Fotografai la busta senza toccare altro e chiamai il numero che mi avevano indicato dopo la prima segnalazione.
Segnalai anche la telecamera del portone, chiedendo di verificare le registrazioni prima che fossero cancellate automaticamente.
Giulia venne a dormire da me, sul divano, protestando soltanto perché non trovava un cuscino abbastanza alto.
Prima di spegnere la luce scrissi a Luciano che qualcuno conosceva il mio indirizzo e aveva lasciato una seconda fotografia.
Non gli chiesi di intervenire.
Mi telefonò alle sei e mezza del mattino.
«Hai ragione a non voler vedere i miei uomini davanti a casa tua», disse.
«Ti chiedo però di non restare sola finché chi indaga non avrà valutato quelle minacce».
«Giulia è qui.
E i messaggi sono stati segnalati».
«Grazie per avermelo detto».
Sembrava una frase troppo piccola per la gravità di ciò che stava accadendo.
Poi capii che era proprio quella semplicità a distinguere una richiesta da un ordine.
Luciano avrebbe potuto usare il proprio potere per trascinarmi in un luogo che considerava sicuro.
Invece mi stava lasciando scegliere.
Alle undici mi ricevettero per integrare la denuncia.
Consegnai la busta e raccontai anche il viaggio al mare, perché gli orari potevano essere importanti.
Non avevo prove che Riccardo Valli fosse l’autore delle minacce.
Lo specificai senza che me lo chiedessero, e l’agente annotò le mie parole.
La dottoressa Bellini mi chiamò mentre rientravamo.
Aveva saputo dalla segreteria che avevo annullato una visita per motivi urgenti e voleva verificare come stessi.
Le dissi che ero esausta, che il dolore aumentava verso sera e che avrei preferito rimanere a casa.
Concordammo una nuova valutazione il giorno seguente, senza sospendere il sostegno che mi era stato organizzato.
Non avevo più molte energie da sprecare nelle preoccupazioni degli altri.
Per questo, quando Luciano mi propose di incontrare sua nipote, la mia prima reazione fu rifiutare.
«È una ragazzina», dissi.
«Non voglio che si leghi a qualcuno che potrebbe morire fra due giorni».
«Non le ho raccontato la tua prognosi», rispose.
«Ha visto il tuo nome sul mio telefono e mi ha chiesto se sei la stessa Amelia che conosceva da piccola».
Mi sedetti sul bordo del letto.
«Che cosa?»
«Non ne sono sicuro.
Dice che ricorda un disegno e una donna che l’ha aiutata sei anni fa».
Sei anni.
Era l’età del numero sconosciuto rimasto nei miei contatti.
Sentii un brivido, ma la memoria non arrivò subito.
Negli anni trascorsi fra esami e terapie avevo dimenticato intere stagioni, insieme ai nomi delle persone incrociate nei corridoi degli ospedali.
Accettai un incontro breve a casa di Giulia.
Luciano arrivò accompagnato da Bianca, una ragazza alta con i capelli scuri raccolti male e una cartellina di plastica fra le mani.
Non aveva l’aria di chi viene a trovare una malata per dovere.
Sembrava piuttosto che dovesse risolvere un enigma.
«Tu disegni ancora i tramonti?» mi chiese senza salutarmi.
Luciano la guardò con un’espressione di sorpresa.
Io scossi lentamente la testa, cercando di capire.
«Li dipingo.
Come fai a saperlo?»
Bianca aprì la cartellina e ne estrasse un foglio ripiegato più volte.
Sopra c’era un sole arancione, disegnato in fretta con un pennarello, e sotto una distesa d’acqua fatta di brevi linee blu.
In un angolo avevo scritto una frase: «Non devi sapere tutto, per fare il primo passo».
Riconobbi la mia calligrafia prima di riconoscere la giornata.
Mi tornò alla mente l’ingresso laterale di un ospedale, sei anni prima.
Ero andata a ritirare i risultati di alcuni esami e avevo visto una bambina seduta da sola vicino alle porte automatiche.
Aveva un cappotto giallo, le ginocchia sporche e respirava a scatti.
Un incidente violento aveva appena coinvolto l’auto della sua famiglia.
Nessuno riusciva a farle dire chi stesse cercando.
Mi ero seduta accanto a lei senza toccarla.
Mi ero presentata dicendo che mi chiamavo Amelia e che poteva restare con me finché qualcuno non fosse arrivato.
Avevo tirato fuori dalla borsa un pennarello e disegnato un sole riflesso sul mare per distrarla mentre un’infermiera chiamava i suoi familiari.
La bambina mi aveva detto di chiamarsi Bianca e che la sua mamma non le rispondeva.
Non sapevo ancora che quella madre, ricoverata in condizioni gravissime dopo l’incidente, sarebbe morta alcuni giorni dopo.
«Tu mi hai dato il foglio», disse Bianca.
«Poi hai aspettato finché è arrivato mio zio».
Guardai Luciano.
Il suo volto aveva perso ogni traccia della sicurezza che gli vedevo quando entrava in una stanza.
«Sei stata tu», mormorò.
«Quel giorno ero così concentrato su Bianca che non ho nemmeno saputo il tuo cognome».
Ricordai un uomo giovane, pallidissimo, che si era chinato a stringere la bambina.
Mi aveva ringraziata e lasciato il numero del suo cellulare, dicendo che avrei potuto chiamarlo se avessi avuto altre informazioni per le autorità.
L’avevo salvato senza nome perché mi aveva detto soltanto «Luciano».
Subito dopo ero tornata dentro per conoscere l’esito dei miei esami.
Avevo ricevuto allora la prima diagnosi.
La paura aveva coperto tutto il resto.
Non avevo mai più chiamato quel numero, e col tempo avevo dimenticato a chi appartenesse.
Luciano, dal canto suo, aveva continuato a custodire un telefono privato che usava da prima di quel giorno.
«Non ti ho riconosciuta al bar», disse.
«Neanch’io.
Eppure il numero era ancora lì».
Bianca si avvicinò e mi porse il foglio.
Le dissi di tenerlo: era suo.
Lei annuì, ma prima di riporlo mi chiese se adesso sapessi finalmente dipingere l’acqua.
Le risposi che ci stavo provando.
Dopo che furono andati via, Giulia mi aiutò a sedermi.
Piangevo piano, non per la coincidenza, ma perché una gentilezza minuscola che avevo completamente dimenticato aveva attraversato sei anni senza sparire.
Forse non eravamo stati soltanto soli, Luciano e io, neppure quando lo credevamo.
Quella sera lui mi chiamò dall’ufficio della sua avvocata.
Mi disse che Teresa aveva identificato alcune movimentazioni contabili e che i documenti originali sarebbero stati messi a disposizione dei magistrati.
Valli si era opposto, e qualcuno aveva tentato di cancellare copie digitali, ma esistevano contratti e registri conservati presso soggetti terzi.
Non potevo sapere se bastassero a dimostrare un reato.
«Vorrei che tu sapessi una cosa prima degli altri», aggiunse.
«Domani non cercherò più di gestire tutto da solo.
Andrò a parlare con chi può indagare anche su di me».
Non gli dissi di farlo per amore mio.
Gli chiesi soltanto se avesse compreso che una scelta simile non poteva essere cancellata una volta presa.
«Sì», rispose.
Restava però una domanda che nessuno dei due sapeva affrontare: sarei stata abbastanza bene il giorno dopo per dirgli addio senza nascondermi dietro un altro messaggio?
Per seguire la decisione di Luciano e la mia, continua con la Parte 6.













