«Da mogli?» ripetei.
Bianca incrociò le gambe. «Sì. Perché tuo marito è venuto qui a raccontarti la versione che lo fa sembrare migliore, immagino.»
«Enrico mi ha detto del bar.»
Per la prima volta vidi una vera sorpresa sul suo volto.
«Te l’ha detto?»
«Sì.»
«Tutto?»
«Mostrami la conversazione.»
Bianca prese il telefono. Aprì quella che sembrava la stessa schermata della sera precedente e me la mise davanti. C’era ancora la frase: “Possiamo parlare da soli? Meglio se Laura non lo sa.”
«Scorri», dissi.
Lei non si mosse.
«Voglio vedere cosa c’è prima e cosa c’è dopo.»
«Ho cancellato il resto.»
«Ieri hai detto che era una conversazione.»
«Lo era.»
«Allora perché hai tenuto soltanto uno screenshot?»
Bianca ritirò il telefono. «Perché è l’unica parte importante.»
«Per te.»
«Per chiunque sappia leggere.»
Allungò di nuovo lo schermo verso di me. Nel farlo, il pollice scivolò sul bordo e l’immagine si spostò lateralmente.
Per meno di un secondo vidi la foto precedente nella galleria: un piatto di pasta, fotografato dall’alto.
Non era WhatsApp.
Era l’app Foto.
Bianca se ne accorse nello stesso momento e riportò subito l’immagine al centro.
«Quindi non hai la conversazione», dissi.
«Ti ho appena detto che l’ho cancellata.»
«Hai una fotografia di una conversazione che non posso verificare.»
«E hai un marito che ammette di avermi incontrata di nascosto.»
La frase centrò il punto che lei voleva colpire.
Non replicai subito.
Bianca appoggiò il telefono sul tavolo. «Vedi? È questo che non capisci. Continui a comportarti come se io fossi il problema. Io non ho fatto altro che bussare a una porta. È lui che l’ha aperta.»
«Andare in un bar per dirti di smetterla non significa aprire una porta.»
«E perché non te l’ha detto?»
Non avevo una risposta che potesse cancellare quella omissione.
Lei lo vide.
«Esatto.»
«Non significa che tu abbia detto la verità.»
«Neanche il contrario.»
Mi appoggiai allo schienale. «Bianca, tu vuoi davvero Enrico?»
La domanda la spiazzò più di qualsiasi accusa.
«Che domanda è?»
«Semplice. Vuoi stare con lui?»
Bianca abbassò lo sguardo verso il bicchiere. «Mi piace.»
«Non ti ho chiesto se ti piace.»
«È un uomo interessante.»
«Vuoi costruire una vita con lui?»
La sua bocca si piegò in un sorriso stanco. «Adesso sembri una terapeuta.»
«No. Sto cercando di capire per quale motivo una donna che conosce un uomo da due mesi decide che distruggere il suo matrimonio sia una specie di obiettivo.»
Per qualche secondo sentimmo soltanto il ronzio di un tagliaerba lontano.
Poi Bianca disse: «Perché voi due siete insopportabili.»
La guardai.
«Sempre insieme. Sempre d’accordo. Sempre con quella faccia da coppia che ha capito tutto. Tu che gli porti il caffè mentre sistema la siepe. Lui che ti aspetta quando parcheggi. Le battute a tavola con i vicini. Sembra tutto così facile.»
«Non lo è.»
«Ma lo fate sembrare.»
«E questo ti dà fastidio?»
Bianca rise piano. Non c’era gioia nel suono.
«Sai cosa mi dicevano tutti quando Andrea se n’è andato? Che ero forte. Che meritavo di meglio. Che prima o poi avrei trovato qualcuno. Poi tornavano a casa dai loro mariti e io restavo con gli scatoloni.»
«Questo non ti autorizza a entrare nella vita degli altri.»
«Non sto chiedendo autorizzazione.»
«Allora almeno sii onesta. Non vuoi Enrico. Vuoi dimostrare che io non ho qualcosa che tu hai perso.»
Il suo sguardo si indurì.
«Tu credi di essere diversa.»
«No.»
«Credi che il tuo matrimonio sia diverso.»
«Credo che sia mio. Con tutti i suoi difetti.»
Bianca prese il bicchiere e bevve.
«Allora perché sei qui senza di lui?»
La domanda era costruita per intrappolarmi. Se rispondevo che avevo bisogno di verificare, significava che dubitavo. Se dicevo che mi fidavo, sembrava assurdo essere seduta lì.
«Perché la fiducia non significa smettere di fare domande», dissi. «Significa sapere a chi farle.»
Mi alzai.
«Abbiamo finito.»
Bianca non cercò di trattenermi.
«Laura.»
Mi voltai.
«Quando torni a casa, chiedigli perché ha scelto un bar a dodici minuti dal suo ufficio invece di parlarmi davanti al vostro cancello.»
«Me l’ha già detto.»
«Chiediglielo di nuovo.»
Tornai a casa più arrabbiata con Enrico che con lei, e questa fu la parte che odiavo di più. Bianca non aveva bisogno di convincermi che mio marito fosse infedele. Le bastava trovare il punto in cui lui non era stato completamente sincero e premere lì.
Enrico era in cucina.
«Com’è andata?»
«Lo screenshot è una foto nella sua galleria. Dice di aver cancellato la conversazione originale.»
Lui lasciò uscire il fiato. «Quindi è falso.»
«Non ho detto questo.»
«Laura.»
«Ho detto che non possiamo verificarlo.»
Enrico appoggiò entrambe le mani sul tavolo. «Io so di non aver scritto quella seconda frase.»
«E io so che non mi hai detto del bar.»
Ci guardammo in silenzio.
Poi il mio telefono vibrò.
Una notifica del gruppo WhatsApp della via.
Aprii.
Bianca aveva pubblicato una fotografia.
Enrico era seduto al tavolino del Bar Mazzini, di profilo. Davanti a lui c’era Bianca. La foto sembrava scattata da un tavolo poco distante, forse con il timer o da qualcuno che non conoscevo. Sotto, una sola frase:
“Visto che ieri abbiamo deciso di condividere le cose private, mi sembra giusto che tutti vedano anche questa.”
In meno di un minuto comparvero le prime reazioni. Un pollice alzato. Un punto interrogativo. Poi Marta Ricci scrisse soltanto: “Forse queste cose andrebbero risolte in privato.” Paolo non rispose, ma vidi che aveva visualizzato. Mi accorsi con disgusto di quanto fosse facile trasformare una relazione in intrattenimento per persone che, fino al giorno prima, discutevano soltanto dei bidoni della raccolta differenziata e dei posti auto.
Non provai vergogna per essere stata tradita. Non sapevo nemmeno se quella parola avesse senso. Provai vergogna per avere contribuito io stessa, con quella scatola, a spostare il nostro matrimonio dal tavolo di cucina al centro della strada.
Enrico lesse sopra la mia spalla.
«Quella foto è stata fatta senza che me ne accorgessi.»
Io chiusi il telefono.
«Non importa.»
«Come sarebbe?»
«Importa che tu eri lì.»
Lui abbassò lo sguardo.
Per la prima volta da quando Bianca era entrata nelle nostre vite, capii che non avremmo risolto il problema dimostrando che lei era peggiore di noi.
Prima dovevamo decidere se noi due eravamo ancora capaci di essere migliori della paura che aveva creato.













