Il settimo giorno arrivò senza che nessuno bussasse per annunciarmi la fine.
Mi svegliai in una stanza del reparto di cure palliative, con il rumore di un carrello nel corridoio e un raggio di sole sul bordo del comodino.
Avevo ancora dolore, ma la terapia lo rendeva sopportabile.
Non ero guarita.
Ero viva quella mattina, che per la prima volta mi sembrò una notizia completa.
Giulia era seduta accanto alla finestra con un libro aperto alla stessa pagina da mezz’ora.
Quando si accorse che la guardavo, mi chiese se avessi dormito.
Le risposi che avevo sognato il mare e il bambino che costruiva l’argine sulla spiaggia.
Lei mi raccontò che, durante la notte, aveva telefonato a sua madre per dire la verità sulla mia situazione.
«Ti sei arrabbiata?» mi domandò.
«No.
Ma vorrei che non raccontassimo a tutti che sto combattendo come un’eroina.
Sto cercando di vivere come posso».
Giulia chiuse il libro.
Mi promise che avrebbe detto soltanto quello che le avrei autorizzato a condividere.
Capivo che per lei essere utile significava organizzare, spiegare e cercare soluzioni.
Per me, in quel momento, essere amata significava anche poter restare in silenzio senza che qualcuno lo interpretasse come una resa.
A metà mattina venne Bianca, accompagnata dalla nonna Ada.
Portava la cartellina di plastica e un piccolo album di fotografie di quando aveva sette anni.
La nonna mi ringraziò per essermi fermata accanto alla bambina sei anni prima.
Le dissi che non avevo fatto nulla di eccezionale.
Mi rispose che proprio quel genere di gesti, spesso, erano quelli che una famiglia non dimenticava.
Bianca aprì l’album su una pagina con una vecchia fotografia della madre, Sofia.
Nell’immagine erano sedute insieme in cucina, prima dell’incidente.
Voltò pagina: una foto scattata mesi dopo mostrava il disegno del sole riflesso nell’acqua, fissato al muro con due pezzetti di nastro.
«Quando mamma non c’era più, non volevo togliere quel foglio», disse.
«Pensavo che se spariva anche lui avrei perso tutto quello che ricordavo di quel giorno».
Le feci spazio accanto al letto.
Non cercai una frase capace di farle dimenticare la perdita.
Le dissi che avevo conservato per anni una guida di viaggio senza partire, perché avevo paura che il sogno finisse appena lo avessi realizzato.
Bianca guardò la mia tela appoggiata alla parete.
«E invece sei andata».
«Sì.
Non nel modo che avevo immaginato, ma ci sono andata».
Mi mostrò allora ciò che voleva portarmi: un secondo foglio, disegnato quella notte da lei.
Il cielo era arancione, l’acqua blu scuro e, in primo piano, due figure piccole sedute su una panchina.
Una portava una sciarpa verde.
«Non è bello come i tuoi», disse.
«È più coraggioso», risposi.
«Tu l’acqua l’hai disegnata senza aspettare sei anni».
Bianca rise e la nonna le strinse la spalla.
Prima di uscire mi chiese se poteva tornare con la chitarra, quando i medici lo avessero permesso.
Non le promisi un giorno preciso.
Le dissi che avremmo chiesto insieme, una volta alla volta.
Nel pomeriggio Teresa telefonò a Giulia con il mio consenso, per informarci soltanto di quanto poteva essere riferito.
Luciano aveva consegnato documentazione sulle società che controllava e aveva fornito elementi utili per ricostruire i movimenti di denaro e alcune decisioni violente del passato.
Gli investigatori stavano verificando tutto; la sua collaborazione non cancellava i reati né assicurava un trattamento privilegiato.
Per il momento era a disposizione delle autorità e non poteva incontrarmi.
Teresa ci disse anche che la mia denuncia era stata acquisita e collegata agli accertamenti sulle intimidazioni.
Non sapeva ancora chi avesse materialmente lasciato la busta.
Riccardo Valli era oggetto di verifiche, ma una colpa non diventava certa solo perché Luciano la sospettava.
Apprezzai che l’avvocata non tentasse di trasformare un’indagine in un lieto fine già scritto.
Quella sera le mie condizioni peggiorarono per alcune ore.
