L’indomani entrai in hotel dalla porta principale. Era una decisione piccola, quasi infantile, ma avevo passato l’intera notte a immaginare il vicolo del personale e il rumore del carrello che avevo lasciato fermo al quarto piano. Volevo attraversare la hall senza nascondermi. Paola mi aspettava accanto alla colonna di marmo, con una cartella sottile sotto il braccio e la pazienza di chi aveva già partecipato a colloqui difficili.
Vittorio ci ricevette in una saletta normalmente usata per presentare i pacchetti congressuali. Sul tavolo c’erano tre bicchieri d’acqua e una busta chiusa. Accanto al direttore sedeva Silvia, l’addetta alle risorse umane che mi aveva comunicato l’allontanamento. Non incontrò il mio sguardo. Vittorio invece sorrise appena, come se la presenza di Paola fosse soltanto un inconveniente di cui avrebbe potuto liberarsi con la giusta cortesia.
«Non vedo la necessità di coinvolgere persone esterne», esordì.
«Sono qui su richiesta di Elisa», rispose Paola. «Possiamo cominciare dalle ragioni del provvedimento?»
Vittorio parlò di un oggetto prezioso sparito da una suite, di un ospite turbato, della reputazione dell’albergo. Ogni volta che Paola gli domandava quale condotta mi venisse contestata, tornava a descrivere l’imbarazzo della situazione. Io guardavo la busta davanti a lui. Non era indirizzata a me, almeno non sul lato visibile. Avevo la sensazione che quel colloquio fosse stato preparato per arrivare a un punto preciso.
«L’accesso delle dieci e cinquantasette è stato chiarito?» chiesi.
«È oggetto di verifica.»
«Roberto ha consegnato una relazione.»
Silvia annuì. Vittorio si girò verso di lei con tale rapidità che la donna smise di parlare ancora prima di cominciare. Paola domandò che la relazione fosse acquisita formalmente e che venisse sentito Nadir, il portiere presente in hall insieme a Roberto nella fascia oraria indicata. Vittorio aprì finalmente la busta.
Dentro c’era una proposta di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Due mensilità aggiuntive, oltre a quanto mi sarebbe spettato, a condizione che firmassi una dichiarazione secondo cui nessuna delle parti aveva altre pretese e che mantenessi riservati i fatti riguardanti l’hotel. La parola furto non compariva. Neppure la parola innocente.
«Sarebbe un modo civile per chiudere una situazione spiacevole», spiegò Vittorio.
Pensai immediatamente all’affitto, ai medicinali di mia madre e alle scarpe da lavoro da comprare prima dell’inverno. Due mensilità non erano poche. Potevano comprarmi il tempo necessario per trovare un altro impiego, forse anche un po’ di pace. Paola non toccò i fogli. Mi lasciò il tempo di leggerli, poi disse che non c’era alcun obbligo di decidere in quella stanza.
«Non voglio firmare», risposi.
Vittorio si irrigidì.
«Hai capito bene l’offerta?»
«Sì. Ma non c’è scritto che non ho rubato niente. C’è scritto solo che smetteremo di parlarne.»
La discussione finì poco dopo. Paola chiese una copia della proposta e Silvia gliela consegnò, nonostante un’occhiata del direttore. Prima di uscire domandai ancora chi fosse entrato nella suite. Nessuno rispose. Nella hall scorsi Alberto Conti seduto su un divano, con il cappotto piegato sulle ginocchia. Mi chiamò quando passai.
«Signorina Elisa, ha un momento?»
Paola rimase a pochi passi, abbastanza vicina perché non fossi costretta a parlare da sola. Alberto mi disse che aveva rinunciato, per il momento, a denunciare una persona specifica. Aveva però presentato una segnalazione formale per la scomparsa dell’orologio. Lo disse come chi si sforza di essere corretto dopo aver già commesso un torto.
«Mi hanno assicurato che tutto sarà controllato.»
«Anch’io sto chiedendo la stessa cosa.»
Mi raccontò che suo padre portava quell’orologio ogni domenica, anche quando aveva smesso di funzionare bene. Dopo la morte, Alberto lo aveva fatto riparare senza sostituirne il quadrante consumato. Lo indossava soltanto nelle occasioni importanti. La riunione per cui era venuto in città riguardava la vendita di un piccolo capannone appartenuto alla famiglia. Non era un uomo sentimentale, disse, ma a volte bastava toccare quel cinturino per sentirsi meno distante da casa.
«Se è così importante, dovrebbe voler sapere davvero dov’è finito», dissi. «Non soltanto scegliere una persona da incolpare.»
Alberto abbassò la testa. Si passò un dito sul polso nudo, dove la pelle era rimasta leggermente più chiara.
«Ha ragione su questo.»
Non diventammo amici in quel momento. Continuavo a ricordare la certezza con cui mi aveva guardata mentre cercavo di spiegarmi. Ma il suo tono cambiò quando gli dissi che Vittorio mi aveva proposto denaro per lasciare il lavoro. Mi domandò se volessi che lo riferisse alla società proprietaria. Dissi che avrei preferito farlo io, con i documenti. Rispose che, se necessario, avrebbe confermato il contenuto del nostro colloquio.
Nel pomeriggio Paola ricevette una conferma di ricezione dalla sede amministrativa della società che gestiva l’hotel. Avevano disposto la conservazione dei dati informatici pertinenti e affidato la verifica a Luciana Ferri, responsabile del controllo interno. Non la conoscevo. Il solo fatto che esistesse una persona al di fuori dell’ufficio di Vittorio non era una garanzia, ma cambiava l’equilibrio delle cose. Non dovevamo più chiedere a Vittorio il permesso di verificare la versione di Vittorio. Anche una differenza così piccola mi fece respirare meglio.
Marta mi chiamò dopo il turno. Era andata a salutare Nadir prima che uscisse. Lui le aveva detto di ricordare benissimo quella mattina, perché la signora assistita da Roberto si era rifiutata di usare l’ascensore panoramico. Per quasi venti minuti erano rimasti insieme vicino alla reception cercando un percorso più comodo. Nessuno dei due aveva lasciato la hall. Avrebbe raccontato tutto a Luciana, se glielo avessero chiesto.
«Hai paura?» domandò Marta.
«Sì. Soprattutto di non riuscire a pagare le bollette il mese prossimo.»
«Allora domani passo da te. Prepariamo il pranzo insieme e facciamo i conti. Non risolvo il caso, ma almeno non li fai da sola.»
Quella sera, prima di spegnere il telefono, vidi una mail inviata da Silvia a Paola e a me. Luciana Ferri ci avrebbe incontrate il mattino seguente. Aveva già richiesto i registri, i messaggi di servizio e le registrazioni video disponibili. Nel testo c’era una frase insolita per una comunicazione d’ufficio: chiedeva che nessuno contattasse direttamente i testimoni per influenzarne il racconto.
Mi chiesi se fosse una formula usata sempre. O se qualcuno, in albergo, avesse già provato a farlo.













