«Il suo anello è uguale a quello di mia madre.»
La bambina lo disse con tanta naturalezza che, per un istante, Vittoria Rinaldi pensò di aver capito male.
Erano in un ristorante elegante nel centro di Firenze. Vittoria sedeva da sola, con un tailleur nero impeccabile e un calice di vino davanti a sé. La bambina, invece, stringeva un cestino di rose rosse. Aveva un cappotto troppo leggero per la sera e continuava a tenere entrambe le mani intorno al manico, quasi temesse di lasciarlo cadere.
Pochi secondi prima si era avvicinata al tavolo con una domanda semplice.
«Vuole una rosa, signora?»
«Volentieri», aveva risposto Vittoria.
La piccola aveva scelto un fiore e glielo aveva porto con un sorriso timido. Poi il sorriso si era fermato. I suoi occhi erano scesi sulla mano destra di Vittoria, appoggiata vicino al bicchiere.
Al dito portava un anello d’oro a forma di rosa. Tra i petali lavorati con cura brillava un rubino rosso scuro. Non era un gioiello vistoso, almeno non per chi non ne conosceva la storia. Vittoria, invece, lo indossava da anni e sapeva perfettamente che cosa rappresentava.
«Davvero?» chiese, cercando di mantenere un tono gentile. «Ti sembra uguale?»
«Sì. Anche quello della mamma ha una rosa e una pietra rossa.»
Vittoria guardò il fiore che la bambina le stava offrendo, poi il proprio anello. Molti gioielli potevano assomigliarsi. Quella somiglianza, da sola, non significava nulla.
«Forse hai visto un modello simile», disse. «Questo appartiene alla mia famiglia.»
La piccola non si offese. Non cercò nemmeno di convincerla. Si limitò a inclinare la testa e a osservare l’anello con un’attenzione che Vittoria non si aspettava da una bambina.
«Posso chiederle una cosa?»
«Certo.»
«C’è un nome scritto dentro?»
Le dita di Vittoria si serrarono attorno allo stelo del calice. Non bevve. Non distolse lo sguardo.
«Quale nome?» domandò, quasi sottovoce.
La bambina rispose senza esitare.
«Rosewood.»
Il brusio del ristorante sembrò allontanarsi. Il tintinnio delle posate, le conversazioni ai tavoli, perfino la musica di sottofondo divennero improvvisamente indistinti.
Vittoria fissò la bambina. Non aveva sentito male. Quel nome era stato pronunciato con precisione, come qualcosa di familiare, non come una parola imparata per caso.
Rosewood non era il marchio dell’anello. Non era il nome di una gioielleria e non compariva sulla parte esterna del gioiello. Era inciso all’interno della fascia d’oro, nascosto contro la pelle. Un particolare che non si poteva indovinare guardando il rubino.
Con un movimento lento, Vittoria sfilò l’anello e lo girò tra le dita. All’interno, sotto la luce calda del tavolo, c’erano ancora quelle otto lettere: Rosewood.
La gola le si chiuse.
Per diciassette anni quel nome era rimasto legato al ricordo più doloroso della sua famiglia: sua sorella, scomparsa senza lasciare una spiegazione che Vittoria fosse mai riuscita ad accettare. Aveva imparato a non parlare di lei durante le cene, a non cercarla con gli occhi fra la folla, a non interpretare ogni coincidenza come una promessa.
E adesso una bambina sconosciuta, con un cestino di rose, conosceva la scritta nascosta in quell’anello.
Vittoria cercò di ragionare. La bambina non aveva guardato all’interno del gioiello prima di parlare. Non poteva aver letto l’incisione dal proprio posto. Eppure l’aveva detta, con la sicurezza di chi aveva visto la stessa cosa altrove.
«Tesoro», mormorò, chinandosi leggermente verso di lei, «dove si trova tua madre adesso?»
La bambina sembrò sorpresa dal cambiamento della sua voce. Un momento prima aveva davanti una signora educata, forse pronta a comprare una rosa. Adesso quella donna la guardava come se la risposta potesse cambiarle la vita.
«In ospedale», disse. «Mi ha detto di vendere le rose stasera.»
Vittoria sentì il cuore accelerare. Guardò le dita sottili della bambina strette al cestino. Avrebbe voluto fare altre dieci domande, ma capì che doveva cominciare dalla più semplice.
«Come ti chiami?»
La piccola aprì appena la bocca.
Non fece in tempo a rispondere.
Dal tavolo accanto arrivò un rumore secco. Un uomo si era alzato così bruscamente che la sedia aveva strisciato sul pavimento. Vittoria voltò la testa. Non aveva prestato particolare attenzione a quell’uomo fino a quel momento.
La bambina, invece, lo riconobbe subito.
Il colore le sparì dal viso. Strinse il cestino contro il petto e fece un passo indietro.
«Devo andare», sussurrò.
«Aspetta, per favore», disse Vittoria, tendendo una mano senza toccarla.
Ma la bambina era già scappata tra i tavoli, con le rose rosse che oscillavano a ogni passo.
Vittoria guardò di nuovo verso l’uomo.
Lui non era più accanto alla sedia.
Stava andando dietro alla bambina.