Il medico del reparto aggiornò il piano dei farmaci e spiegò a Giulia che le stime di sopravvivenza restavano incerte, soprattutto davanti a sintomi che potevano cambiare rapidamente.
Non mi propose una cura miracolosa.
Mi chiese invece dove preferissi trascorrere i giorni successivi, se ci fossero stati.
«Qui, per adesso», risposi.
«E con il quadro abbastanza vicino da poterlo vedere».
Giulia sistemò la tela sul cavalletto pieghevole che aveva portato da casa.
Non cercò di convincermi a terminarla in fretta.
Durante la notte osservai il bordo ancora bianco dell’acqua e mi accorsi che non avevo più paura di lasciare un punto incompleto.
Non era necessario possedere ogni minuto per averlo vissuto.
La mattina dell’ottavo giorno aprii gli occhi.
Poi arrivò il nono.
Nessuno, neppure il medico, aveva mai promesso che sarei morta esattamente alla fine della settimana.
Eppure, quando avevo letto quella stima, avevo trasformato un’incertezza in una sentenza senza appello.
Ogni giorno in più non era una vittoria sul sarcoma.
Era soltanto tempo vero, da non mettere nuovamente da parte.
Dopo ventitré giorni dalla diagnosi ero ancora in cura, molto più debole di prima e senza una prognosi favorevole.
Non avevo recuperato la salute né ritrovato improvvisamente una vita semplice.
Giulia veniva quando poteva, senza più fingere che ci saremmo viste il mese dopo.
Bianca mi mandava fotografie dei suoi disegni e mi chiedeva il permesso prima di mostrarmeli agli altri.
Nelle settimane successive, gli investigatori esaminarono anche le riprese del portone che avevo segnalato.
Identificarono un uomo entrato nel palazzo poco prima della consegna della busta.
Dopo essere stato ascoltato, ammise di averla lasciata sul pianerottolo in cambio di denaro.
Chi lo avesse pagato, e se Valli c’entrasse, restava da accertare.
Da quel momento non ricevetti più messaggi minacciosi, ma conservai i recapiti degli agenti e non confusi il silenzio con una garanzia di sicurezza.
Ricevetti anche una lettera di Luciano, consegnata tramite Teresa.
Non conteneva promesse di liberazione né dichiarazioni solenni.
Mi raccontava che stava rispondendo a domande che per anni aveva evitato e che il futuro, per lui, avrebbe avuto conseguenze difficili.
Poi c’era una frase che lessi più volte: «Quella sera mi hai scritto perché non volevi morire senza che qualcuno sapesse la verità.
Mi hai fatto capire che anch’io stavo vivendo senza dirla».
Gli risposi lentamente, in tre mattine diverse.
Gli dissi che non avevo bisogno di essere salvata e che avrei voluto conoscerlo in una città dove nessuno avesse paura del suo nome.
Non gli promisi di aspettarlo per sempre.
Scrissi che, se un giorno fosse stato possibile incontrarci ancora, avrei voluto un altro caffè e la stessa libertà di alzarmi e andare via.
Una domenica chiesi a un’infermiera di avvicinare la tela e il pennello sottile.
Aggiunsi una linea chiara dove il tramonto toccava l’acqua.
Poi posai il pennello.
Non avevo più energia per sistemare ogni dettaglio, ma il fiume non sembrava più di pietra.
C’era finalmente un varco in cui entrava la luce.
Pensai al numero senza nome, a un uomo che aveva risposto e a una bambina che, sei anni prima, aveva tenuto un disegno piegato in una cartellina.
Non sapevo quanti altri tramonti avrei visto.
Sapevo soltanto che non avrei passato quelli rimasti ad aspettare il momento giusto per iniziare.
[ FINE.]
Quella sera avevo scritto a un numero senza nome perché non trovavo il coraggio di dire a chi mi conosceva che forse mi restavano soltanto sette giorni. Avevo una sciarpa verde, una guida della Liguria mai usata e un quadro con l’acqua ancora bianca. Pensavo che rimandare i desideri fosse un modo prudente di proteggermi dalla delusione. Invece avevo cominciato a nascondere perfino la paura di essere lasciata sola. Il telefono vibrò quando non mi aspettavo più niente. Ancora oggi, quando guardo la linea incompleta del mio fiume, ricordo il momento in cui decisi di aprire quel messaggio.













