Marta abitava in un appartamento luminoso vicino ai Giardini Margherita, con parquet chiaro, fotografie di viaggi incorniciate in bianco e una cucina che Elena aveva sempre trovato troppo perfetta per sembrare davvero usata.
Quando aprì la porta, non aveva più il trucco impeccabile della mattina.
«Riccardo non c’è», disse subito.
«Non sono venuta per lui.»
Elena entrò. Lorenzo rimase accanto alla porta, come se volesse lasciare a lei il controllo della conversazione.
Marta li condusse in soggiorno.
Sul tavolo c’era un bicchiere d’acqua intatto.
«Ho sbagliato», disse.
Elena si sedette.
«Questa è una frase. Io voglio i fatti.»
Marta guardò Lorenzo, poi lei.
«Riccardo sapeva che De Santis poteva rientrare in società. Da settimane giravano voci. Non sapevamo quando sarebbe uscita la decisione.»
«Noi?» chiese Elena.
Marta strinse le mani. «Riccardo e alcuni consulenti.»
«E tu hai riconosciuto Lorenzo quando ti ho mostrato le foto mesi fa.»
Marta non rispose.
Elena sentì una fitta di delusione più profonda di quanto si aspettasse.
«Lo hai riconosciuto.»
«Sì.»
Lorenzo fece un respiro lento.
Elena continuò. «E non mi hai detto niente.»
«Non sapevo cosa fosse vero. Riccardo diceva che era pericoloso, che aveva distrutto la società, che aveva sottratto soldi.»
Lorenzo parlò per la prima volta.
«Le accuse penali erano già state archiviate.»
Marta abbassò gli occhi.
«Riccardo diceva che non significava che fossi innocente.»
«Comodo.»
Elena sollevò una mano verso Lorenzo.
Non per zittirlo, ma per chiedergli di lasciarla andare fino in fondo.
«Perché la foto?»
Marta impiegò qualche secondo.
«Un sito locale cercava informazioni da giorni. Mi avevano scritto perché sapevano che Riccardo aveva lavorato con Edilnova.»
«Quanto ti hanno pagata?»
«Elena…»
«Quanto?»
«Cinquecento euro.»
Lorenzo distolse lo sguardo.
Elena rimase ferma.
Cinquecento euro.
Per Marta erano una cena di anniversario, forse una borsa, forse due rate di un elettrodomestico. Per Elena erano il prezzo assegnato al momento in cui aveva promesso di condividere la propria vita con qualcuno.
«Hai venduto il mio matrimonio per cinquecento euro.»
Marta cominciò a piangere.
«Pensavo che sarebbe uscita comunque. Ero arrabbiata. Tu non ascoltavi nessuno. Continuavi a dire che lui era una brava persona, mentre tutti pensavamo che stessi buttando via la tua vita.»
«Non tutti. Tu.»
«Volevo proteggerti.»
Elena si alzò.
«No. Volevi avere ragione.»
La frase rimase sospesa tra loro.
Marta asciugò le lacrime con il palmo. «Riccardo mi aveva detto che, se Lorenzo fosse tornato in possesso delle quote, avrebbe potuto bloccare la vendita di via del Porto. Lui ha lavorato mesi su quell’operazione. C’è una commissione enorme.»
Elena si voltò verso Lorenzo.
«Quanto enorme?»
«Non lo so.»
«Io sì», disse Marta. «Se l’operazione si chiude, Riccardo prende quasi centottantamila euro.»
Ecco il punto.
La cattiveria della mattina non era nata soltanto dal pregiudizio. Era stata alimentata dalla paura economica. Se Elena avesse lasciato Lorenzo, se lui fosse rimasto isolato, confuso o vulnerabile, sarebbe stato più facile convincerlo ad accettare il primo accordo possibile.
Lorenzo si avvicinò alla finestra.
«Riccardo ti ha chiesto di fare qualcosa?»
«No.»
«Pensaci bene.»
Marta esitò.
«Mi ha detto che se tu fossi davvero Lorenzo De Santis non dovevo incoraggiare Elena a sposarti.»
