La frase sul retro della fotografia rimase sul tavolo dell’avvocata Francesca Mori per quasi un’ora.
Non bastava a stabilire chi avesse falsificato le lettere, né a decidere la proprietà della villa, ma dimostrava che Giorgio aveva lasciato almeno una traccia del proprio dubbio.
«Dobbiamo separare le responsabilità», disse Francesca.
«Quello che vostro padre fece ai soldi della nonna è una questione.
Le lettere che non vi siete scritte sono un’altra.
Le pressioni attuali su Elena e Nina richiedono invece una risposta immediata.»
Elena sedeva accanto a Vittoria.
Era stata dimessa dall’ospedale quella mattina, con una terapia da proseguire a casa e un controllo già fissato.
Si affaticava facilmente, ma aveva insistito per essere presente.
Nina era a scuola, accompagnata da Teresa, e sapeva che la madre sarebbe tornata nel pomeriggio.
«Non voglio raccontare tutto davanti a mia figlia», disse Elena.
«Ha già avuto abbastanza paura.»
«Non glielo chiederemo», rispose Francesca.
«La sua sicurezza viene prima di qualsiasi documento.»
In presenza dell’avvocata le sorelle esaminarono le carte che Vittoria aveva ritrovato nello studio paterno.
Fra le vecchie dichiarazioni fiscali compariva un prospetto delle somme ricevute da Giorgio nel 2009.
Una parte proveniva dal conto della madre Ada e serviva a coprire un prestito personale che Sergio aveva garantito.
Pochi mesi dopo la villa era stata venduta a una società amministrata da un parente di Valenti.
Il prezzo indicato era inferiore alle stime conservate nell’archivio di famiglia.
«Mio padre non aveva rubato per arricchirsi», osservò Vittoria.
«Aveva usato soldi che non gli appartenevano», replicò Elena.
«La ragione non cambia ciò che mi lasciò addosso.»
Vittoria voleva difenderlo, come aveva sempre fatto.
Poi ripensò alla voce di Elena dalla stanza d’ospedale e scelse di non farlo.
«Hai ragione», disse.
Francesca suggerì di far verificare le firme e i passaggi patrimoniali senza presumere che una promessa della nonna bastasse a riottenere la casa.
Chiese a entrambe una cronologia scritta dei fatti e raccolse il consenso per richiedere formalmente le registrazioni del ristorante tramite le procedure opportune.
Per le minacce recenti prepararono una segnalazione dettagliata, con date e testimoni.
Il direttore del ristorante confermò per iscritto che la bambina si era allontanata visibilmente impaurita e che Sergio l’aveva seguita dopo essersi alzato di scatto.
Francesca spiegò che la descrizione di una scena non equivaleva a una condanna, ma che insieme alle dichiarazioni di Elena poteva aiutare chi avrebbe valutato il pericolo attuale.
Vittoria apprezzò quella prudenza.
Dopo tanti anni trascorsi a fidarsi di una lettera senza averne controllato l’origine, non voleva sostituire un errore con un altro.
Elena chiese anche di vedere una consulente del servizio sociale ospedaliero per organizzare una rete di persone affidabili intorno a Nina, almeno durante la convalescenza.
Teresa accettò di accompagnarla a scuola nei giorni necessari.
Vittoria propose di pagare le spese impreviste, ma Elena volle concordare prima che cosa fosse un aiuto e che cosa somigliasse a un debito.
Trovarono un accordo semplice: conservare gli scontrini e parlarne ogni settimana, senza decisioni prese alle spalle di nessuno.
Tre giorni dopo, Sergio si presentò davanti al palazzo di Elena.
Non entrò.
Rimase sotto il portone mentre Vittoria arrivava con una borsa di spesa e alcuni medicinali ritirati in farmacia.
«Hai sempre avuto il talento di complicare le cose», disse.
Vittoria si fermò a una distanza prudente.
«Non parlare con Nina», rispose.
