La frase scritta da Lucia rimase sul tavolo fino a sera.
Marco non la trasformò in una prova di cattiveria: era un appunto, non una sentenza.
Eppure poneva una domanda semplice, alla quale nessuno in quella casa aveva ancora risposto.
«Papà, domani vuoi che chiami Lucia?» chiese.
Lorenzo annuì senza esitazione.
Regina rimase in silenzio, le mani intrecciate davanti al corpo.
Non cercò più di portare via il raccoglitore, ma disse che una visita avrebbe soltanto agitato il marito.
«Lo chiederemo a lui», rispose Marco.
Quella notte Marco non tornò nel suo appartamento.
Si fermò nella camera degli ospiti e, prima di dormire, ripensò alle visite degli ultimi mesi.
Aveva chiamato spesso sua madre e raramente chiesto di parlare con suo padre oltre le prime rassicurazioni.
Non poteva recuperare quelle sere con una sola domanda fatta bene.
Da bambino aveva imparato a riparare piccoli oggetti insieme a Lorenzo.
Il padre gli diceva sempre di non tirare una vite prima di aver capito in quale direzione dovesse girare.
Marco aveva conservato quella pazienza con le cose, ma non con le persone.
Durante una delle ultime visite aveva controllato il telefono cinque volte, mentre Lorenzo cercava di completare una frase.
Alla fine era stato proprio Marco a suggerirgli di riposare.
Non sapeva se il padre ricordasse quel pomeriggio, ma lui sì, e ora quel ricordo non gli dava pace.
La mattina seguente, Elena trovò un biglietto sul tavolo della cucina.
Marco l’aveva lasciato per chiedere che non le fossero affidati compiti di assistenza personale finché non avessero verificato le indicazioni dei professionisti.
Per il momento doveva svolgere soltanto le mansioni domestiche abituali e prendere la pausa prevista.
Elena lesse il biglietto con sollievo e vergogna insieme.
Si era accorta di sentirsi indispensabile accanto a Lorenzo, ma quella sensazione stava diventando un peso.
Non aveva una preparazione sanitaria e non voleva che la bontà delle sue intenzioni sostituisse cure adeguate.
Ada le porse una tazza di latte caldo.
«Non puoi portare da sola tutti i problemi di questa famiglia», osservò.
«Lo so. È solo che quando lui mi guarda, mi sembra di sentire una domanda che nessuno vuole ascoltare.»
«Allora oggi qualcun altro deve imparare ad ascoltarla.»
Lucia Bassi arrivò nel primo pomeriggio, dopo che Lorenzo aveva confermato personalmente di volerla ricevere.
Era una logopedista dai modi pratici, con una borsa leggera e l’abitudine di rivolgersi direttamente al paziente prima di guardare gli altri.
«Buongiorno, signor Lorenzo. Come sta oggi?»
Lui prese fiato e pronunciò lentamente:
«Meglio.»
Lucia sorrise, ma non applaudì né si stupì come se avesse assistito a un prodigio.
Gli chiese se preferisse parlare a voce o usare una tavoletta con lettere e simboli, un ausilio già previsto nel suo percorso.
Lorenzo indicò la seconda possibilità.
Marco osservò la tavoletta che Lucia aveva portato.
C’erano parole essenziali, risposte brevi e spazio per comporre frasi più complesse con molta pazienza.
Non era stata inventata in quel momento: faceva parte di un lavoro iniziato dopo il ricovero, interrotto quando Regina aveva comunicato che non sarebbe proseguito.
«Perché nessuno me ne ha parlato?» domandò Marco.
«Io posso dirle soltanto ciò che riguarda il percorso, con il consenso di suo padre», rispose Lucia.
Guardò Lorenzo, che confermò con un cenno.
«Avevamo concordato di esercitarci regolarmente. L’interruzione non era stata suggerita da me.»
Regina, seduta vicino alla porta, incrociò le braccia.
«Non mi sembrava giusto costringerlo a sforzarsi quando era già così stanco.»
«Non avremmo dovuto costringerlo», precisò Lucia.
«Avremmo dovuto chiedergli se desiderava continuare e adattare l’attività alle sue energie.»
Lorenzo toccò la parola «SÌ» sulla tavoletta.
Poi indicò Marco.
«Volevi parlarmi», sussurrò il figlio.
Il dito si mosse ancora.
«SÌ».
Marco sentì il bisogno di scusarsi, ma Lucia gli fece cenno di aspettare.
Lorenzo stava cercando altre parole e il tempo necessario a trovarle apparteneva a lui.
«NON».
Una pausa.
«ANDARE».
«Non volevi che me ne andassi?» chiese Marco.
«SÌ».
Regina si portò una mano alla bocca.
Elena, chiamata poco prima da Ada per portare dell’acqua e rimasta vicino alla soglia, sentì il proprio stomaco contrarsi.
Avrebbe voluto sparire, ma Lorenzo la vide e le rivolse un piccolo sorriso.
Marco si avvicinò al padre.
«Io pensavo che tu avessi bisogno di stare solo.»
Lorenzo indicò con fatica la parola «NO».
Per la prima volta, il contrasto fra ciò che Marco credeva e ciò che il padre diceva non poteva essere attribuito a un malinteso sull’ora dei pasti.
Riguardava settimane di porte chiuse, telefonate brevi, occasioni perdute.
Lucia concluse la seduta senza spingere Lorenzo oltre il suo limite.
Propose una nuova valutazione con i professionisti che seguivano la sua salute, perché le esigenze potevano essere cambiate nel tempo.
Marco accettò di parlarne con il padre e di organizzare gli appuntamenti solo dopo il suo consenso.
Quando Lucia si preparò ad andare via, Regina le chiese un momento in corridoio.
Elena non udì il loro colloquio.
Vide soltanto Regina tornare con gli occhi arrossati, molto diversa dalla donna che l’aveva afferrata per una spalla.
«Credi che io volessi farlo soffrire?» chiese Regina a Marco.
«Non so più cosa credere. So che papà sta dicendo cose che non ci hai mai riferito.»
«Io sono stata qui quando tutti gli altri potevano andarsene», rispose lei.
«Io ho visto le notti in cui non riusciva nemmeno a chiedere un bicchiere d’acqua.»
Marco non negò quella fatica.
La conosceva troppo poco per giudicarla, ma abbastanza per sapere che non dava a nessuno il diritto di togliere la parola a Lorenzo.
La sera, lui ritrovò il raccoglitore blu e controllò le pagine con il padre, una per volta.
Un modulo indicava che il percorso di comunicazione era stato sospeso su richiesta della famiglia.
C’era la firma di Regina.
Questo, da solo, spiegava chi avesse telefonato, non perché Lorenzo fosse stato escluso dalla scelta.
«Ti avevano chiesto se volevi fermarti?» domandò Marco.
Lorenzo guardò il foglio a lungo.
Poi cercò sulla tavoletta la risposta che Marco non voleva vedere.
«NO».
Il figlio abbassò lentamente il modulo.
Se era vero, qualcuno aveva deciso per un uomo capace di esprimere una volontà, soltanto perché impiegava più tempo a farlo.
E la domanda successiva era ancora più difficile: quante altre decisioni erano state prese senza domandargli nulla?
Per scoprire quali scelte Lorenzo voleva finalmente riprendere nelle proprie mani, leggi la Parte 4.













