Quando Paola mi parlò del negoziante, pensai che avremmo ritrovato l’orologio entro sera. Fu la prima speranza davvero ingenua che mi concessi. La polizia aveva ricevuto una segnalazione da un laboratorio di orologeria del centro: qualcuno aveva chiesto una valutazione urgente per un modello simile a quello descritto da Alberto. Non era una prova, e il negoziante non aveva consegnato nessun oggetto. Aveva soltanto conservato, per ragioni di lavoro, le immagini che il potenziale venditore gli aveva inviato.
Dovetti imparare ad aspettare senza riempire ogni silenzio con una conclusione. Non fui invitata a partecipare agli accertamenti, e mi parve giusto. Ogni tanto aprivo il telefono per controllare se ci fossero notizie, poi lo richiudevo. Mi ero accorta che leggere dieci volte lo stesso messaggio non lo rendeva più preciso. Così cominciai a scrivere le cose che potevo ancora decidere: la spesa della settimana, una visita per mia madre, una passeggiata con Marta. Sembravano dettagli, ma mi ricordavano che la mia vita non era sospesa interamente a una decisione altrui. Il mio ruolo era raccontare ciò che avevo visto, non improvvisarmi investigatrice. Continuavo però a vivere con l’impressione che la gente, incontrandomi, vedesse prima l’accusa e poi me. Andai a comprare il pane in un negozio vicino all’albergo e salutai un ex collega. Rispose educatamente, ma si guardò attorno prima di chiedermi come stessi. Forse non voleva essere indiscreto; io mi sentii comunque diventare un segreto.
Marta venne a casa nostra nel pomeriggio. Preparò con mia madre una teglia di verdure e lasciò sul tavolo una busta con i documenti del suo turno. Aveva deciso di firmare la propria testimonianza, pur sapendo che in albergo sarebbe stato difficile lavorare accanto a Vittorio se fosse tornato. Le chiesi se qualcuno l’avesse minacciata.
«No», rispose. «È quasi peggio. Nessuno dice niente. Ci guardiamo e facciamo finta che sia una faccenda fra te e loro.»
«Non voglio che perdi il lavoro per me.»
«Non lo faccio per te soltanto. Se domani tocca a me, voglio poter dire che abbiamo imparato qualcosa.»
Non sapevo come ringraziarla. Le porsi la parte più croccante della teglia, quella che cercava sempre quando mangiavamo insieme. Mia madre, dall’altra parte del tavolo, cambiò discorso e cominciò a lamentarsi del prezzo dei pomodori. Per qualche minuto potemmo parlare di cose normali, un sollievo più grande di qualsiasi frase eroica.
Il giorno seguente Luciana mi chiese di passare in sede amministrativa. C’erano Paola e Silvia, ma nessuno di loro sembrava interessato a interrogarmi ancora. Mi mostrarono la bozza di una comunicazione da inviare al personale: fino alla conclusione delle verifiche non erano state rilevate condotte da parte mia che giustificassero l’accusa di sottrazione dell’orologio. Chiesi di cambiare la frase. Una collega che avesse letto soltanto quella formula avrebbe potuto pensare che mancassero prove, non che il registro degli accessi smentisse la versione iniziale.
«Scriviamo ciò che sappiamo davvero», dissi. «Sono uscita alle dieci e quarantuno. Un altro accesso è avvenuto dopo. Io non posso essere descritta come l’ultima persona entrata.»
Luciana ci pensò, poi modificò il testo davanti a me. Non inserì il nome di Vittorio; su di lui era ancora in corso un accertamento. La distinzione mi sembrò corretta. Era esattamente il genere di cautela che avevo chiesto fosse usata anche per me.
A metà mattina arrivò Alberto. Lo avevano convocato per alcune informazioni sull’orologio. Aveva in mano una vecchia fotografia del padre seduto davanti a un tavolo di legno. La porse a Luciana, non a me. Mi disse però che, riguardandola, aveva ricordato una conversazione con Vittorio avvenuta il giorno della scomparsa, poco prima della riunione.
«Mi ha chiesto se sarei sceso con l’orologio», raccontò. «Gli ho risposto che l’avrei lasciato sul comodino. Non volevo rovinarlo maneggiando i campioni che dovevamo esaminare.»
La stanza tacque. Quel dettaglio non dimostrava un furto, ma spiegava come il direttore sapesse che l’oggetto sarebbe rimasto nella suite. Alberto si sfiorò la fronte con due dita.
«Non mi è sembrata una domanda strana. Lui conosceva mio padre, almeno di vista, da quando venivo qui anni fa.»
Luciana annotò l’informazione e gli consigliò di riferirla anche agli investigatori. Non cercò di costruire una teoria davanti a noi. Io rimasi con il ricordo di Vittorio che, nel locale di servizio, diceva di aver controllato il turno. Aveva scelto le informazioni che gli convenivano e ignorato quelle che lo avrebbero costretto a guardare altrove.
Nel tardo pomeriggio Roberto mi scrisse che aveva ricevuto una contestazione disciplinare per la cessione della tessera. Non la considerava ingiusta. Avrebbe spiegato il contesto e accettato le conseguenze previste. Mi domandò se avessi bisogno che tornasse a ripetere la sua versione, questa volta davanti a Paola. Risposi che la relazione era stata importante proprio perché non era una favorevole interpretazione dei fatti, ma l’ammissione di un errore. Lui mi mandò una sola parola: grazie.
Fu Paola, la sera, a darmi la notizia che aspettavamo. Il negoziante aveva riconosciuto nelle fotografie il particolare del cinturino riparato con filo scuro. Le immagini mostravano anche il graffio sul vetro descritto da Alberto. Il laboratorio aveva riferito agli investigatori quando le fotografie erano state inviate e da quale recapito erano arrivate. L’identità di chi le aveva mandate richiedeva ancora verifiche, ma gli orari erano successivi alla scomparsa.
«Allora l’orologio non è stato perduto sotto un mobile», dissi.
«Sembra che qualcuno lo avesse in mano quel giorno», rispose Paola. «Per il resto, non anticipiamo il lavoro di chi deve accertarlo.»
Quando chiusi la chiamata mia madre stava cucendo un bottone al mio cappotto. Il filo scuro attraversava la stoffa avanti e indietro, proprio come la piccola riparazione che Alberto aveva descritto. Mi venne da pensare che gli oggetti trattengono gesti che gli altri non vedono: un padre che ripara un cinturino invece di buttarlo, una madre che aggiusta un cappotto quando la figlia non sa ancora se avrà uno stipendio il mese successivo.
Posai la mano sul tavolo e la lasciai lavorare. Per la prima volta non mi domandai soltanto se avrebbero trovato il colpevole. Mi domandai se, una volta scoperta la verità, qualcuno avrebbe avuto il coraggio di dire pubblicamente come ero stata trattata.