«Qualunque questione tu voglia sollevare, falla arrivare ai nostri legali.»
«Elena vi sta facendo credere di essere una vittima.
E tu sei felice di avere finalmente qualcuno da salvare.»
«Non abbiamo bisogno che tu ci spieghi chi siamo.»
Sergio tirò fuori una busta dalla tasca.
«Tuo padre sapeva benissimo che cosa firmava.
Quella casa non vi è stata portata via di nascosto.»
«È possibile», disse Vittoria.
«Lo accerteremo.
Ma non è questo il motivo per cui stai cercando di spaventare una bambina.»
Per un istante il volto dell’uomo cambiò.
Non sembrò più certo che Vittoria avrebbe preferito tacere per proteggere il cognome Rinaldi.
«Era lei a girare per i ristoranti», ribatté.
«Ho soltanto cercato di riportarla a casa.»
«Nina ti ha visto minacciare sua madre davanti al portone.
Non mi sorprende che sia scappata.»
Sergio la guardò come se volesse misurare quanto sapesse.
«Vi siete ritrovate grazie a una frase incisa in un anello», disse.
«Non pensare che basti a riscrivere diciassette anni.»
«No», rispose Vittoria.
«Quelli dobbiamo affrontarli noi.
Tu devi rispondere soltanto delle tue azioni.»
L’uomo rimise la busta in tasca e si allontanò.
Vittoria non lo seguì e non cercò di provocarlo.
Annotò subito le parole e l’ora dell’incontro, poi entrò nel palazzo.
In cucina Elena stava dividendo una pesca con Nina.
La bambina si illuminò quando vide Vittoria, poi abbassò gli occhi verso la borsa.
«Hai comprato qualcosa di troppo costoso?» chiese.
«Pane, latte e le medicine che tua madre mi aveva chiesto.
E una torta piccola, ma quella l’ho scelta io.»
«Allora possiamo mangiarla tutti e tre?»
Vittoria cercò lo sguardo di Elena, aspettando una risposta che non spettava a lei dare.
«Sì», disse Elena.
«Dopo cena.»
Era un consenso minuscolo, eppure a Vittoria sembrò il primo gesto davvero libero fra loro.
Non comprendeva un perdono generale, non cancellava le lettere, non trasformava la loro storia in una favola.
Autorizzava soltanto una torta condivisa.
Quella sera Elena parlò finalmente della sua vita lontano da Firenze.
Aveva imparato a chiedere lavoro senza pronunciare il cognome Rinaldi, aveva conosciuto il padre di Nina e lo aveva visto andarsene quando la bambina era ancora piccola.
Aveva sempre tenuto l’anello perché la nonna, almeno nel suo ricordo, non le aveva mai chiesto di diventare diversa per meritare amore.
Vittoria raccontò a sua volta degli anni trascorsi a evitare la stanza della sorella nella vecchia casa.
«Non ho smesso di cercarti perché non mi importasse», disse.
«Ho smesso perché avevo paura di sentire di nuovo che non mi volevi.»
Elena rimase in silenzio.
Poi ammise:
«Io avevo paura di tornare e scoprire che quella lettera diceva la verità.»
Francesca telefonò prima che la sera finisse.
Agnese aveva accettato di rilasciare una dichiarazione sulle carte della nonna e sulle pressioni ricevute in passato.
Subito dopo, però, aveva trovato sotto la porta una comunicazione della società proprietaria della villa: le veniva contestato il diritto di restare nell’alloggio dove abitava da decenni.
Non era uno sfratto eseguibile dall’oggi al domani, precisò l’avvocata, ma il messaggio era inequivocabile.
«Sergio ha capito che Agnese parlerà», disse Vittoria.
Elena guardò Nina, che stava raccogliendo le briciole della torta.
«Allora domani non possiamo pensare soltanto a noi.»
Per sapere quale scelta faranno le sorelle davanti alla nuova minaccia, continua con la Parte 6.













