Marco non ricevette alcuna risposta.
Regina si sistemò il polsino della giacca, come se rimettere a posto un dettaglio potesse cancellare ciò che era appena accaduto.
«Non usare quella parola con me», disse infine.
«Non ho mentito. Tuo padre ha giornate difficili e tu lo sai.»
«So che mi hai detto che non voleva essere disturbato durante i pasti.»
Marco indicò il cucchiaio che Elena teneva ancora in mano.
«Ma lui ha appena chiesto aiuto. Perché doveva restare senza mangiare?»
L’anziano fece un piccolo movimento verso il tavolo.
Elena guardò Marco, aspettando un segno, perché non voleva prendere un’altra decisione al posto dell’uomo seduto davanti a lei.
«Papà, vuoi finire la colazione?» chiese Marco.
Un lieve cenno del capo.
«Con Elena?»
Questa volta il cenno fu più deciso.
Regina distolse lo sguardo e Marco spostò una sedia accanto alla carrozzina.
«Allora finiamo la colazione», disse.
Elena riprese il cucchiaio, aspettò che l’anziano fosse pronto e gli porse il boccone.
La scena richiese pochi minuti.
A ogni gesto, Marco sembrava accorgersi di qualcosa che non aveva mai osservato: suo padre poteva comunicare il proprio ritmo, indicare quando voleva bere e rifiutare ciò che non gli piaceva.
«Perché non me l’avete detto?» domandò.
«Perché tu sei sempre lontano», rispose Regina.
«E io sono qui tutti i giorni.»
Le parole colpirono Marco, perché contenevano una verità che non poteva ignorare.
Negli ultimi mesi si era accontentato di telefonate rapide, rassicurazioni e fotografie mandate da sua madre.
Quando arrivava in villa, trovava spesso il padre già a letto o troppo stanco, secondo quanto gli veniva riferito.
Ricordò una domenica in cui si era fermato davanti alla porta della camera senza entrare.
Regina gli aveva sussurrato che Lorenzo si agitava quando vedeva troppe persone.
Marco aveva creduto di proteggerlo andandosene.
Ora osservava quelle dita ancora capaci di chiedere una presenza, e comprendeva che il proprio silenzio, per quanto involontario, aveva lasciato tutto il potere a chi rispondeva al posto del padre.
Gli faceva male ammetterlo, ma non sarebbe stato onesto attribuire ogni responsabilità soltanto a sua madre.
Elena appoggiò il piatto sul vassoio.
Non voleva partecipare a un processo familiare, ma Lorenzo, così si chiamava l’anziano, le toccò appena il polso.
Poi guardò Marco.
«Hai qualcosa da dirmi, papà?» chiese il figlio.
Lorenzo aprì le dita, le richiuse e si sforzò di pronunciare una parola.
«Tempo.»
Marco rimase immobile.
«Vuoi che resti con te?»
Lorenzo annuì.
Non era un’accusa, e proprio per questo fece più male.
Regina si avvicinò alla finestra.
«Adesso basta. Elena deve occuparsi delle camere e lui ha bisogno di riposo.»
«Il riposo lo deciderà papà, con chi lo segue dal punto di vista medico», rispose Marco.
«E tu non devi più afferrare nessuno per una spalla.»
Elena abbassò gli occhi.
La frase era necessaria, ma non le restituiva automaticamente la tranquillità.
Viveva con l’incertezza di uno stipendio indispensabile, un bambino in arrivo e un contratto che non voleva perdere.
«Posso andare?» chiese.
Marco guardò il padre, che aveva finito.
«Certo. Ma prima voglio chiederti una cosa, se te la senti.»
Regina intervenne subito.
«Non coinvolgerla in questioni che non la riguardano.»
«Riguarda il modo in cui viene trattata», rispose lui.
Poi si rivolse a Elena.
«È successo altre volte?»
Elena avrebbe potuto rispondere di no.
La sua prima reazione fu cercare una frase che non offendesse Regina, come faceva ogni volta che la padrona entrava nella stanza.
Ma Lorenzo continuava a guardarla.
«La signora preferisce che io non mi trattenga con suo marito», disse infine.
«Io pulisco le stanze, preparo i vassoi e faccio ciò che mi viene chiesto. Se lui mi chiama, a volte resto qualche minuto.»
«E per questo vieni rimproverata?»
«Sì, qualche volta.»
Regina si girò di scatto.
«Nessuno ti ha impedito di fare il tuo dovere.»
«Il mio dovere non comprende far finta di non sentire una persona che chiede acqua», rispose Elena.
La voce le tremò, ma non ritirò le parole.
Marco non le chiese di aggiungere altro davanti a Regina.
Le propose di prendere una pausa e di sedersi in cucina, promettendo che avrebbe chiarito la situazione senza mettere sulle sue spalle il peso della discussione.
Quando Elena uscì, sentì Regina dire a bassa voce:
«Ti fai mettere contro tua madre da una domestica che conosci appena.»
Marco non alzò la voce.
«Non mi sta mettendo contro nessuno. Sto ascoltando papà, e avrei dovuto farlo molto prima.»
In cucina, Elena bevve un bicchiere d’acqua lentamente.
Le dita avevano smesso di tremare, ma il cuore no.
La cuoca, Ada, che lavorava lì da anni, notò il suo pallore e le portò una sedia.
«Hai fatto bene a non lasciarlo da solo», le disse.
«Non so se domani avrò ancora questo posto.»
Ada non le promise ciò che non poteva sapere.
Le indicò invece un vecchio raccoglitore blu su uno scaffale, quello nel quale erano state conservate le indicazioni lasciate dagli operatori che seguivano Lorenzo dopo il ricovero.
«La signora aveva detto di riporlo», spiegò.
«Io non l’ho buttato. Pensavo potesse servire.»
Elena non lo aprì.
Non voleva prendere documenti personali senza autorizzazione.
Quando Marco entrò per cercarla, fu Ada a consegnarglielo, chiedendogli di parlarne prima con suo padre.
Tornati nel salone, Marco mostrò il raccoglitore a Lorenzo.
«Posso leggerlo con te?»
Il padre rispose con un cenno.
Le prime pagine contenevano esercizi semplici di comunicazione, orari concordati e consigli per lasciargli il tempo di formulare le risposte.
Non erano ordini misteriosi, ma indicazioni che qualcuno aveva smesso di seguire.
Tra quei fogli Marco trovò il nome di Lucia Bassi, la professionista che aveva seguito il recupero della parola.
Accanto all’ultima seduta risultava una cancellazione, effettuata tre mesi prima.
«Perché ha interrotto le visite?» chiese a sua madre.
«Perché non servivano più», rispose Regina troppo in fretta.
Marco si voltò verso il padre.
«È quello che volevi tu?»
Lorenzo scosse la testa.
Poi posò un dito sulla pagina, proprio accanto a una breve annotazione di Lucia: «Il signor Lorenzo desidera comunicare direttamente con il figlio».
Marco lesse quella frase due volte.
Da tre mesi credeva che suo padre fosse troppo stanco perfino per rispondergli al telefono.
Adesso doveva scoprire chi aveva deciso di parlare al suo posto.
Per capire perché la richiesta di Lorenzo non era mai arrivata a Marco, continua con la Parte 3.













