Roberto non guardò subito me. Guardò Vittorio, poi Alberto, e soltanto alla fine il tablet che tenevo ancora stretto contro il petto. Aveva la divisa impeccabile e una piccola macchia d’inchiostro sul polsino sinistro. Mi colpì quella macchia perché, fino a pochi minuti prima, mi ero convinta che una persona così ordinata non potesse avere niente da nascondere.
«Che cosa succede?» domandò.
Vittorio fece un passo nella sua direzione, come per impedirgli di arrivare al tavolo su cui erano ancora sparsi i miei oggetti.
«Il signor Conti non trova un orologio. Elisa sostiene che il registro la scagioni.»
«Non lo sostengo. Il registro dimostra soltanto che dopo di me è stata usata un’altra tessera.»
Roberto annuì appena. Aveva visto la schermata da abbastanza vicino da leggere l’ora. Gli chiesi se fosse entrato nella suite 402 alle dieci e cinquantasette. Non rispose subito, e quel silenzio bastò a far tornare due ospiti che avevano appena superato il corridoio. Vittorio chiuse la porta del piccolo locale di servizio, lasciandoci all’interno con Alberto.
«È una domanda semplice, Roberto», disse il direttore.
«Sì. Ma vorrei capire prima che cosa è stato detto.»
Alberto appoggiò una mano sul tavolo. Aveva un anello d’oro discreto, le unghie pulite, il volto di un uomo abituato a ricevere risposte senza doverle chiedere due volte.
«Alle nove e quaranta ho lasciato l’orologio sul comodino. Sono sceso per una riunione. Quando sono tornato poco dopo le undici, era sparito. Questa ragazza ha pulito la camera. Adesso leggo che anche lei è entrato.»
Roberto inspirò lentamente.
«Non ho preso alcun orologio.»
Mi accorsi della differenza. Non aveva risposto alla domanda sul suo ingresso. Sulla mensola dietro di lui c’era il registro cartaceo delle consegne: ogni volta che spariva una tessera o un oggetto trovato, noi dovevamo riempire una pagina e firmare. Mi domandai perché, per la mia borsa, non fosse servita nemmeno una riga. Era come se il sospetto avesse sostituito la procedura. Se avessi protestato da sola, la mia voce sarebbe stata soltanto un altro problema da risolvere. Aveva negato un furto che nessuno, fino a quel momento, gli aveva attribuito apertamente. Quando gli chiesi di nuovo se fosse entrato, Vittorio intervenne.
«Basta con l’interrogatorio. Roberto è il capo della sicurezza.»
«E io sono la persona a cui avete appena svuotato la borsa davanti agli ospiti.»
La frase uscì più forte del previsto. Dall’altra parte della porta qualcuno spostò un carrello. Pensai a Marta, la collega con cui dividevo il quarto piano. Era probabilmente lì vicino, e mi vergognai di desiderare che ascoltasse tutto. Avevo sempre cercato di non attirare l’attenzione. Quella mattina era diventato impossibile.
Alberto mi osservò più attentamente.
«L’orologio era di mio padre. Non è una questione di prezzo.»
«Capisco che per lei sia importante. Ma anche il mio lavoro lo è per me.»
Il signor Conti distolse lo sguardo. Vittorio raccolse in fretta i miei guanti e le penne, li rimise nella borsa senza chiedere scusa e mi disse di consegnare la tessera del personale fino a chiarimento dell’accaduto. Mi rifiutai di chiamare quel gesto una semplice precauzione. Gli domandai se fossi sospesa, accusata formalmente o soltanto invitata a lasciare il piano.
«Non complicare le cose», rispose.
«Non posso tornare domani e scoprire che mi avete licenziata per una parola che non ho detto. Voglio sapere che cosa state decidendo.»
Roberto abbassò gli occhi. Alberto disse che avrebbe atteso fino al pomeriggio prima di rivolgersi alla polizia. Non era una promessa rivolta a me, eppure mi offrì qualche ora in cui il mio nome non sarebbe comparso in una denuncia. In quel momento vidi Marta attraverso il vetro della porta. Mi fece un cenno appena percettibile, come a dirmi che non ero sola.
Vittorio prese il tablet. Prima che potesse chiuderlo, gli chiesi di salvare la registrazione degli accessi e le immagini delle telecamere del piano. Non sapevo per quanto tempo l’hotel conservasse quei dati. Sapevo soltanto che nessuno avrebbe dovuto decidere da solo quali fossero importanti.
«Le procedure le conosco io», disse Vittorio.
«Allora non dovrebbe essere difficile metterle per iscritto.»
Roberto si schiarì la voce.
«I registri possono essere esportati dall’amministrazione del sistema. È meglio farlo subito.»
Vittorio lo fissò con una durezza che non avevo mai visto. Sembrò sul punto di parlare, poi cambiò idea. Mi ordinò di attendere nell’ufficio del personale e uscì con Alberto. Roberto rimase qualche secondo accanto alla porta.
«Elisa, mi dispiace per quello che è successo con la borsa.»
«Non eri tu a rovesciarla.»
«Lo so.»
«Allora dimmi soltanto la verità.»
Stava per rispondere quando il telefono di servizio gli vibrò in tasca. Lo guardò, lo rimise via e se ne andò. Non mi fermai a inseguirlo. Dovevo prima recuperare i miei guanti e il taccuino, ancora caduto dietro una scatola di detersivi.
Nell’ufficio del personale Marta mi portò un bicchiere d’acqua. Disse di avere visto Vittorio prendere la mia borsa e di essere pronta a raccontarlo, se necessario. Non mi offrì grandi parole di conforto. Si sedette vicino a me e scrisse sul retro di un foglio l’ora in cui aveva sentito la discussione, i nomi presenti, quello che ricordava. Io feci lo stesso. Era un’abitudine che mi aveva insegnato mia madre quando, anni prima, aveva contestato un conteggio sbagliato delle sue ore in fabbrica: prima che la memoria diventasse paura, bisogna darle un posto sulla carta.
Alle dodici e venti mi comunicarono che sarei rimasta a casa fino alla fine degli accertamenti. Nessuna lettera, per il momento. Nessuna firma da apporre. Soltanto una frase pronunciata da un’addetta alle risorse umane che non riusciva a guardarmi negli occhi. Chiesi una copia della disposizione. Lei mi promise una risposta.
Uscii dall’ingresso del personale, quello che si apriva sul vicolo dietro l’hotel. Roberto mi aspettava accanto alla scala antincendio. Aveva il telefono in mano e lo teneva rivolto verso il basso, come se non volesse che qualcuno potesse scorgere lo schermo.
«Prima ho detto una cosa vera», mormorò. «Non ho preso l’orologio.»
«E la cosa che non hai detto?»
Guardò la porta alle mie spalle. Poi finalmente incontrò i miei occhi.
«Alle dieci e cinquantasette la mia tessera era nella suite. Ma non era in mano mia.»













