Non inoltrai subito la fotografia a Luciano.
Prima feci uno screenshot, salvai il numero e chiamai Giulia.
Le dissi soltanto che avevo ricevuto un messaggio inquietante e che avevo bisogno di qualcuno con cui ragionare.
Arrivò venti minuti dopo, ancora con il cappotto addosso.
Quando lesse la minaccia, mi guardò come se non riconoscesse più la propria cugina.
«Perché eri con Luciano Moretti?»
«Perché gli ho scritto senza sapere chi fosse.
Mi ha risposto quando non riuscivo a parlare con nessun altro».
«Non è una ragione per continuare».
«Lo so.
E sono io a decidere se sia una ragione sufficiente».
Non volevo che Giulia approvasse le mie scelte.
Volevo che mi aiutasse a non confondere la libertà con la mancanza di prudenza.
Fu lei a suggerirmi di segnalare il messaggio alle forze dell’ordine, invece di lasciare che Luciano risolvesse il problema con i propri uomini.
Chiamammo per avere indicazioni e, accompagnata da lei, presentai la segnalazione con la fotografia e gli orari.
L’operatore che raccolse il mio racconto mi chiese se avessi motivo di credere che qualcuno mi seguisse.
Risposi che non ne avevo certezza.
Non aggiunsi dettagli per rendermi più credibile; quello che sapevo era già abbastanza.
Conservai copia della segnalazione nella borsa insieme ai fogli medici.
Solo dopo avvertii Luciano.
Mi chiamò immediatamente, con una voce molto meno controllata del solito.
«Dimmi dove sei.
Mando qualcuno».
«Sono con mia cugina.
Ho già parlato con la polizia».
Ci fu una pausa.
«Hai fatto bene».
«Non voglio una scorta che mi segua senza chiedermelo».
«Non la avrai».
Gli domandai se riconoscesse il modo in cui era stata formulata la minaccia.
Mi disse che c’erano persone interessate a fargli perdere il controllo dei suoi affari e che, ora che la nostra fotografia circolava, io potevo diventare uno strumento contro di lui.
Non mi diede l’impressione che la situazione fosse innocua.
«Allora hai una scelta», dissi.
«Puoi fare in modo che io non debba mai più sentir parlare di queste persone».
«Non basta allontanarmi da te per cancellare quello che hanno già visto».
«E non basta proteggermi per cancellare quello che tu hai fatto».
Luciano tacque.
Infine mi disse che aveva un’avvocata, Teresa Ferrero, impegnata da mesi a preparare la separazione delle attività legali dal resto.
Se la mia segnalazione fosse stata collegata a un reato, avrebbe collaborato tramite lei con gli investigatori.
Non gli chiesi una promessa eroica.
Gli chiesi soltanto di non cercare vendetta per mio conto.
La mattina del quarto giorno mi sentii abbastanza bene da parlare con la dottoressa Bellini del viaggio.
Controllò i sintomi, aggiornò le indicazioni per i farmaci e mi raccomandò di non partire senza un accompagnatore e senza un recapito per un eventuale soccorso.
Giulia propose di portarmi lei.
Pensai al mare che avevo rimandato per anni e mi accorsi che volevo condividere quella giornata anche con Luciano, nonostante la paura.
Lo chiamai per proporgli un itinerario semplicissimo: andare a Varigotti, sedersi davanti all’acqua e rientrare prima che facesse buio.
Giulia sarebbe venuta con noi e avremmo usato la sua automobile, senza autisti né accompagnatori nascosti.
Luciano accettò le mie condizioni senza discutere.
Mi disse che avrebbe portato solo un thermos di tè.
Durante il viaggio parlai con Giulia dei posti in cui eravamo state da bambine.
Luciano sedeva dietro e ascoltava, facendo ogni tanto domande che ci costringevano a ricordare i particolari divertenti invece delle fotografie perfette.
Quando mi stancai, nessuno riempì il silenzio con frasi di incoraggiamento.
Dormii per mezz’ora, appoggiata al finestrino.
Arrivati al mare, camminai lentamente fino a una panchina sul lungomare.
L’aria sapeva di sale e di pioggia lontana.
Non era il viaggio meraviglioso che avevo immaginato nei miei anni di attesa: avevo nausea, le gambe deboli e il cappotto chiuso fin sotto il mento.
Eppure ero lì.
«Pensavo che sarei venuta quando avessi avuto di nuovo forza», confidai a Luciano.
«Invece la forza non è arrivata, e sono venuta lo stesso».
Lui guardò l’acqua, poi me.
«Non voglio dirti che tutto accade per una ragione.
Non lo penso».
«Nemmeno io».
Mi passò il thermos.
Sulla spiaggia un bambino cercava di costruire un argine con la sabbia e ogni piccola onda lo cancellava.
Rimasi a osservarlo più a lungo di quanto avrei saputo spiegare.
Giulia tirò fuori dalla borsa due mandarini e si lamentò di averli schiacciati durante il viaggio.
Ne sbucciò uno e me ne offrì uno spicchio.
Il sapore aspro mi riportò a certi pomeriggi d’inverno in cui, da ragazzine, mangiavamo sul balcone di sua madre e fantasticavamo sulle città da visitare da grandi.
«Mi dispiace per tutte le volte in cui ho detto che ti avrei chiamata», sussurrò.
«Mi dispiace per tutte le volte in cui ho detto che non avevo bisogno di nessuno», risposi.
Non ci abbracciammo, perché quel giorno mi faceva male perfino cambiare posizione.
Giulia appoggiò soltanto la sua mano sulla mia, e rimase così finché il bambino non rinunciò al suo argine per cercare conchiglie.
Capii che non sarebbe bastato quel viaggio a riparare gli anni di distanza.
Ma per la prima volta non stavamo fingendo che quegli anni non fossero esistiti.
Non volevo vincere contro il mare.
Volevo soltanto ricordare che era esistito anche per me.
Dopo un po’ Luciano ricevette una telefonata.
Si allontanò di pochi passi, abbastanza perché non sentissi le parole, ma potei vedere la tensione attraversargli il viso.
Quando tornò, non cercò di nascondere che fosse successo qualcosa.
«Un mio collaboratore, Riccardo Valli, ha chiesto accesso a documenti che non gli spettano più», disse.
«Teresa teme che qualcuno stia cercando di far sparire le prove di alcuni pagamenti».
«E che cosa farai?»
«Quello che avrei dovuto fare prima».
Non gli chiesi di spiegarsi subito.
Ero troppo stanca e dovevamo ancora tornare a Torino.
Ma mentre Giulia metteva in moto, vidi Luciano scrivere un messaggio all’avvocata.
Non sembrava un ordine rivolto ai suoi uomini.
Prima di addormentarmi in automobile annotai sul telefono tre colori che avrei usato per il fiume: il grigio delle nuvole, il blu scuro sotto la panchina e una punta d’arancione vicino alla riva.
Non scrissi che erano colori bellissimi.
Scrissi che erano veri, e che forse era questo che mi era mancato nel quadro.
La sera, rientrata nel mio appartamento, trovai sotto la porta una busta senza francobollo.
Dentro c’era una copia della fotografia scattata al bar.
Sul retro qualcuno aveva scritto l’indirizzo completo del mio palazzo.
Sapevo che una telecamera riprendeva l’ingresso condominiale, ma non se le immagini fossero ancora disponibili.
Capivo ormai che il viaggio al mare non aveva tenuto il pericolo lontano da casa mia.
E, prima di dormire, dovetti decidere se raccontare a Luciano anche quella seconda minaccia.
Per sapere quale scelta feci dopo la seconda minaccia, continua con la Parte 5.













