchina con la stessa concentrazione con cui, nel mio lavoro alla Protezione Civile regionale, avevo imparato a gestire le ore peggiori: una cosa alla volta, niente supposizioni, niente panico finché non hai i fatti.
Eppure il panico era lì.
Lorenzo non rispondeva al telefono.
Provai una seconda volta.
Niente.
Durante il tragitto verso Frascati, ripassai mentalmente gli ultimi mesi. Le cene annullate. Le telefonate che prendeva sul balcone. La nuova password sul portatile. Due bonifici sul conto comune che mi aveva spiegato come «spese anticipate per un cliente». Non avevo insistito. Non perché non avessi notato nulla, ma perché dopo quattordici anni avevo scambiato la familiarità per prova di affidabilità.
Arrivai al commissariato alle 3:46.
Mia madre sedeva su una panca nel corridoio, con una coperta termica sulle spalle. Aveva un livido che le scendeva dallo zigomo sinistro verso la mandibola e un segno violaceo attorno al polso.
Quando mi vide, cercò di alzarsi.
«Resta seduta.»
Mi inginocchiai davanti a lei.
«Ti hanno visitata?»
«Un sanitario è arrivato dieci minuti fa.»
Alzai lo sguardo.
Dall’altra parte del corridoio, Lorenzo era in piedi accanto a un agente. Aveva una piccola medicazione sulla tempia e la camicia strappata all’altezza della spalla. Quando i nostri occhi si incontrarono, fece un passo verso di me.
«Marta, grazie a Dio. Tua madre ha perso completamente il controllo.»
Non gli risposi.
Un ispettore mi chiese di seguirlo in una stanza laterale. Sul tavolo c’erano alcune fotografie stampate della scena.
Nella terza immagine vidi il pavimento del salotto di mia madre.
Una sedia rovesciata.
Un cassetto aperto.
Una macchia scura vicino al tappeto.
E, dentro una busta per reperti, l’attizzatoio di mio padre.
La testa di leone era inconfondibile.
«Suo marito sostiene che la signora Bellini lo abbia colpito con questo oggetto», disse l’ispettore.
Aprii il portafoglio, tirai fuori la ricevuta del restauratore e la posai accanto alla fotografia.
«Questo oggetto non doveva essere in quella casa.»
L’ispettore abbassò gli occhi sulla ricevuta.
«Cosa intende?»
«Intendo che l’ho consegnato io personalmente a una bottega di restauro a Tivoli tre settimane fa. Ieri alle diciassette e venti mi hanno telefonato per dirmi che non era ancora pronto.»
Per la prima volta da quando ero entrata, vidi Lorenzo smettere di sorridere.
Non durò molto.
Ma durò abbastanza.













