Passai dieci minuti a fissare la risposta prima di scrivere qualcosa.
Era un messaggio semplice, perfino delicato, e proprio per questo mi sembrava sospetto.
Le persone gentili tendevano a farmi domande alle quali non sapevo rispondere: se stessi guarendo, se mi sentissi più forte, se avessi provato una nuova cura.
Quello sconosciuto non mi chiedeva di essere coraggiosa.
«Non devi farlo», digitai.
«Non ti conosco e non voglio rovinarti la serata».
La risposta arrivò quasi subito.
«La mia serata può aspettare.
Posso chiederti una cosa?
Di che cosa hai bisogno, adesso?»
Guardai il quadro incompiuto.
Da anni tutti parlavano di ciò di cui aveva bisogno il mio corpo.
Nessuno mi domandava che cosa desiderassi fare con il tempo rimasto.
Scrissi che avrei voluto finire un dipinto, vedere il mare e bere un caffè con qualcuno capace di non trattarmi come una tragedia.
«Il caffè posso offrirlo», rispose.
«Per il resto deciderai tu».
Dormii poco.
Al mattino chiamai il numero del servizio di cure palliative che il dottor Rinaldi mi aveva consegnato e fissai una visita domiciliare.
La dottoressa Bellini mi spiegò come controllare il dolore, quando chiedere aiuto e quali segnali non ignorare.
Mi fece promettere che non avrei affrontato da sola un peggioramento improvviso.
«Non posso restituirle gli anni che vorrebbe», disse.
«Ma posso aiutarla a scegliere come vivere i giorni che ci sono».
Quella frase mi restò dentro più di qualsiasi altra indicazione.
Scrissi allo sconosciuto che avrei accettato il caffè, a una condizione: un posto pubblico, a metà pomeriggio e nessuna domanda sulla mia cartella clinica.
Gli proposi un bar vicino a piazza Vittorio Veneto, facilmente raggiungibile in taxi.
Prima di accordarci sull’orario gli scrissi anche che mi chiamavo Amelia.
Non gli chiesi ancora il suo nome: preferivo farlo guardandolo negli occhi.
«Va bene.
Come ti riconosco?»
«Sarò quella con una sciarpa verde e una pessima faccia».
«Allora io sarò quello che non la noterà».
Risi da sola.
Fu una risata breve, ma mi sorprese perché il giorno prima non pensavo che avrei riso ancora.
Prima di uscire infilai nella borsa il telefono carico, i farmaci e il numero della dottoressa.
Non avevo intenzione di raccontare a un estraneo dove abitassi.
Al bar vidi un uomo seduto vicino alla vetrata.
Aveva un cappotto scuro, capelli bruni appena segnati di grigio e il modo di stare immobile di chi è abituato a osservare una stanza prima di entrarci davvero.
Quando alzò gli occhi verso la mia sciarpa, si alzò senza avvicinarsi troppo.
«Amelia?»
«Dipende.
Hai intenzione di dirmi che devo pensare positivo?»
«No.
Luciano».
Gli strinsi la mano.
Era calda, mentre la mia era gelata.
Aveva una piccola cicatrice lungo il pollice e un’espressione attenta che non si lasciava leggere facilmente.
Ordinò un espresso per sé e mi lasciò scegliere una tisana.
Sul tavolino c’era un portazucchero scheggiato e, dietro il bancone, una ragazza che preparava i caffè senza smettere di scherzare con un cliente anziano.
Per un istante invidiai la naturalezza di quella scena.
Non la giovinezza della ragazza o l’energia dell’uomo: invidiai il fatto che nessuno dei due stesse misurando il tempo trascorso insieme.
Luciano vide che fissavo la tazza ancora piena.
«Se vuoi andare via, non devi spiegarmi niente», disse.
«No.
È che mi sono dimenticata quanto mi piace stare in un posto dove non conosco nessuno».
Annuì come se quella fosse una risposta sufficiente.
Non poteva sapere quanto mi costasse restare, ma almeno non stava trasformando la mia esitazione in un problema da risolvere.
All’inizio parlammo di cose inutili.
Il traffico sui ponti, il vento che arrivava dal fiume, il proprietario del bar che aveva appeso un vecchio manifesto del cinema dietro il bancone.
Mi accorsi che Luciano non riempiva ogni pausa.
Aspettava che trovassi le parole, senza farmi sentire in ritardo.
«Hai una famiglia?» gli chiesi.
«Sì.
Una nipote, soprattutto.
Ha tredici anni e pensa che io non capisca niente».
«A tredici anni avrà ragione su almeno metà delle cose».
Sorrise, ma quel sorriso lasciò una stanchezza nei suoi occhi.
Pensai che stesse nascondendo un dolore.
Non mi sembrò corretto pretendere da lui spiegazioni che non volevo dare sulla mia vita.
Gli raccontai dei pennelli troppo costosi, della tela rimasta bianca nella parte inferiore e del viaggio al mare rimandato per mesi.
Quando nominai la Liguria, mi domandò se il mio medico mi avesse autorizzata a spostarmi.
Non era la domanda romantica che avevo immaginato.
Era però l’unica domanda responsabile.
«Non ancora», risposi.
«E non voglio che qualcuno decida al posto mio solo perché sto morendo».
«Non lo farò».
Dopo il caffè mi accompagnò fino alla piazza.
Non provò a prendermi il braccio, benché la salita verso il marciapiede mi avesse tolto il fiato.
Mi fermai a guardare il Po.
Sotto il cielo pallido scorreva un’acqua grigia, molto diversa dall’arancione acceso che avevo dipinto.
«Non so come rendere il movimento», ammisi.
«Ogni volta mi sembra che il fiume sia di pietra».
Luciano osservò l’acqua per qualche istante.
«Forse non devi dipingere il movimento», disse.
«Forse basta lasciare un punto in cui la luce possa entrare».
Non era una frase da pittore.
Eppure me la ripetei durante il tragitto verso casa.
Per la prima volta dopo la diagnosi pensai al quadro come a qualcosa che avrei davvero potuto finire, non come all’elenco delle promesse mancate.
La sera ricevetti un messaggio da Giulia.
Mi chiedeva scusa per essersi dimenticata del mio ultimo controllo, poi aggiungeva che forse ci saremmo viste il mese successivo.
Rimasi con il pollice sospeso sulla tastiera.
Non sapevo se dirle che un mese, per me, era una parola enorme.
Scrissi invece a Luciano per ringraziarlo del caffè.
Mi rispose con una fotografia del Po al tramonto, ripresa dalla stessa piazza.
Non era un capolavoro: la ringhiera occupava troppo spazio e un autobus attraversava il fondo dell’immagine.
Ma nel fiume si vedeva proprio quel piccolo varco di luce.
Stavo per augurargli la buonanotte quando arrivò un altro messaggio.
«Devo dirti una cosa prima che ci rivediamo.
Il mio cognome è Moretti.
Forse l’hai già sentito».
Cercai quel nome sul telefono.
I primi risultati parlavano di indagini, locali sequestrati e di un uomo che molti giornali collegavano alla criminalità organizzata torinese.
Nella fotografia riconobbi la cicatrice sul pollice.
Mi sentii gelare.
Perché qualcuno come lui aveva scelto di sedersi davanti a me per ascoltare il racconto dei miei ultimi sette giorni?
Per capire che cosa nascondeva quella disponibilità, leggi la Parte 3.













