Vittoria si alzò senza prendere la borsa.
Non corse subito dietro all’uomo: vide che stava puntando verso la porta laterale e capì che, se lo avesse affrontato da sola, avrebbe rischiato di perdere anche la bambina.
«La prego, chiami il responsabile», disse al cameriere che le passava accanto.
«Quell’uomo sta seguendo una minore spaventata.»
Il cameriere guardò verso l’uscita e fece un cenno al direttore di sala.
Vittoria recuperò la borsa, lasciò sul tavolo una banconota per la rosa e si avviò verso l’ingresso principale.
La strada era piena di passanti, biciclette e taxi in attesa.
Sotto un lampione, a pochi metri dalla porta, scorse il cestino rosso.
La bambina era ferma accanto a una vetrina chiusa.
L’uomo le parlava chinandosi su di lei, ma il tono non aveva nulla di rassicurante.
«Ti avevo detto di stare lontana da quella signora», sentì Vittoria.
«Io non sapevo chi fosse», rispose la piccola.
«Adesso vieni con me.»
L’uomo tese la mano verso il manico del cestino.
Vittoria si mise fra loro prima che riuscisse ad afferrarlo.
«La bambina non vuole seguirla», disse.
«La lasci in pace.»
Per la prima volta riuscì a vederlo bene.
Era un uomo sui sessant’anni, con una sciarpa grigia e un viso accuratamente rasato.
Lo riconobbe soltanto quando lui pronunciò il suo nome.
«Vittoria, sei sempre stata impulsiva.»
Sergio Valenti.
Diciassette anni prima frequentava spesso la casa di suo padre e si occupava delle carte della famiglia.
Vittoria lo ricordava come una presenza discreta ai funerali della nonna, poi nelle settimane della scomparsa di Elena.
Non lo vedeva da molto tempo.
«Che cosa ci fai con questa bambina?» chiese.
«Mi occupo di una questione privata.»
«Perché ha paura di te?»
«Le bambine a quest’ora dovrebbero essere a casa.»
«Su questo siamo d’accordo», rispose Vittoria.
«Ma non mi hai detto perché stava scappando.»
Il direttore del ristorante era arrivato sulla soglia con un collega.
Sergio guardò i due uomini, poi la gente che rallentava per curiosità.
Non tentò più di prendere il cestino.
«Stai facendo una scenata per nulla», disse a Vittoria.
«Chiedi a sua madre, se proprio vuoi sapere.»
Si allontanò lungo il marciapiede senza correre.
Vittoria non lo inseguì.
Fece invece una fotografia alla targa dell’auto verso cui lo vide dirigersi, senza avvicinarsi, e chiese al direttore di conservare le immagini delle telecamere.
Lui annuì e le assicurò che avrebbe annotato l’ora.
La bambina teneva il mento basso.
«Non ho fatto niente di male», disse.
«Lo so.»
«Lui dice che mamma gli deve dei soldi.»
Vittoria si accovacciò per poterle parlare senza costringerla a guardare verso l’alto.
«Come ti chiami?»
«Nina.»
«Io sono Vittoria.
Non devi venire con me se non vuoi, ma possiamo chiedere insieme aiuto a qualcuno di cui ti fidi.»
Nina fissò l’anello, che Vittoria aveva rimesso al dito.
«Mamma dice che quello le ricorda casa», mormorò.
«Tua madre come si chiama?»
«Elena Bellini.»
Il nome le fece mancare un respiro.
Elena era il nome di sua sorella, ma Bellini non era Rinaldi.
Vittoria non si permise di trasformare quella somiglianza in una certezza.
«Sai in quale ospedale si trova?»
«Santa Maria Nuova.
È entrata ieri.
La signora Teresa, del nostro palazzo, mi teneva a casa, ma oggi doveva andare da suo figlio.
Mamma mi aveva detto che, se non ci fossero stati abbastanza soldi, potevo vendere le rose che preparavamo insieme.
Io pensavo di aiutarla.»
Nina cercò di raddrizzare una corolla schiacciata.
Vittoria sentì una fitta di vergogna per tutte le sere in cui aveva attraversato la città senza immaginare chi potesse vivere a pochi isolati dalla sua vita.
«Hai fatto quello che credevi giusto», rispose.
«Adesso però non devi rimanere sola per strada.»
Telefonarono alla signora Teresa usando il numero che Nina conosceva a memoria.
L’anziana confermò la situazione, si scusò per aver lasciato la bambina con una vicina che era uscita e promise di raggiungerle in ospedale.
Vittoria spiegò dove si trovavano e le chiese di avvisare il reparto prima del loro arrivo.
Al pronto soccorso di Santa Maria Nuova, un’infermiera ascoltò Nina, verificò i dati della madre e contattò il reparto di medicina.
Non diede a Vittoria informazioni riservate.
Disse soltanto che avrebbe riferito alla paziente della presenza della figlia e dell’accompagnatrice.
Nel frattempo una collega portò a Nina un bicchiere d’acqua e la aiutò a sistemare il cappotto.
Nell’attesa, Vittoria vide le piccole mani della bambina cercare il suo anello.
«Non lo tocco», si affrettò a dire Nina.
«Puoi guardarlo.»
«Quello di mamma ha un graffio sotto un petalo.
Dice che lo fece cadere vicino a un pozzo, da ragazza.»
Vittoria chiuse gli occhi per un secondo.
Da bambine, lei ed Elena correvano intorno al pozzo asciutto del giardino della nonna a Fiesole.
Un’estate Elena aveva lasciato cadere l’anello sulla pietra e aveva pianto, convinta di averlo rovinato per sempre.
Era un dettaglio che nessun estraneo avrebbe potuto inventare facilmente.
Una porta si aprì.
L’infermiera tornò accompagnata da Teresa, una donna minuta con il fiato corto e la sciarpa messa di traverso.
Nina le corse incontro.
Dopo aver chiarito chi l’avrebbe assistita per la notte, il personale disse a Vittoria che la paziente aveva acconsentito a riceverla per pochi minuti.
La stanza era illuminata da una lampada accanto al letto.
Una donna pallida, con i capelli scuri raccolti male e un tubicino per l’ossigeno, si voltò verso la porta.
Vittoria rimase immobile.
Il tempo aveva cambiato il volto di Elena, non il modo in cui sollevava il sopracciglio sinistro quando era spaventata.
«Elena?»
Sua sorella guardò l’anello, poi il viso di Vittoria.
«Nina ti ha trovata», sussurrò.
Vittoria fece un passo avanti.
Aveva immaginato quel momento tante volte, e in nessuno dei suoi sogni Elena l’aveva guardata con una paura così evidente.
«Ti ho cercata», disse.
Elena distolse lo sguardo.
«Allora non hai mai ricevuto la mia lettera.»
Vittoria sentì il sangue gelarle.
La sola lettera che ricordava diceva che Elena non voleva più avere nulla a che fare con lei.
«Quale lettera?» chiese.
Per capire chi aveva deciso di tenerle separate per diciassette anni, continua con la Parte 3.













