Elena non rispose subito.
Dalla finestra della stanza arrivava il rumore lontano di un’ambulanza, e Vittoria si rese conto che sua sorella respirava con fatica.
Avrebbe voluto farle tutte le domande rimaste sospese in diciassette anni, ma abbassò la voce.
«Possiamo parlarne domani», disse.
«La cosa importante è che tu stia meglio.»
«Domani potrebbe venire Sergio», replicò Elena.
«È già stato qui due volte.»
Il nome interruppe la fragile tregua.
Vittoria avvicinò una sedia, ma rimase in piedi finché Elena non le fece segno di sedersi.
«L’ho visto inseguire Nina fuori dal ristorante.»
Elena chiuse gli occhi.
«Avevo chiesto a Teresa di non farla uscire.
Non sapevo che sarebbe rimasta sola.»
«Nina è con lei adesso.
E il personale sa che deve avvertirti se qualcuno cerca di entrare.»
Un’infermiera comparve alla porta per controllare l’ossigeno.
Dopo essersi assicurata che Elena potesse sostenere la visita, le lasciò ancora qualche minuto.
Vittoria attese che uscisse.
«Quale lettera mi hai mandato?» domandò.
Elena si passò una mano sulla fronte.
«Quella in cui ti spiegavo che non avevo preso i soldi della nonna.
Ti scrissi dall’appartamento di Prato dove mi ero rifugiata.
Ti raccontai che nostro padre voleva vendere la casa di Fiesole senza dircelo e che Sergio mi aveva chiesto una firma su documenti che non capivo.
Ti pregavo soltanto di incontrarmi.»
Vittoria provò a ricostruire quelle settimane.
La nonna Ada era morta da pochi giorni.
La famiglia aveva discusso della villa chiamata Rosewood, il nome inglese che Ada le aveva dato dopo un viaggio di gioventù.
Sergio sosteneva che la proprietà fosse appesantita da debiti.
Elena era sparita e sul comodino di Vittoria era arrivata una busta con una breve dichiarazione apparentemente firmata da lei.
«La lettera che ho ricevuto era diversa», disse.
«C’era scritto che ti eri presa ciò che ti spettava e che non volevi essere cercata.
Ho pensato fosse la tua decisione.»
«Non avrei mai scritto una cosa simile.»
Elena tossì, interrompendosi.
Vittoria le porse l’acqua e aspettò che riprendesse fiato.
«Io invece ricevetti una tua risposta», continuò Elena.
«Dicevi che avevo infangato il nostro nome e che non dovevo più presentarmi davanti a te.
Conoscevo la tua calligrafia.
Mi parve davvero tua.»
«Non ti ho risposto.
Non avevo nemmeno il tuo indirizzo.»
Le due sorelle si guardarono senza la consolazione immediata che Vittoria aveva sempre associato alla verità.
Avevano creduto per anni a parole mai pronunciate.
Ma avevano anche scelto, dopo quelle parole, di non rischiare un altro rifiuto.
Quella parte del dolore non poteva essere attribuita tutta a Sergio.
«E nostro padre?» chiese Vittoria.
Elena fissò il lenzuolo.
«Mi accusò di aver sottratto una somma dal conto destinato alle spese della nonna.
Disse che, se fossi rimasta, avrebbe denunciato il furto.
Io non avevo preso nulla.
Avevo solo visto dei prelievi che non riuscivo a spiegare.»
Vittoria ricordò il padre seduto nello studio, stanco e furioso, e la frase ripetuta come una sentenza: Elena ha scelto di andarsene.
Allora non aveva chiesto di vedere un estratto conto.
Aveva creduto che conoscere un padre significasse sapere di che cosa fosse capace.
«È morto sei anni fa», disse piano.
«Lo so.
Lessi il necrologio.»
«Non sei venuta.»
«Pensavo che non mi avresti lasciata entrare.»
Quelle parole ferirono più di un rimprovero.
