Il sesto giorno mi svegliai prima dell’alba con una fitta così intensa da non riuscire a girarmi nel letto.
Giulia dormiva sul divano.
La chiamai, e lei contattò il numero dell’assistenza senza aspettare che le ripetessi di stare calma.
L’infermiera Francesca arrivò con un medico del servizio e modificarono la terapia per controllare i sintomi.
Non fu una scena drammatica come nei film.
Non c’erano luci lampeggianti né qualcuno che gridasse un numero di minuti.
C’erano soltanto il lenzuolo bagnato di sudore, la mano di mia cugina sulla mia spalla e la voce di Francesca che mi chiedeva quanto dolore provassi.
Quando il farmaco cominciò ad agire, piansi per la stanchezza.
Il medico mi spiegò che l’aumento dei sintomi rendeva prudente un trasferimento in un reparto di cure palliative dove avrei potuto ricevere assistenza continua.
Non me lo presentò come una sconfitta.
Mi disse che potevo portare i miei oggetti e che non avrei perso il diritto di decidere chi vedere.
Accettai, ma chiesi qualche ora per organizzarmi.
Giulia aprì l’armadio per cercare una borsa.
La fermai quando prese il mio vecchio pigiama con i bottoni rotti.
«Quello no.
Voglio la camicia blu e i calzini con le barchette».
Lei mi fissò, poi scoppiò a ridere fra le lacrime.
«I calzini con le barchette sono orribili».
«Allora sarà il mio ultimo gesto di cattivo gusto».
Non sapevo se sarebbe stato davvero l’ultimo.
Da settimane avevo lasciato che gli altri decidessero quali oggetti fossero comodi, quali vestiti mi stessero meglio e perfino a che ora fosse opportuno riposare.
Scegliere una camicia e due calzini ridicoli mi ricordò che, anche quando avevo bisogno di assistenza, la mia voce non era un dettaglio facoltativo.
Per una volta la parola «ultimo» non mi fece tacere.
Era soltanto un modo imperfetto di riconoscere il tempo, senza lasciargli ogni decisione.
Prima di partire chiesi a Giulia di portarmi la tela davanti al divano.
Avevo ancora il cielo arancione e il bordo dell’acqua completamente bianco.
Aprii i colori comprati in fretta il giorno dopo il caffè con Luciano: azzurro, grigio e una piccola confezione di bianco caldo.
Li avevo ordinati io, con i risparmi che continuavo a custodire per un futuro indefinito.
«Non ce la fai», mormorò Giulia vedendomi sollevare il pennello.
«Forse non farò tutto.
Ma voglio cominciare».
Mi aiutò a sistemare la tavolozza.
Feci la prima striscia d’acqua sotto il tramonto, tremante e troppo scura.
Ne aggiunsi una seconda, poi mi fermai a respirare.
Quando la mano non resse più, chiesi a Giulia di tenere ferma la tela, non di dipingere al posto mio.
Era una distinzione piccola, per me essenziale.
A metà mattina Luciano mi telefonò.
Sapeva che non stavo bene perché Giulia, con il mio permesso, gli aveva scritto.
Mi disse che avrebbe rispettato i miei tempi e che, se lo desideravo, sarebbe venuto a salutarmi prima di incontrare Teresa e i magistrati.
Gli chiesi di venire senza interrompere gli appuntamenti già fissati.
Arrivò poco dopo con un sacchetto di carta.
Non conteneva gioielli, denaro o una proposta impossibile.
Dentro c’era un pennello sottile, della misura che avevo nominato al bar.
Mi mostrò lo scontrino di una piccola bottega di belle arti in centro.
«Così sai da dove viene», disse, ricordando le mie parole sui regali pagati da qualcun altro.
«È una prova d’acquisto, non un certificato di innocenza».
«Lo so».
Lo feci sedere vicino al quadro.
Per diversi minuti non parlammo del suo mondo né della mia malattia.
Osservammo soltanto la striscia d’acqua che rifletteva un po’ di arancione e un po’ di grigio.
Mi accorsi che avevo smesso di desiderare un tramonto perfetto.
Volevo che si capisse che l’avevo guardato davvero.
«Ho passato la vita a fare in modo che tutti avessero paura di deludermi», disse Luciano.
«E poi ho incontrato una donna che non mi doveva niente e mi ha detto di non mentire».
«Non sono qui per cambiarti».
«Lo so.
La scelta è mia e devo risponderne io».
Gli chiesi di parlarmi di Bianca quando non aveva a che fare con gli affari di famiglia.
Mi raccontò che suonava malissimo la chitarra, collezionava biglietti dei musei e ogni estate cercava di convincerlo a portarla al mare con le sue amiche.
La descriveva con quella tenerezza maldestra che avevo intravisto al nostro primo caffè.
«Non usarla per convincerti di essere una persona buona», dissi.
«Continua a esserci per lei anche quando non ti amerà per ogni tua scelta».
Non rispose subito.
Poi annuì.
Verso mezzogiorno, mentre Giulia chiamava il reparto per confermare l’arrivo, Luciano ricevette una telefonata da Teresa.
Non si allontanò per fingere che tutto fosse sotto controllo.
Mise il telefono in viva voce soltanto dopo aver chiesto il mio consenso, perché l’avvocata voleva anche verificare i dettagli delle minacce che avevo denunciato.
Teresa spiegò che erano state presentate informazioni utili a identificare possibili intimidazioni collegate agli interessi di Valli.
Non poteva promettere arresti immediati né protezione assoluta.
Disse però che Luciano avrebbe consegnato atti e reso dichiarazioni volontarie, assistito da lei, assumendosi il rischio di nuove contestazioni a suo carico.
«Non posso garantirle che domani sarà tutto finito, Amelia», aggiunse.
«Non le sto chiedendo quello».
Prima di uscire Luciano si fermò sulla soglia.
Non mi promise che sarebbe tornato presto, perché forse non sarebbe dipeso da lui.
Mi chiese invece se poteva scrivermi, qualunque cosa fosse successa.
Gli dissi di sì, purché non mi nascondesse le verità difficili.
Quando la porta si chiuse, rimasi a guardare il pennello sottile posato sul tavolo.
Mi accorsi che mi importava davvero di rivederlo e che, proprio per questo, non volevo che rinunciasse a rispondere delle proprie azioni.
Nel pomeriggio entrai nel reparto con la tela ancora incompleta.
La sera, mentre un’infermiera del reparto mi aiutava a sistemarmi, arrivò un messaggio di Teresa: Luciano si era presentato come concordato e le dichiarazioni stavano proseguendo.
Poco dopo il telefono vibrò ancora, questa volta per un numero che non conoscevo.
Non era una minaccia.
Era Bianca: «Zio dice che domani ti devo mostrare una cosa.
Riguarda il disegno che mi hai regalato».
Non sapevo se l’indomani avrei avuto la forza di vedere nessuno.
Ma per la prima volta la parola «domani» non mi sembrò soltanto una data da temere.
Per scoprire che cosa mi portò Bianca, leggi la Parte 7.













