Luciana Ferri arrivò senza annunciarsi alla reception. La riconobbi perché Silvia le andava incontro con una cartella rossa in mano e perché Vittorio, poco più indietro, aveva perso l’aria sicura con cui camminava di solito. Luciana non indossava una divisa né un abito vistoso. Parlava piano e chiedeva alle persone di ripetere le ore, non le impressioni. Quando mi fece accomodare, mi domandò di raccontare l’intera mattinata senza anticipare ciò che avevo saputo dopo.
Ripartii dalla borsa rovesciata sul tavolo. Il rumore degli oggetti, gli ospiti che si erano fermati, Alberto dietro le spalle del direttore. Raccontai dell’accesso registrato alle dieci e cinquantasette. Poi della sospensione retribuita e dell’offerta che avevo rifiutato. Paola sedeva al mio fianco, ma non parlò per me. Mi accorsi che avevo smesso di chiamare quella mattina un malinteso. Aveva prodotto conseguenze precise, e potevo nominarle senza alzare la voce.
«Quella borsa è stata esaminata con il suo consenso?» chiese Luciana.
«No. Vittorio l’ha rovesciata davanti a me.»
Luciana prese nota. Non fece commenti né promesse. Mi spiegò che avrebbe ascoltato separatamente Roberto, Nadir, Marta e Silvia, oltre ad Alberto. Le registrazioni sarebbero state visionate da personale autorizzato, conservandone copia nel fascicolo interno. Quanto al furto, se i fatti lo avessero richiesto, avrebbero collaborato con le autorità. Distinse la ricerca dell’orologio dall’accertamento del modo in cui ero stata trattata. Mi sembrò la prima persona in grado di vedere che erano due problemi, non uno soltanto. Prima di congedarmi mi chiese anche se qualcuno mi avesse ordinato di cancellare messaggi o modificare i turni. Risposi di no. Avevo conservato soltanto le comunicazioni ricevute e i miei appunti, senza toccare registri che non ero autorizzata a esportare. Luciana disse che era il modo corretto di proteggere i fatti.
Nel pomeriggio Roberto mi telefonò. Aveva consegnato il proprio rapporto e ammesso di aver ceduto la tessera a Vittorio. Non aveva cercato di cancellare quella parte né di presentarla come un comportamento normale. La sua voce tremava appena.
«Mi hanno tolto temporaneamente l’abilitazione a gestire gli accessi», disse. «Era prevedibile.»
«Hai detto anche dove eri alle dieci e cinquantasette?»
«Sì. Nadir lo ha confermato. Hanno controllato le immagini della hall.»
Gli chiesi perché, quando era apparso nel corridoio, non avesse parlato subito. Roberto rimase zitto a lungo. Poi disse che, pochi minuti prima, Vittorio gli aveva ricordato che un responsabile della sicurezza risponde anche delle tessere che affida ad altri. In quel momento aveva pensato alla propria infrazione. Solo dopo si era reso conto di quanto il suo silenzio avesse reso più credibile l’accusa contro di me.
«Non ti chiedo di perdonarmi», aggiunse.
«Non posso farlo al posto mio, né cancellare quello che è successo. Ma puoi continuare a dire la verità.»
Il giorno dopo Luciana ci convocò di nuovo, stavolta insieme ad Alberto. Vittorio non era presente. Ci spiegò che la società aveva verificato una sequenza di dati convergenti. La tessera di Roberto era stata usata alle dieci e cinquantasette. Nello stesso intervallo, Roberto compariva nelle immagini della hall accanto a Nadir e alla signora in carrozzina. Alle dieci e cinquantatré, una telecamera del corridoio di servizio mostrava Vittorio salire al quarto piano, solo. Alle undici e otto lo riprendeva mentre tornava giù, con una custodia scura sotto il braccio. Non c’era una telecamera puntata direttamente sulla porta della suite 402; quindi nessuna immagine dimostrava da sola che cosa fosse avvenuto dentro.
Alberto chiese di vedere le immagini. Luciana rispose che non poteva mostrarle liberamente ai presenti, ma ne avrebbe fornito gli elementi pertinenti attraverso i canali previsti. Non era una risposta spettacolare. Era, però, più rispettosa della realtà di quante certezze avessi sentito negli ultimi due giorni.
«La custodia era mia?» domandò Alberto.
«Non possiamo dirlo», rispose Luciana. «Dobbiamo verificare.»
Alberto raccontò allora un dettaglio che non conoscevo. L’orologio, un modello meccanico con il vetro leggermente segnato, portava all’interno del cinturino una riparazione fatta con filo scuro da suo padre. Dopo la morte, Alberto aveva conservato quella cucitura imperfetta invece di sostituire il cinturino. Era un segno riconoscibile, non soltanto per chi ne conosceva il valore economico. Aveva anche una fotografia recente, scattata a casa durante un pranzo di famiglia, e una ricevuta del laboratorio che lo aveva revisionato.
«Posso consegnare tutto», disse.
«È importante», rispose Luciana. «Perché un oggetto identificabile può essere cercato senza fare affidamento su ricordi generici.»
Quando uscimmo, Silvia mi raggiunse vicino al guardaroba. Aveva il volto tirato e una cartellina stretta fra le mani. Mi disse che il primo giorno aveva assistito alla decisione di allontanarmi, senza avere visto né l’accesso successivo né un rapporto disciplinare a mio carico. Non aveva contestato Vittorio perché temeva che l’avrebbe accusata di non proteggere l’hotel.
«Avrei dovuto chiedergli di fermarsi», disse.
«Sarebbe stato utile.»
Le parole mi uscirono fredde, ma erano vere. Silvia non cercò una frase per assolversi. Mi spiegò che aveva scritto una dichiarazione per Luciana, indicando esattamente ciò a cui aveva assistito. La ringraziai senza promettere che avremmo dimenticato tutto.
Quella sera, mentre preparavo la pasta con mia madre, ricevetti un messaggio da Paola. Luciana aveva deciso di mantenere la mia posizione lavorativa protetta durante gli accertamenti; Vittorio sarebbe stato temporaneamente sollevato dalle funzioni relative alla sicurezza e alla gestione del personale. Non era una condanna. Era la prima misura che impediva a chi mi aveva accusata di controllare anche tutte le domande.
Mia madre spense il fornello. Prese il telefono, lesse due volte il messaggio e lo posò accanto al piatto.
«Questo non ti restituisce i giorni passati con la paura», disse.
«No. Ma almeno non devono essere altri a decidere da soli quando finirà.»
Prima di andare a dormire arrivò un’ultima comunicazione. Luciana mi informava che Alberto aveva autorizzato l’invio della descrizione e della fotografia dell’orologio agli investigatori. Nel suo messaggio c’era anche una notizia che non riguardava direttamente me: un negoziante della zona aveva già contattato la polizia per una proposta di vendita sospetta. Nessuno sapeva ancora se fosse collegata alla suite 402. Per la prima volta, però, la ricerca si era spostata fuori dall’hotel.