Vittoria guardò la mano di Elena, appoggiata vicino al bordo del letto.
Al suo anulare non c’era nulla.
«Nina mi ha parlato del tuo anello.»
Elena indicò il cassetto del comodino.
Vittoria lo aprì soltanto dopo averle chiesto il permesso.
Dentro, avvolto in un fazzoletto, c’era un secondo anello d’oro a forma di rosa.
Sotto uno dei petali, il graffio minuscolo lasciato dalla pietra del pozzo era ancora visibile.
Vittoria lo posò accanto al proprio, sul palmo aperto.
«La nonna diceva che due rose non dovevano crescere per forza nello stesso vaso», ricordò Elena.
«Ma dovevano sapere di avere le stesse radici», completò Vittoria.
Per un momento si sorrisero.
Poi Elena ritirò il suo anello e lo rimise al sicuro.
«Non ho bisogno che tu mi prometta tutto stasera», disse.
«Ho bisogno che Nina non incontri più Sergio da sola.»
Vittoria le spiegò che aveva già segnalato l’episodio al personale e che il direttore del ristorante conservava le registrazioni.
Propose di contattare insieme un avvocato e di formalizzare una segnalazione, senza esporre la bambina a interrogatori improvvisati.
Elena annuì con cautela.
Non voleva che Nina diventasse un altro campo di battaglia fra adulti.
Prima che Vittoria uscisse, Elena le indicò una borsa di tela sotto il letto.
«C’è una cartellina azzurra», disse.
«L’ho portata con me perché Sergio ultimamente è tornato a cercarla.
Puoi prenderla, ma non aprirla senza di me.»
Vittoria promise.
Chiese soltanto come Sergio fosse riuscito a ritrovarla.
«Non mi ha mai persa del tutto», rispose Elena.
«Due anni fa ha comprato l’edificio in cui abitiamo.
All’inizio pensavo fosse una coincidenza.
Poi mi ha detto che, se avessi chiesto conto delle vecchie firme, avrebbe fatto in modo che perdessimo casa.»
Dalla porta Nina chiamò sua madre.
Vittoria si spostò per lasciarle spazio e assistette a un abbraccio che fece sembrare meno urgente ogni domanda.
La bambina teneva ancora una rosa, l’ultima rimasta intera nel cestino.
La infilò nel bicchiere d’acqua sul comodino.
Nel corridoio Teresa confidò che Elena lavorava saltuariamente confezionando fiori per un negozio del quartiere e che da settimane era più debole del solito.
Non aveva voluto lasciare Nina senza spiegazioni, ma aveva sottovalutato quanto sarebbe stata lunga la degenza per l’infezione polmonare.
Teresa si offrì di restare con la piccola finché la madre fosse stata dimessa.
Vittoria non impose un’altra soluzione.
Le lasciò il suo numero e l’indirizzo di casa.
Quella notte, tornata nel suo appartamento, appoggiò la cartellina azzurra sulla scrivania senza aprirla.
Andò invece a cercare la busta che aveva conservato per diciassette anni.
Era in una scatola insieme alle fotografie della nonna.
Vittoria la rilesse e notò per la prima volta una cosa banale: la firma di Elena era tracciata con un’inclinazione che sua sorella non usava mai quando scriveva il cognome.
Sul retro della busta c’era un timbro dell’ufficio postale vicino alla vecchia casa di famiglia.
Vittoria ricordò chi, allora, ritirava la posta e consegnava i documenti a suo padre.
Era Sergio.
Ma la busta da sola non avrebbe provato nulla.
Per questo, il mattino seguente, decise di cercare il registro che la nonna teneva nel suo studio.
Quando chiamò la custode della villa, un’anziana voce le rispose:
«Signora Rinaldi, quel registro è sparito la settimana in cui sua sorella se n’è andata.»
Chi aveva fatto sparire le pagine che potevano smentire l’accusa contro Elena? Scoprilo nella Parte 4.













