La controproposta non fu accettata subito.
Paolo Venturi chiese una sospensione. Gli avvocati si ritirarono in una stanza laterale. Riccardo Bellini rimase seduto, con il telefono capovolto davanti a sé e le dita intrecciate sul tavolo.
Elena lo osservò.
Era la prima volta che lo vedeva da quando aveva scoperto il ruolo di Marta.
Riccardo aveva poco più di quarant’anni, capelli sempre perfetti e un modo di parlare che dava l’impressione che ogni frase fosse stata preparata per una riunione. Quella mattina, però, sembrava stanco.
«Marta ti ha raccontato tutto?» chiese.
Elena non rispose.
«Non le ho chiesto di vendere quella foto.»
«Ma le hai chiesto di scoraggiarmi dal matrimonio.»
Riccardo inspirò.
«Le ho detto che De Santis era un problema.»
Lorenzo lo guardò.
«Sono qui. Puoi usare il mio nome.»
Riccardo ignorò la provocazione.
«All’epoca nessuno sapeva come sarebbe finita la causa.»
«Tu sapevi abbastanza da guadagnare centottantamila euro se io fossi rimasto fuori.»
Il volto di Riccardo si irrigidì.
«Quella è una commissione contrattuale. Non una tangente.»
«Non ho detto tangente.»
Elena vide il colore salire sulle guance dell’uomo.
Lorenzo proseguì.
«Ho chiesto una verifica separata sul lavoro dei consulenti. Se le valutazioni sono corrette, non hai niente da temere.»
Riccardo si alzò.
«Stai facendo saltare un’operazione da decine di milioni per un asilo e qualche inquilino.»
Elena sentì qualcosa cambiare nella stanza.
Non perché la frase fosse sorprendente.
Perché era finalmente sincera.
«Sono ventidue famiglie», disse lei.
Riccardo si voltò verso di lei. «Con tutto il rispetto, tu non capisci questo tipo di operazioni.»
Elena sorrise appena.
«Questa frase la conosco bene.»
«Non intendevo…»
«Certo che sì. È la stessa cosa che fate quando parlate davanti alla tata pensando che non sappia ascoltare. Quando decidete che una persona in uniforme non capisce i vostri discorsi, i vostri soldi o i vostri problemi.»
Riccardo aprì la bocca.
Elena non gli lasciò il tempo.
«Io non so fare il tuo lavoro. Ma so cosa succede quando una famiglia perde il nido a cui affida un bambino alle sette e mezza del mattino per poter andare a lavorare. So cosa succede quando un affitto sale di trecento euro. So cosa significa per una madre telefonare a dieci strutture e sentirsi dire che non c’è posto. Forse non è il tuo tipo di operazione. È comunque vita reale.»
Riccardo tornò a sedersi.
Dieci minuti dopo rientrarono gli avvocati.
Edilnova era disposta a discutere lo scorporo, ma a tre condizioni: una nuova perizia, la rinuncia di Lorenzo a una parte della liquidazione e la chiusura definitiva di alcune azioni civili.
Andrea fece rapidamente i conti.
La differenza era enorme.
Accettando l’accordo originale, Lorenzo avrebbe ricevuto quasi quattro milioni in liquidità. Con la nuova struttura, tra valore dell’immobile, tasse, lavori necessari e rinunce, avrebbe avuto una disponibilità immediata molto più bassa.
«Potresti comprare una casa», gli disse Andrea durante la pausa. «Ma non avresti la sicurezza finanziaria che avresti con il primo accordo.»
Lorenzo guardò Elena.
Lei alzò un sopracciglio.
«Non guardare me.»
Lui rise per la prima volta da giorni.
Poi firmò la proposta preliminare.
Non perché fosse generoso.
Non perché Elena fosse una tata dal cuore puro.
Lo fece perché, dopo tre anni in cui altri avevano deciso cosa valeva la sua firma, voleva che la prima firma davvero libera producesse qualcosa che fosse disposto a difendere anche il giorno dopo.
La verifica, però, aprì un altro problema.
Nel fascicolo delle consulenze emersero alcune e-mail che Riccardo aveva scambiato con un dirigente del fondo. Non provavano un reato, ma mostravano che alcune ipotesi di valore erano state costruite sulla certezza che la quota di Lorenzo non sarebbe tornata disponibile. Una frase in particolare attirò l’attenzione degli avvocati: “Se D.S. resta fuori fino alla chiusura, il margine è protetto.”
Andrea inoltrò il materiale ai legali che seguivano la causa.
Riccardo fu rimosso dall’operazione in attesa di una revisione interna.
Marta chiamò Elena quella sera.
Elena lasciò squillare.
Poi richiamò dopo un’ora.
«Riccardo dice che Lorenzo vuole rovinarlo.»
«Lorenzo ha chiesto che controllino dei documenti.»
«Per lui è facile. Adesso ha il coltello dalla parte del manico.»
«Marta, tuo marito ha lavorato a un affare contando sul fatto che Lorenzo non recuperasse ciò che era suo.»
«Non significa che abbia fatto qualcosa di illegale.»
«Non ho detto questo.»
Dall’altra parte arrivò un singhiozzo.
«Ho paura.»
Elena chiuse gli occhi.
Per un attimo rivide Marta anni prima, con il grembiule sporco di pappa e i capelli legati male, mentre entrambe ridevano nella cucina di una famiglia che le chiamava “le ragazze” anche se avevano quasi trent’anni.
«Capisco», disse.
Marta rimase in silenzio.
«Ma capire che hai paura non significa che io debba fingere che quello che hai fatto a me non sia successo.»
«Possiamo almeno parlarne?»
«Un giorno. Non oggi.»
Elena chiuse la chiamata senza sentirsi vittoriosa.
Quella era la parte che nessuno raccontava nelle storie di rivincita. Mettere un confine non produceva sempre sollievo. A volte lasciava soltanto uno spazio vuoto dove prima c’era una persona.
Tre settimane dopo, l’accordo venne firmato.
Lorenzo ricevette la proprietà dell’edificio di via del Porto attraverso una società separata e una liquidazione ridotta. Il resto delle controversie principali fu chiuso. Alcune questioni sulle responsabilità dei vecchi soci continuarono per altre vie, ma per la prima volta la sua vita non dipendeva da una causa.
Quella sera, lui ed Elena entrarono nel cortile del palazzo.
Sara, la responsabile del nido, li aspettava.
«Quindi è finita?» chiese.
Lorenzo guardò le finestre, le biciclette appoggiate al muro, i panni stesi su un balcone.
«No.»
Sara impallidì.
Lui indicò le crepe dell’intonaco.
«Adesso comincia la parte costosa.»
Elena rise.
Sara capì e si portò una mano alla bocca.
«Il nido resta?»
«Se riusciamo a mettere in piedi un piano sostenibile, sì.»
Sara abbracciò Elena prima ancora di chiedere permesso.
Lorenzo rimase a qualche passo.
Elena lo vide sorridere.
Poi notò un uomo fermo all’ingresso del cortile.
Era un giornalista.
Accanto a lui c’era un fotografo.
«Signora De Santis!» gridò. «È vero che suo marito ha rinunciato a milioni per salvare il suo posto di lavoro?»
Elena smise di sorridere.
E capì che la battaglia contro la versione più comoda della loro storia non era ancora finita.