Elena sentì il respiro bloccarsi.
«Quindi quando mi dicevi che meritavo di meglio…»
«Non era solo per Riccardo. Io lo pensavo davvero.»
«È questo il problema.»
Marta la guardò, confusa.
Elena prese la borsa.
«Tu continui a credere che la parte peggiore sia avere avuto un interesse. Non lo è. La parte peggiore è che trovavi perfettamente normale umiliare un uomo perché dormiva in un dormitorio. Anche se Riccardo non esistesse, quella parte sarebbe ancora tua.»
Marta rimase seduta.
«Mi dispiace.»
«Forse un giorno mi importerà.»
Elena uscì.
Lorenzo la seguì senza parlare.
Camminarono sotto i portici per quasi dieci minuti. Pioveva forte oltre la linea delle colonne, ma lì sotto il rumore diventava un sottofondo continuo.
«Sei arrabbiata anche con me», disse Lorenzo.
«Molto.»
«Lo so.»
«Bene.»
Lui accennò un sorriso, ma Elena non ricambiò.
«Non voglio che la nostra storia diventi una favola stupida», disse lei. «Non voglio che la gente pensi che io sono stata buona con il povero uomo e quindi la vita mi ha regalato un marito ricco.»
«Neanch’io.»
«Allora devi smettere di alimentare quella storia. Niente interviste. Niente articoli sulla tata dal cuore d’oro. Niente fotografie davanti a una casa nuova.»
Lorenzo annuì.
«D’accordo.»
«E un’altra cosa. Il denaro della causa è tuo. La decisione su via del Porto riguarda anche altre persone. Non usare me come scusa per accettare o rifiutare.»
Lui la guardò attentamente.
«Stai dicendo che non vuoi dirmi cosa fare?»
«Sto dicendo il contrario. Ti dirò esattamente cosa penso. Ma voglio che la scelta sia tua e che tu sappia perché la fai.»
Quella sera non andarono in albergo. Elena tornò nel suo piccolo bilocale. Lorenzo, per la prima volta da quando si erano conosciuti, dormì lì come suo marito.
Non ci fu romanticismo cinematografico.
Mangiarono pasta al pomodoro seduti sul divano, ancora con i vestiti del matrimonio. Elena tolse le scarpe e appoggiò i piedi sul tavolino. Lorenzo aprì il portatile vecchio che usava in biblioteca e cominciò a leggere i documenti dell’operazione.
A mezzanotte, Elena gli portò un tè.
«Hai trovato qualcosa?»
«Sì.»
Le mostrò una planimetria.
Il palazzo di via del Porto non era soltanto un immobile della società. Faceva parte di un pacchetto più grande, tre edifici vicini destinati a essere venduti insieme.
«Se salta questo», disse Lorenzo, «può saltare l’intera operazione.»
«Quindi la cifra dell’accordo serve anche a comprarti il silenzio.»
«In parte.»
Scorse un’altra pagina.
Poi si fermò.
«Elena.»
Lei si avvicinò.
In fondo a un allegato c’era l’elenco dei consulenti che avevano preparato la valutazione preliminare degli immobili.
Compariva il nome di Riccardo Bellini.
Ma non era quello a far stringere la mascella a Lorenzo.
Accanto a una delle firme c’era la data.
Era di otto mesi prima.
Otto mesi prima, quando Lorenzo dormiva ancora nel dormitorio e nessuno sapeva che avrebbe potuto recuperare le sue quote.
«Loro stavano preparando questa vendita molto prima della sentenza», disse Elena.
Lorenzo annuì.
«E qualcuno ha valutato la mia quota come se non dovesse tornare mai più a me.»
Elena capì ciò che lui non aveva ancora detto.
Se quella valutazione era stata costruita sulla certezza che Lorenzo fosse fuori dai giochi, allora l’offerta di lunedì non era soltanto un affare.
Poteva essere il tentativo di chiudere in fretta una porta che la sentenza aveva appena riaperto.













