La prima cosa che feci, dopo aver riconosciuto Luciano sui giornali, fu bloccare il suo numero.
La seconda fu sbloccarlo.
Non perché mi fidassi di lui, ma perché odiavo l’idea che persino l’ultima settimana della mia vita potesse essere governata dalla paura di fare una domanda.
«Sei davvero quell’uomo?» scrissi.
La risposta arrivò dopo alcuni minuti.
«Sì.
Non volevo che lo scoprissi da una fotografia».
«Dirlo al bar sarebbe stato più semplice».
«Per me, forse.
Per te non lo so».
Posai il telefono senza rispondere.
I giornali parlavano di società di trasporto usate per nascondere denaro, appalti irregolari e aggressioni attribuite a persone del suo gruppo.
Alcune indagini erano finite senza condanne; altre non erano ancora concluse.
La mia malattia non aveva cancellato la differenza fra un uomo che mi aveva ascoltata e le conseguenze delle sue scelte.
Mi tornò in mente mia madre, morta quando ero al liceo, che mi diceva di non scambiare le buone maniere per il buon carattere.
Non aveva conosciuto Luciano, naturalmente, e non avrebbe potuto giudicare quell’incontro.
Ma mi sarebbe piaciuto chiederle come si fa a ringraziare una persona senza doverla giustificare.
Per tutta la mattina rimasi con il telefono sul tavolo e la sciarpa verde sulla sedia.
Aprii un quaderno che avevo usato durante il primo ciclo di terapie.
Sulle prime pagine avevo annotato orari, effetti collaterali e domande da fare ai medici.
In fondo ne trovai una rimasta senza risposta: «Quando guarirò, cosa farò per prima?».
La rilessi e non riuscii a strapparla.
Girando pagina scrissi invece tre cose che potevo ancora scegliere: chi far entrare in casa, quali parole dire a Giulia e se desideravo rivedere quell’uomo.
Non misi Luciano al primo posto.
Non volevo che diventasse il centro di una settimana che apparteneva comunque a me.
Mi alzai per spostare il quadro davanti alla luce.
Alla finestra il vetro rifletteva le mie guance scavate, i capelli più sottili e la mano tremante con cui tenevo il cavalletto.
Non mi riconobbi subito.
Avevo guardato tante fotografie di me prima della malattia che continuavo a considerare temporaneo il viso presente.
Provai una rabbia improvvisa verso gli anni in cui avevo aspettato che quel corpo tornasse esattamente com’era per permettermi un giorno felice.
Poi mi sedetti, stanca, e rimisi il quaderno nella borsa.
Se avessi parlato di nuovo con Luciano, sarebbe stato perché lo desideravo, non perché il mio tempo era diventato troppo breve per essere prudente.
Verso mezzogiorno di quel terzo giorno la dottoressa Bellini tornò con un’infermiera, Francesca.
Controllarono i farmaci e mi mostrarono come raggiungere il servizio di assistenza anche di notte.
Chiesi se una persona con la mia prognosi potesse trascorrere qualche ora fuori città.
La dottoressa non mi rispose con un sì facile.
«Dipende da come starà quel giorno.
Se decide di andare, dovrà avere con sé i medicinali, un accompagnatore informato e un piano per tornare.
E deve sapere che potrebbe sentirsi male lontano da casa».
«Vorrei vedere il mare».
«Allora prepariamo la possibilità, senza trasformarla in un obbligo».
Le chiesi anche se fosse normale sentirsi più arrabbiata che triste.
Mi disse che non c’era un modo corretto di attraversare una notizia simile.
Mi venne da piangere non per la malattia, ma per la libertà che quelle parole mi concedevano.
Nel pomeriggio chiamai Luciano.
Rispose al primo squillo senza mostrarsi sorpreso.
«Non voglio scuse generiche», dissi.
«Voglio sapere perché un uomo con il tuo cognome ha bisogno di fare compagnia a una sconosciuta».
Dall’altra parte sentii il rumore lieve di una porta che si chiudeva.
«Quando mi è arrivato il messaggio, ho pensato a una trappola», ammise.
«Poi ho capito che poteva esserci una persona vera dall’altra parte.
Mia sorella è morta sei anni fa.
Nei giorni prima di perderla rispondevo a decine di telefonate, ma non trovavo il tempo per stare seduto accanto a lei».
«E adesso vuoi rimediare con me?»
«Non posso rimediare a quello.
Non voglio fingere di poterlo fare».
Avrei potuto interromperlo.
Invece gli chiesi che cosa facesse davvero.
Non cercò di descriversi come un imprenditore perseguitato o un uomo onesto circondato da criminali.
«Ho gestito affari illegali», disse.
«Ho lasciato che venissero fatti del male e in alcuni casi l’ho ordinato.
Se continui a parlarmi, devi conoscere anche questo».
La confessione mi colpì più dei titoli dei giornali.
Per qualche secondo non trovai parole.
Poi guardai la sciarpa verde appesa all’attaccapanni e mi ricordai quanto fossi stata tranquilla davanti a lui.
Quella tranquillità non bastava a renderlo innocente.
«Non mi interessa essere la tua occasione di redenzione», risposi.
«Non voglio regali che qualcuno ha pagato con la propria paura.
E non voglio entrare nei tuoi affari».
«È giusto».
«Se ci rivediamo, non ci saranno uomini armati attorno a me, né bugie sul posto in cui mi porti.
E se dico basta, finisce lì».
«Capito».
Mi aspettavo che difendesse il proprio orgoglio.
Il fatto che non lo facesse non risolveva nulla, ma mi permise di respirare.
Gli dissi che avrei deciso il giorno dopo se incontrarlo ancora.
Lui non insistette.
In serata arrivò Giulia.
Era passata senza avvertire, con una vaschetta di lasagne e il solito discorso sulle proprie giornate impossibili.
Quando vide i medicinali allineati sul tavolo, smise di parlare.
«Amelia, il controllo è andato male?»
Questa volta non mentii.
Le raccontai la prognosi, la stima di una settimana e le visite di assistenza domiciliare.
Giulia rimase seduta, le mani ferme sul coperchio della vaschetta.
«Perché non me l’hai detto ieri?»
«Perché avevo paura che avresti risposto che ci saremmo viste il mese prossimo».
Lei abbassò gli occhi.
Non negò di avermi scritto proprio quella frase.
Cominciò a piangere e io provai il vecchio impulso di consolarla, come se la notizia riguardasse soprattutto la sua colpa.
Quella volta lasciai che il silenzio restasse fra noi.
«Posso venire domani?» domandò alla fine.
«Puoi chiamarmi domani mattina e vedere come sto.
Non voglio promettere giornate che forse non avrò».
Quando se ne andò, mi sentii stanca ma meno invisibile.
Mi preparai una tisana e presi il telefono per controllare un messaggio della dottoressa.
Trovai invece una fotografia ricevuta da un numero sconosciuto.
Mostrava me e Luciano fuori dal bar, ripresi da lontano.
Sotto l’immagine c’era una sola frase: «Stai lontana da Moretti, se vuoi che i giorni che ti restano siano tranquilli».
Non era una curiosità giornalistica.
Qualcuno conosceva la mia prognosi e aveva deciso di usarla per farmi paura.
Per scoprire come reagii alla minaccia, continua con la Parte 4.













